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Malattia professionale: spetta sempre il risarcimento?

26 Luglio 2021 | Autore:
Malattia professionale: spetta sempre il risarcimento?

Se si verifica una patologia collegata con l’attività lavorativa, il datore di lavoro deve essere obbligato a risarcire il dipendente?

La malattia professionale è una patologia contratta dal lavoratore nell’esercizio e a causa delle mansioni cui è adibito, per la presenza di lavori, materiali o fattori nocivi nell’ambiente lavorativo [1].

Il lavoratore al quale viene riscontrata una patologia di origine professionale può aver diritto a prestazioni economiche da parte dell’Inail, come la rendita e l’indennizzo per danno biologico. Ma per la malattia professionale: spetta sempre il risarcimento? Il datore di lavoro è tenuto a risarcire il dipendente in ogni caso? A chiarire la questione è stata la Cassazione, con una recente sentenza [2]. La Suprema Corte, in particolare, ha spiegato quali sono le ipotesi in cui il datore debba essere considerato responsabile per non aver tutelato l’integrità psicofisica del lavoratore. Inoltre, ha specificato se sia sufficiente la sola emanazione provvedimento con cui l’Inail riconosce l’origine professionale della patologia, per far sorgere la responsabilità in capo al datore.

In ogni caso, il diritto al risarcimento, da parte dell’Inail o del datore di lavoro, può sussistere sia in relazione alle malattie tabellate, che a quelle non tabellate: rileva, difatti, l’origine professionale della patologia.

Risarcimento Inail malattia professionale tabellata

In origine, la malattia professionale poteva essere indennizzata solo se tabellata, cioè se risultava ascritta in una tabella allegata al Testo unico delle disposizioni per l’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali [3].

In particolare, la tabella delle malattie professionali indica:

  • le patologie riconoscibili come professionali;
  • le lavorazioni che possono esserne la causa;
  • il periodo massimo entro cui la malattia può essere indennizzata.

Nel caso in cui si sia verificato che la malattia è tabellata, per il diritto al risarcimento, il lavoratore deve dimostrare:

  • l’esistenza della malattia con una refertazione medica (tac, ecografia, ecc.);
  • lo svolgimento non occasionale di una delle attività lavorative che possono esserne la causa.

Dimostrati l’esistenza della malattia tabellata e lo svolgimento della lavorazione in via non occasionale, la patologia è considerata professionale senza che l’assicurato debba dimostrare il nesso di causalità (cioè il collegamento causa- effetto) con l’attività lavorativa.

L’Inail ha comunque la possibilità di dimostrare il contrario, cioè che la patologia sia dovuta a cause non lavorative.

Risarcimento Inail malattia professionale non tabellata

Le malattie tabellate non sono le uniche patologie che possono essere causate dal lavoro svolto: può essere considerata malattia professionale anche una patologia non tabellata. Le malattie professionali non tabellate, a seguito di una sentenza della Corte Costituzionale [4], possono essere indennizzate se si dimostra il nesso di causalità tra la patologia e l’attività lavorativa. L’onere di provare il collegamento, però, è a carico del lavoratore: non si può applicare alcuna presunzione.

Nel dettaglio, il lavoratore deve provare:

  • l’esposizione al rischio:
  • le condizioni di lavoro;
  • le mansioni;
  • la durata e l’intensità dell’esposizione;
  • l’accertamento dell’origine professionale della malattia da un punto di vista medico-legale.

Quale risarcimento in caso di infortunio sul lavoro o malattia professionale?

Il lavoratore assicurato che risulta inabile, cioè che subisce la riduzione della capacità lavorativa a causa di un infortunio o di una malattia professionale, ha il diritto di essere risarcito in relazione al:

  • danno patrimoniale, cioè al danno emergente ed al lucro cessante derivante dalla riduzione della capacità lavorativa;
  • danno biologico: si tratta del danno all’integrità psicofisica, che si riflette su tutte le attività e capacità dell’interessato, compresa quella lavorativa generica;
  • danno morale ed esistenziale: si tratta del danno riferito alla sofferenza interiore derivata dall’infortunio o dalla malattia professionale.

Quando deve pagare il datore di lavoro?

Il datore di lavoro risponde penalmente e civilmente dell’infortunio o della malattia di origine professionale solo se viene accertata la sua responsabilità per dolo o per colpa. Secondo il Codice civile [5], infatti, il datore di lavoro è responsabile dell’infortunio o della malattia professionale quando l’evento sia non solo doloso, ma anche imputabile ad una sua disattenzione, alla sua imperizia, negligenza o imprudenza.

Questo, però, non vuol dire che il riconoscimento della malattia professionale da parte dell’Inail sia da solo sufficiente per legittimare l’azione risarcitoria contro il datore di lavoro da parte del lavoratore, o dei familiari più stretti in caso di decesso di quest’ultimo. Secondo la Cassazione [2], per il diritto al risarcimento da parte dell’azienda è invece necessario provare la sussistenza di un’azione illecita da parte del datore di lavoro.

In altri termini, il provvedimento dell’Inail non può assumere, ai fini di una eventuale responsabilità del datore di lavoro, né il valore di indizio, poiché risulta inopponibile all’azienda, né il valore di fatto notorio, non potendosi definire giuridicamente come tale. Perché il datore di lavoro sia condannato al risarcimento, a seguito del verificarsi della malattia professionale, è indispensabile dimostrare il nesso di causalità tra la malattia del lavoratore e l’eventuale mancata adozione di misure atte a prevenire l’insorgere della patologia.


note

[1] Art. 3 D.P.R. 1124/1965.

[2] Cass. sent. 7515/2021.

[3] D.P.R. 1124/1965.

[4] C. Cost. sent. 179/1988.

[5] Art. 2087 Cod. civ.

Autore immagine: pixabay.com

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 11 novembre 2020 – 17 marzo 2021, n. 7515
Presidente Arienzo – Relatore Cinque

Fatti di causa

1. Il Tribunale di Taranto, con la pronuncia n. 1411 76 del 2008, ha respinto la domanda proposta da T.G. , M.D. , M.L. e M.M. , eredi di M.G. , già dipendente della Ilva lamiere e Tubi srl, diretta ad ottenere la condanna della società al risarcimento del cd. danno morale sofferto per il decesso del loro dante causa dovuto a patologia da questi contratta durante il periodo lavorativo e riconosciuta dall’INAIL.
2. La Corte di appello di Lecce, con la sentenza n. 648 del 2012, ha rigettato i gravami presentati sia dalle originarie ricorrenti che dalla ILVA spa, che aveva incorporato Ilva Lamiere e Tubi srl.
3. A fondamento della decisione i giudici di seconde cure hanno rilevato, sul presupposto che la quietanza liberatoria del 20.4.1999 sottoscritta dalla T. non conteneva alcuna rinuncia per il diritto azionato in giudizio e che non era stato dimostrato il necessario nesso di causalità tra la malattia del lavoratore e l’eventuale mancata adozione di misure atte a prevenire l’insorgere della patologia che non era sufficiente a tal fine – il riconoscimento da parte dell’INAIL della malattia professionale che, comunque, non era opponibile alla ILVA spa; inoltre, hanno evidenziato che non era stata allegata nè provata una attività illecita di qualsivoglia genere da parte del datore di lavoro e che il possesso di un determinato status, al fine della prova del danno non patrimoniale, era inidoneo a sorreggere la pretesa di danno morale sofferto dai congiunti, in assenza di documentazioni che giustificassero il rapporto con la vittima.
4. Hanno proposto ricorso per cassazione avverso tale decisione T.G. , M.D. , M.L. e M.M. , eredi di M.G. , affidato a due motivi, cui hanno resistito la ILVA spa e la FINTECNA spa.
5. Le parti hanno depositato memorie.

Ragioni della decisione

1. I motivi possono essere così sintetizzati.
2. Con il primo motivo le ricorrenti denunziano la violazione e falsa applicazione degli artt. 2043, 2059, 2087, 2227, 2229 e 2697 c.c. e art. 115 c.p.c., comma 2, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, nonché la insufficiente motivazione su un punto decisivo della controversia, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, perché la Corte di appello, trascurando la valenza del provvedimento INAIL del 7.12.1999 e del prospetto INAIL del 25.1.2000, in cui si evidenziava il riconoscimento, in favore del dante causa, dell’inabilità lavorativa totale e permanente per avere contratto il microcitoma polmonare, definito come malattia professionale polmonare per inalazione di I.P.A., non aveva considerato che la dimostrazione della condotta illecita poteva essere fornita sulla base di nozioni di fatto notorie o che rientravano nella comune esperienza o anche sulla base di presunzioni semplici.
3. Con il secondo motivo si censura la violazione e falsa applicazione degli artt. 2059, 2227, 2229 e 2697 c.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per avere la Corte territoriale omesso di considerare che la prova della sofferenza subita da esse eredi per la tragica scomparsa del loro congiunto, avrebbe potuto essere desunta, anche in via esclusivamente presuntiva, dalla stretta relazione parentale esistente tra istanti e deceduto, dal naturale legame affettivo di coniugio e di discendenza diretta che li legava e dalla loro abituale convivenza: elementi che risultavano tutti anche dalla certificazione anagrafica allegata in atti.
4. Il primo motivo è inammissibile.
5. È opportuno sottolineare che le originarie ricorrenti hanno agito per ottenere il riconoscimento del danno cd. morale, iure proprio, sofferto per il decesso del proprio congiunto a cagione della malattia contratta durante l’attività lavorativa e che la fattispecie è stata correttamente inquadrata, dalla Corte territoriale, nell’ambito della responsabilità ex art. 2043 c.c. del datore di lavoro, da parte di soggetti non legati a questi da rapporto contrattuale.
6. Orbene, la Corte di merito ha sviluppato due argomentazioni a sostegno del proprio decisum: la prima riguardante l’inopponibilità alla società dell’avvenuto riconoscimento della malattia professionale, trattandosi di accertamento posto in essere in via amministrativa ed estraneo ad ogni contraddittorio con il datore di lavoro; la seconda concernente la mancanza di allegazione e prova, su una eventuale attività illecita del datore di lavoro, sotto il profilo omissivo e/o commissivo.
7. Il primo assunto, quello relativo alla non opponibilità alla ILVA spa del provvedimento di riconoscimento della malattia professionale da parte dell’INAIL – che è una ratio autonoma della sentenza idonea da sola a reggere il decisum – non è stato impugnato specificamente dalle ricorrenti.
8. La definitività di questo punto rende, pertanto, inammissibile (in termini Cass. n. 22753 del 2011; Cass. n. 3886 del 2011) ogni altro profilo di censura, in particolare quello di una eventuale valenza, come presunzione semplice, di detto riconoscimento, in quanto la non opponibilità dello stesso alla società neutralizza ogni suo valore processuale, nell’ambito di questo giudizio, sia pure solo sotto l’aspetto meramente indiziario.
9. Va, poi, aggiunto – sempre ad avvalorare la declaratoria di inammissibilità delle censure – che un provvedimento di riconoscimento di malattia professionale non può rientrare neanche nella comune esperienza di cui all’art. 115 c.p.c., comma 2, essendo escluse, in tale ambito, le valutazioni che, per essere formulate, necessitano di un apprezzamento tecnico, da acquisirsi mediante ctu o mezzi cognitivi peritali analoghi e per le quali non si può parlare di fatti o regole di esperienza pacificamente acquisite al patrimonio conoscitivo dell’uomo medio o della collettività con un grado di certezza da apparire indubitabile e incontestabile (Cass. n. 15159 del 4.6.2019).
10. In altri termini, quindi, il provvedimento dell’INAIL non può assumere, ai fini di una eventuale responsabilità del datore di lavoro, nè valenza indiziaria, stante la sua inopponibilità alla società, nè valore di fatto notorio, non potendosi giuridicamente individuare come tale.
11. La trattazione del secondo motivo resta, infine, assorbita dal rigetto del primo perché, se risulta inammissibile processualmente, la pretesa sul diritto al risarcimento in astratto, non si può neanche porre il problema di individuare in concreto i possibili destinatari del diritto stesso.
12. L’inammissibilità del primo motivo e l’assorbimento della trattazione del secondo, per il principio della ragione più liquida, rendono superfluo l’esame relativo alla questione della improcedibilità/improponibilità della domanda nei confronti della ILVA spa ora in amministrazione straordinaria ai sensi del D.L. n. 347 del 2003, art. 2 nonché quello della valenza probatoria del giudicato esterno formatosi tra le parti (sentenza Tribunale di Taranto n. 5413/2014), che non può incidere rispetto ad una declaratoria di inammissibilità di tipo processuale del presente ricorso.
13. Attesa la data dell’instaurazione del giudizio di primo grado (citazione notificata in data 29.3.2002) e del regime ratione temporis applicabile, ritiene il Collegio che sussistano giusti motivi per compensare tra le parti le spese del presente giudizio di legittimità, in considerazione del mero fatto storico circa l’avvenuto riconoscimento, in altra sede, alle odierne ricorrenti del risarcimento del danno biologico iure hereditatis in relazione alla stessa vicenda di cui è processo.
14. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo risultante dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, deve provvedersi, ricorrendone i presupposti processuali, sempre come da dispositivo.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il primo motivo, assorbito il secondo. Compensa tra le parti le spese del presente giudizio di legittimità. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte delle ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto


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