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Invalidità, licenziamento e anticipazione dell’età pensionabile

3 Aprile 2021
Invalidità, licenziamento e anticipazione dell’età pensionabile

Sono invalido al 100% e per questo non potrò più svolgere le mie mansioni. Mi manca un anno per poter accedere alla pensione anticipata. Se l’azienda mi licenziasse, quali strumenti esisterebbero per tutelarmi, garantendomi una provvidenza economica a copertura dell’intervallo di tempo intercorrente tra perdita del lavoro e raggiungimento dei requisiti per la pensione anticipata?

I lavoratori privati, iscritti all’assicurazione generale obbligatoria, con invalidità non inferiore all’80%, possono anticipare l’età pensionabile (pensione di vecchiaia) a 55 anni per le donne e a 60 per gli uomini.

Qualora la condizione di invalidità da cui il lavoratore è affetto comporti l’incompatibilità con lo svolgimento delle mansioni assegnate, il datore dovrà fare il possibile per adibire il lavoratore ad altre mansioni, riconducibili al medesimo livello di inquadramento e compatibili con il suo stato di salute.

Qualora non sia possibile adibire il lavoratore a mansioni equivalenti, l’azienda, d’accordo con il dipendente, dovrà valutare altresì una sua ricollocazione anche per lo svolgimento di mansioni inferiori, a parità comunque di retribuzione.

Se il tentativo di ricollocare il dipendente in altre mansioni o sedi non fosse possibile, il datore potrà procedere con il licenziamento per giustificato motivo oggettivo.

Il licenziamento peraltro è purtroppo l’unica opzione nel caso di attestata inabilità permanente e totale al lavoro.

Il lavoratore licenziato potrà allora accedere alla NASpI, un’indennità mensile di disoccupazione avente la funzione di fornire una tutela di sostegno al reddito ai lavoratori con rapporto di lavoro subordinato, che abbiano perduto involontariamente la propria occupazione e che presentino congiuntamente i seguenti requisiti:

  • siano in stato di disoccupazione;
  • possano far valere, nei quattro anni precedenti l’inizio del periodo di disoccupazione, almeno tredici settimane di contribuzione contro la disoccupazione;
  • possano far valere trenta giornate di lavoro effettivo, a prescindere dal minimale contributivo, nei dodici mesi che precedono l’inizio del periodo di disoccupazione.

Con l’accesso alla NASpI il lavoratore potrebbe dunque ricevere un sussidio economico (e contributivo) che, in base all’anzianità di servizio e contributiva maturata, copra in tutto o in parte il periodo di un anno, decorso il quale potrà richiedere la pensione anticipata per invalidità civile.

Evidenzio altresì che, in occasione del licenziamento, si potrebbe tentare di concordare con l’azienda il pagamento di un incentivo all’esodo, che aiuti anch’esso a coprire economicamente (ma non dal punto di vista contributivo) il periodo di disoccupazione in attesa di pensionamento. L’azienda non è tenuta ad alcun pagamento, salvo il licenziamento possa considerarsi in qualche modo viziato, o comunque ci sia una libera volontà aziendale di “andare incontro” alle esigenze del lavoratore.

Purtroppo, in alternativa al licenziamento ed al ricorso alla NASpI non esistono altre opzioni.

L’istituto del congedo straordinario per malattia, l’unica alternativa che si potrebbe considerare in casi analoghi a quello di specie, consiste nella possibilità per il dipendente pubblico o privato di sospendere l’attività lavorativa per un periodo massimo di due anni per gravi motivi famigliari, ma non è retribuito, né può essere computato nell’anzianità di servizio a fini contributivi e previdenziali. Conseguentemente non si prospetta come una soluzione vantaggiosa.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Valentina Azzini



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