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Residenza fiscale estera: come si dimostra?

21 Marzo 2021 | Autore:
Residenza fiscale estera: come si dimostra?

Gli indicatori utilizzati dall’Agenzia Entrate e dai giudici per capire se il soggetto ha mantenuto legami con l’Italia e, dunque, è imponibile nel nostro Paese.

Il Fisco non è tenero con i residenti italiani, figuriamoci se si lascia scappare i cittadini che abitano all’estero o dichiarano di vivere fuori dal nostro Stato: anzi, spesso, tale circostanza è vista con sospetto, come un tentativo di sottrarsi all’imposizione fiscale nazionale. Così il faro è puntato su coloro che hanno una residenza fiscale estera: come si dimostra?

La permanenza abituale al di fuori dei confini italiani va provata, perché la residenza deve essere effettiva e non meramente formale, altrimenti può essere considerata fittizia e allora scatta il recupero a tassazione ad opera dell’Agenzia delle Entrate. Ma c’è una serie di indizi che aiuta a fornire questa dimostrazione e possono essere valorizzate anche alcune circostanze di fatto, come l’avvenuto trasferimento dei figli del contribuente nello Stato estero.

La residenza fiscale

La nozione di residenza fiscale differisce da quella di residenza anagrafica e comprende anche il concetto di domicilio, inteso come il luogo dove una persona, al di là della residenza formale dichiarata al Comune, ha stabilito la sede principale dei suoi affari e interessi: così residenza e domicilio non devono necessariamente coincidere e possono essere collocati in luoghi diversi (se non ti è chiaro questo aspetto leggi “Residenza e domicilio: ci sono differenze?”).

Il concetto di residenza fiscale abbraccia quindi sia la residenza anagrafica – che per le persone fisiche consiste nella dimora abituale in un luogo – sia il domicilio: la legge tributaria [1] dispone che «ai fini delle imposte sui redditi si considerano residenti le persone che per la maggior parte del periodo di imposta sono iscritte nelle anagrafi della popolazione residente o hanno nel territorio dello Stato il domicilio o la residenza ai sensi del codice civile» [2].

Se il domicilio o la residenza si protraggono per oltre 183 giorni all’anno (che diventano 184 negli anni bisestili, di 366 giorni), anche non continuativi, all’estero, la residenza fiscale non è più italiana e diventa straniera. A questo punto, il cittadino che ha collocato la propria dimora abituale fuori dall’Italia è tenuto a chiedere l’iscrizione all’Aire, l’Anagrafe Italiana dei Residenti all’Estero, cancellandosi dagli elenchi della popolazione residente in Italia. Ma, come vedrai ora, questo adempimento formale non è sufficiente per non pagare le tasse in Italia.

La prova della residenza fiscale

L’onere dell’effettivo trasferimento della residenza fiscale all’estero, in caso di contestazioni da parte dell’Agenzia delle Entrate, spetta al contribuente. Per fornire questa dimostrazione – o al contrario per provare, da parte del Fisco, che la residenza è rimasta italiana – vengono valorizzati numerosi elementi, non solo documentali, come il certificato di residenza, ma anche di fatto.

Ad esempio, il soggetto iscritto all’Aire continua ad essere considerato fiscalmente residente in Italia se la sua famiglia rimane nel nostro Paese: si ritiene, infatti, che egli abbia voluto mantenere qui il centro dei propri interessi e dei legami familiari.

L’Agenzia delle Entrate è molto scrupolosa nell’accertare le residenze fiscali in questi casi e tende ad individuare tutti gli interessi patrimoniali, lavorativi e finanziari che il soggetto ha mantenuto in Italia, oltre ovviamente alla circostanza della sua presenza fisica o meno sul territorio nazionale per la maggior parte dell’anno. Ad esempio, un lavoratore transfrontaliero che fa rientro a casa solo nei fine settimana è considerato fiscalmente residente in Italia.

Residenza fiscale in Paesi nella black list

In proposito, c’è anche una norma di legge [3] che rafforza notevolmente i poteri ispettivi e di vigilanza dell’Amministrazione finanziaria: «si considerano altresì residenti, salvo prova contraria, i cittadini italiani cancellati nelle anagrafi della popolazione residente ed emigrati in Stati o territori avente un regime fiscale privilegiato, individuati con decreto del Ministero delle finanze da pubblicare sulla Gazzetta Ufficiale».

Si tratta dei Paesi rientranti nella “black list”, detti anche “paradisi fiscali”, che non hanno stipulato con l’Italia o con l’Unione Europea una convenzione per lo scambio reciproco di informazioni fiscali e sulla doppia imposizione. Per chi si è stabilito in questi Stati opera una presunzione di residenza in Italia a prescindere dalla duratura permanenza all’estero, che è superabile solo con una prova contraria che il contribuente dovrà fornire.

Residenza fiscale: gli indicatori per dimostrarla

La presenza di familiari in Italia non è l’unico indicatore che consente di ritenere la residenza fiscale nel nostro Stato: la giurisprudenza ne ha elaborati diversi altri, tutti dimostrativi dell’esistenza di legami stabili, come la titolarità di cariche sociali in società italiane, la disponibilità di un immobile ad uso abitativo, la presenza di figli minori che frequentano la scuola o anche l’Università in Italia e il conseguimento di significativi redditi (di capitale e di lavoro dipendente o autonomo) erogati da imprese italiane.

Questi elementi valgono però anche in senso inverso, cioè quando sono insussistenti depongono decisamente a favore dell’effettivo trasferimento all’estero. Proprio in un caso di contribuente italiano iscritto all’Aire sin dal 1994, che aveva acquisito la cittadinanza e la residenza fiscale in Inghilterra nel 2011 e aveva portato con sé i propri figli, la Corte di Cassazione [4], disattendendo la tesi contraria dell’Agenzia delle Entrate, ha stabilito che la loro riscontrata permanenza nel territorio del Regno Unito era un indizio rilevante per escludere la residenza fiscale in Italia, nonostante i ragazzi non avessero ancora acquisito la cittadinanza britannica. In una sentenza “gemella” la Suprema Corte [5] ha affermato la validità del medesimo principio anche in relazione ai redditi conseguiti da questo cittadino inglese per le sue partecipazioni societarie.


note

[1] Art. 2 D.P.R. n. 917/1986 (Testo Unico delle Imposte sui Redditi).

[2] Art. 43 Cod. civ.

[3] Art. 2, comma 2 bis D.P.R. n. 917/1986.

[4] Cass. sent. n. 7621/21 del 18.03.2021.

[5] Cass. sent. n. 7622/21 del 18.03.2021.

Autore immagine: depositphotos.com


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1 Commento

  1. Gentile Dott. Remer,
    Sono italiano e vivo in Italia. Avrei intenzione di trasferirmi a Madrid ma ho ricevuto un’offerta di lavoro (da remoto/casa) molto allettante da un’azienda italiana con unica sede in Italia. Dato che all’azienda non importa da dove lavoro, nel caso mi trasferissi in Spagna, può quest’ultima assumermi a tempo indeterminato (o simile/equivalente) se ho residenza in Spagna?
    Quale sarebbe la soluzione migliore per non perdere l’offerta e allo stesso tempo prendere la residenza in Spagna (e di conseguenza pagare le tasse li)?

    Se potesse dirmi il suo pensiero, le sarei molto grato.
    Grazie.

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