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I movimenti sul conto corrente e le indagini dell’agenzia delle entrate: le presunzioni


I movimenti sul conto corrente e le indagini dell’agenzia delle entrate: le presunzioni

> Diritto e Fisco Pubblicato il 3 marzo 2014



Movimenti bancari: possono diventare sospetti per l’Agenzia delle Entrate che ne può presumere ricavi non dichiarati.

Per coloro che esercitano un lavoro autonomo (liberi professionisti come avvocati, commercialisti, ecc.) o un’attività di impresa, vige una regola: l’Agenzia delle Entrate presume che tutti i prelievi fatti in banca – se non giustificati con pezze d’appoggio (per es. fatture di acquisti, scontrini, ecc.) – costituiscono ricavi o compensi e, pertanto, possono essere oggetto di un accertamento fiscale. Ciò vale anche per i soggetti che non sono tenuti a tenere le scritture contabili (perché si trovano nel regime dei minimi o in quello contabile agevolato o delle nuove iniziative produttive).

Invece, per tutti i privati cittadini, qualsiasi sia la loro attività, la stessa presunzione vige per i versamenti in banca.

L’agenzia delle Entrate si è così pronunciata, a Telefisco 2014, su due questioni non ancora chiarite dalla giurisprudenza.

La legge [1] stabilisce che i dati risultanti dalle movimentazioni bancarie sono posti a base degli accertamenti fiscali se il contribuente non dimostra che ne ha tenuto conto per determinare il reddito o che gli stessi non assumono rilevanza a tale fine. Alle stesse condizioni i prelevamenti o gli importi riscossi sono considerati ricavi o compensi se il contribuente non indica il beneficiario e sempre che non risultino dalle scritture contabili.

Dunque, in sintesi, la presunzione dei versamenti si riferisce alla generalità dei cittadini; invece quella sui prelevamenti, solo quando vi sia un’attività economica, anche di natura professionale [2].

Al contrario, la Cassazione non ha operato distinzioni tra prelevamenti e versamenti. La Corte, infatti, si è limitata ad affermare, in via generale, che il fisco può utilizzare indifferentemente tutte le informazioni sul contribuente provenienti dalle banche a prescindere se questi eserciti un’attività di lavoro autonomo o d’impresa [3]; pertanto è possibile rettificare in base a essi le dichiarazioni dei redditi di qualsiasi contribuente [4].

Il contribuente deve fornire la prova contraria rispetto alle presunzioni fondate sulle risultanze delle movimentazioni bancarie. Ma fin dove può spingersi tale prova?

La Cassazione ha sempre affermato che la prova contraria non può essere generica (né si può trattare di semplici presunzioni) ma deve essere fornita con riferimento a ciascuna operazione [5].

note

[1] Art. 32, comma 1, n. 2, del Dpr 600/73.

[2] Ag. Entrate, circolare 32/E del 2006.

[3] Cass. sent. n. 9573/07, n. 23690/07, n. 21132/11, n. 3263/12.

[4] Cass. sent. n. 22514/13 e ord. n. 25120/13.

[5] Cass. sent. n. 25502/11, n. 625/12 e n. 2484/2013.

Autore immagine: 123rf.com

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1 Commento

  1. Un assurdo: se io prelevo 1.000 euro (assolutamente miei!) per pagare benzina, ristorante, cinema o quello che mi pare, e non conservo TUTTE le ricevute (tenendo presente che non sempre si ha la ricevuta per la benzina, in quanto il sistema di controllo è diverso), come faccio a ricordare dove li ho spesi? E mi devo far dare ricevuta anche per le mance? Qual’è la “franchigia”? E per quanti anni debbo conservare TUTTE le ricevute?

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