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Cure in clinica privata: quando l’Asl deve rimborsare?

10 Aprile 2021
Cure in clinica privata: quando l’Asl deve rimborsare?

Ho subito un intervento in una clinica medica non convenzionata in quanto, causa Covid-19, non accettavano il mio ricovero nelle strutture convenzionate con il Ssn. Ho diritto a richiedere totale o parziale rimborso dall’Asl?

Secondo la Corte di Cassazione (sentenza n. 2444/2011), i malati hanno diritto al rimborso per le cure in clinica privata. A parere della Suprema Corte, i cittadini possono farsi operare da medici privati, se le liste d’attesa negli ospedali e nelle strutture convenzionate mettono a rischio la sopravvivenza o semplicemente la salute. Le Asl devono rimborsare le spese sostenute senza la pretesa dell’assenso preventivo per il ricovero in clinica.

La sentenza in commento ha però specificato che il diritto al rimborso scatta solamente in condizioni di gravi urgenza che non consentono di ottenere la previa autorizzazione, da parte dell’Asl, a rivolgersi presso strutture non convenzionate. Secondo i giudici, in caso di pericolo di vita o di gravi condizioni di salute, manca ogni potere autorizzatorio discrezionale della pubblica amministrazione perché oggetto della domanda è il diritto fondamentale alla salute.

In altre parole, solo nei casi di estrema urgenza il cittadino può pretendere dall’Asl il rimborso di quanto speso, pur in assenza di autorizzazione preventiva da parte dell’azienda sanitaria pubblica.

Lo stesso è stato stabilito, più di recente, dal Tribunale di Brindisi (sentenza n.1059/2020), il quale ha ritenuto che la sussistenza del diritto all’erogazione, da parte del Servizio Sanitario Nazionale, di cure tempestive non ottenibili dal servizio pubblico, quando siano prospettati motivi di urgenza suscettibili di esporre la salute a pregiudizi gravi ed irreversibili, deve essere accertato sulla base dei presupposti richiesti dalla disciplina dettata in materia sanitaria dal D. Lgs 30 dicembre 1992,n.502 (nel testo modificato dal D.lgs. 19 giugno 1999,n.229, art.1).

Così testualmente la sentenza del Tribunale di Brindisi: «Elemento essenziale di discrimine – nel riconoscere o meno l’insorgenza del diritto soggettivo al rimborso delle suddette spese, da parte della Azienda Sanitaria territorialmente competente – è l’effettiva ricorrenza di una comprovata situazione, non soltanto di pericolo di vita o di rischio di aggravamento della malattia per l’assistito, ma anche di impossibilità per la struttura pubblica convenzionata di offrire a costui l’intervento o la cura nei tempi e modi utili, alla luce delle conoscenze medico – scientifiche. Si può, quindi, affermare che urgenza ed indifferibilità dell’intervento terapeutico da un lato, e impossibilità per la struttura pubblica di approntare in modo tempestivo tale intervento dall’altro, costituiscono vere e proprie condizioni legislativamente imposte per il riconoscimento del diritto soggettivo al rimborso da parte del SSN delle spese sanitarie sostenute in regime di assistenza non convenzionata».

Dello stesso tenore anche il Tribunale di Lecce, sez. II civile, sentenza del 12/01/2016.

Tanto premesso, il caso esposto nel quesito si inserisce nell’alveo dell’emergenza sanitaria da Covid-19. Sul punto non esistono precedenti, in quanto la giurisprudenza non ha avuto ancora modo di esprimersi a proposito di casi del genere.

Volendo tuttavia applicare i princìpi sinora esposti, si può ipotizzare che anche nel caso prospettato nel quesito si possa chiedere il rimborso (almeno con riferimento ai costi sostenuti per l’intervento) purché però:

  • vi sia stata assoluta urgenza di procedere presso una struttura privata non convenzionata;
  • sia dimostrabile il diniego o l’impossibilità, da parte della sanità pubblica, di curare il paziente.

Per dimostrare il primo requisito occorre un’idonea perizia svolta da un medico legale, il quale potrà esaminare tutta la documentazione che ha giustificato l’intervento. In sede giudiziale, questo compito può essere demandato dal Giudice a un Ctu, il quale dovrà appunto attestare che:

  • al momento dell’operazione vi era una effettiva situazione di urgenza;
  • l’intervento era adeguato e indifferibile, in grado di migliorare una situazione altrimenti insostenibile;
  • il Servizio sanitario pubblico non poteva offrire l’assistenza richiesta per l’esecuzione dei trattamenti terapeutici.

A sommesso avviso dello scrivente, tuttavia, non può affermarsi con assoluta certezza che una richiesta del genere venga accolta. Ciò perché, a differenza di tutti i casi affrontati dalla giurisprudenza sino a questo momento, la situazione pandemica ha rivisto le priorità della Sanità nazionale.

Questo ovviamente non giustifica l’abbandono totale del paziente, il quale ha diritto alle cure mediche tempestive non solo in caso di patologia oncologica (o altra di uguale gravità), ma anche in tutti quei casi in cui il diritto alla salute è messo a repentaglio da diverse altre patologie che possono essere ugualmente dolorose.

In altre parole, a parere dello scrivente, anche se la sciatalgia con espulsione dell’ernia non rientra tra le patologie che mettono a repentaglio la vita umana, se è dimostrato che il dolore causato era insostenibile e perfino limitava (fin quasi ad escluderla) la mobilità, allora ricorrono le condizioni per un ricovero d’urgenza presso una struttura sanitaria pubblica. In caso di diniego di quest’ultima, allora il Ssn dovrà rimborsare le spese sostenute per il ricovero e l’intervento in struttura privata non convenzionata. Non a caso, la sentenza del Tribunale di Brindisi sopra citata parla di “motivi di urgenza suscettibili di esporre la salute a pregiudizi gravi ed irreversibili”, non necessariamente ad esiti nefasti.

Il consiglio quindi è di procedere con una messa in mora formale da inviare all’Asl competente, magari prospettando una sintesi di quanto illustrato in questa sede.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Mariano Acquaviva



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