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Guadagno in nero: come lo calcola il Fisco?

24 Marzo 2021 | Autore:
Guadagno in nero: come lo calcola il Fisco?

I criteri di determinazione dei maggiori redditi o ricavi: l’esame dei movimenti bancari e la percentuale di ricarico. Come difendersi dall’accertamento.

Quando i militari della Guardia di Finanza o i funzionari dell’Agenzia delle Entrate ricostruiscono il reddito imponibile di un imprenditore, di un commerciante o di un artigiano, non si limitano a prendere in esame la contabilità ma svolgono una serie di attività ulteriori: fanno l’inventario del monte merci in magazzino e cercano di individuare le merci e le prestazioni di servizi non fatturate. Con queste operazioni spesso si scovano operazioni imponibili che sono state sottratte a tassazione.

Ma in concreto come calcola il Fisco il guadagno in nero? Il punto fondamentale è che l’evasione può essere “presunta” in base ad alcuni indicatori di estrema importanza: tra questi vi sono l’analisi dei movimenti bancari ed il calcolo del ricarico applicato. Con questi metodi si riesce a capire quali sono stati gli effettivi incassi e a quanto ammontano i margini di guadagno ottenuti sulle vendite. A quel punto, la palla passa al soggetto accertato, che è tenuto a dimostrare che le cose stanno diversamente rispetto a quanto calcolato dai verificatori, ma per riuscirci dovrà contestare queste risultanze in maniera puntuale.

L’analisi dei movimenti bancari: versamenti e prelievi

Il primo e più noto strumento utilizzato dal Fisco è quello della ricostruzione dei movimenti bancari avvenuti sul conto corrente del soggetto esaminato. Per gli imprenditori, i versamenti e i prelievi si presumono ricavi fino a prova contraria: è il contribuente che deve dimostrare di averli considerati per la determinazione del reddito imponibile, oppure che essi non hanno rilevanza poiché, ad esempio, sono già stati tassati alla fonte oppure sono esenti.

Il limite al di sotto del quale questa presunzione non opera è di 1.000 euro giornalieri e di 5.000 euro mensili. Per i professionisti ed i lavoratori autonomi vale la stessa regola, ma solo per i versamenti; i prelievi, invece, non devono essere giustificati (leggi in proposito “Prelievi bancari: quando diventano ricavi in nero”).

Dunque, riepilogando: se sei un imprenditore, il Fisco presume che tutte le somme versate o prelevate dal conto corrente riguardino operazioni imponibili e rappresentino ricavi; se sei un professionista (o anche un lavoratore dipendente, un disoccupato o un qualsiasi altro tipo di contribuente, non necessariamente munito di partita Iva), solo i versamenti che affluiscono sul conto sono considerati, fino a prova contraria, redditi imponibili. È evidente che così il Fisco scopre i ricavi in nero versati in banca.

Ma questo metodo rileva solo le operazioni tracciabili e così sfuggono molte vendite in nero e i relativi pagamenti, specialmente se essi sono effettuati per contanti o anche con canali bancari ma attraverso altri soggetti. Così esiste un altro criterio che considera le merci ed i prodotti nella loro consistenza materiale: il ricarico.

Il ricarico percentuale: come si calcola

Il metodo utilizzato più spesso dai verificatori presso aziende o negozi è quello del ricarico: si calcola la percentuale che il rivenditore (impresa produttrice o importatrice, commerciante all’ingrosso o al dettaglio) applica in aumento al prezzo di acquisto sostenuto, per stabilire il prezzo di vendita finale di quel prodotto.

Il ricarico esprime il guadagno dell’imprenditore o del commerciante: quando la merce viene venduta, la differenza tra il prezzo pagato dal cliente e quello sostenuto dall’impresa commerciale per l’acquisto di quel prodotto sarà appunto il ricavato dell’operazione. Questa cifra è fiscalmente imponibile: da qui, si passa a vedere se è stata dichiarata o no.

Il ricarico è un sistema pratico e viene utilizzato frequentemente dai commercianti di qualsiasi settore per determinare il prezzo di vendita al pubblico delle loro merci, con un ragionamento di questo tipo: ho acquistato quei prodotti a 100, devo venderli almeno a 150 per coprire tutti i costi d’esercizio (compresi quelli fissi) e ottenere un utile, quindi applicherò su di essi una percentuale di ricarico del 50% sul costo al quale li ho pagati.

Metodi per calcolare il ricarico

L’imprenditore sa quale ricarico ha deciso di praticare, il Fisco deve arrivarci. Per calcolare la percentuale di ricarico a ritroso – partendo cioè dalle fatture di acquisto, considerate le rimanenze di magazzino e le fatture di vendita – esistono due basilari sistemi, entrambi basati sull’aritmetica: quello della media semplice e quello della media ponderata.

Il primo metodo – la media semplice – è il più grezzo: calcola la percentuale di ricarico su ciascun bene in vendita, a prescindere dalla sua concreta incidenza sull’ammontare e sul volume complessivi: così, ad esempio, in un bar un caffè “peserà” quanto una birra, anche se l’esercizio fa 80 caffè in una giornata e vende solo 10 birre. Il Fisco determina il “costo del venduto” prendendo in esame, da una parte, le giacenze di merce e le fatture di acquisto, e, dall’altra parte, le rimanenze finali, calcolate alla fine dell’esercizio o rilevate al momento di inizio della verifica: ciò che manca all’appello si considera venduto nell’esercizio dell’impresa e i ricavi conseguiti vengono stabiliti applicando, appunto, la percentuale di ricarico.

Il secondo criterio, cioè quello della media ponderata, è più sofisticato poiché considera che possono esserci notevoli differenze di ricarico per ciascun prodotto esaminato, quando la tipologia è estesa (in un negozio di abbigliamento, potrei applicare un ricarico del 30% sulle camicie e del 50% sui giacconi). Questo metodo rispecchia meglio la realtà, soprattutto quando le merci vendute sono tra loro disomogenee e presentano volumi di vendite diversi per ciascuna (ogni mese, vendo 100 camicie ma solo 15 giacconi, perciò nel mio ricarico effettivo “peserà” di più la percentuale del 30% rispetto a quella del 50%).

Per un’applicazione efficace bisogna considerare anche il prezzo praticato (un giaccone costa almeno il triplo di una camicia): per questo la media pondera, in modo matematico, le diverse fonti di ricavo e arriva così a ricostruire una percentuale di ricavo più attendibile di quella ricavata dalla media semplice.

Come difendersi da una verifica basata sul ricarico

Il contribuente ha diritto di presenziare alle operazioni di rilevazione delle merci e di calcolo della percentuale di ricarico svolte dai verificatori; può interloquire e indicare egli stesso qual è il ricarico applicato al costo delle merci vendute, specificando se la sua determinazione è avvenuta in maniera semplice oppure ponderata e, in tal caso, indicando il ricarico per ciascuna tipologia di prodotti.

Tutte le sue osservazioni devono essere riportate nel verbale di verifica giornaliero e recepite nel processo verbale di constatazione (pvc) redatto al termine delle operazioni, che costituirà la base per l’eventuale avviso di accertamento dei maggiori redditi. Dunque, il soggetto accertato può contribuire, fin dall’inizio, a determinare la percentuale di ricarico del suo esercizio, evidenziando quali merci vengono vendute più spesso e quali invece sono destinate a rimanere giacenti in magazzino anche per lungo tempo.

La percentuale di ricarico applicata dai verificatori può essere contestata anche in sede di ricorso contro l’atto impositivo, se si è in grado di far valere circostanze diverse rispetto a quelle considerate dal Fisco o se vi sono errori di calcolo. In una nuova pronuncia, la Corte di Cassazione [1] ha affermato che quando l’accertamento si fonda sul ricarico, la scelta tra il criterio della media semplice e quella ponderata dipende dal tipo degli articoli considerati.

In tali casi, spetta al contribuente dimostrare che vi è una disomogeneità tra i prodotti o una differenza di valore, tali da richiedere una ponderazione diversa da quella fatta dal Fisco per arrivare ad una media più esatta: così egli può dimostrare, ad esempio, che i prodotti più venduti hanno un ricarico inferiore a quello medio, in modo da abbassare la percentuale e diminuire l’ammontare dei guadagni ritenuti dall’Agenzia delle Entrate.


note

[1] Cass. ord. n. 7960/21 del 22.03.2021.


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1 Commento

  1. Ma questi che lavorano in nero si rendono conto che danneggiano l’economia del Paese? E sono molti ad incassare soldi e non dichiarare soldi. Specialmente le partite Iva. Questi meritano di ricevere sanzioni salate. Ora, piangono che non incassano come un tempo, ma prima ne hanno presi soldi sotto banco alla faccia di chi onestamente versa le tasse

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