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Lite tra cani senza guinzaglio

25 Marzo 2021
Lite tra cani senza guinzaglio

Rissa tra cani: responsabilità legale e risarcimento danni.

La lite tra cani senza guinzaglio è abbastanza frequente, specie nei parchi dove gli animali vengono lasciati liberi di correre all’interno degli spazi a ciò destinati. Se tuttavia dalla rissa dovessero derivare delle ferite ad uno dei quadrupedi sarà necessario individuare il soggetto tenuto a risarcire le spese veterinarie al relativo proprietario. A tal fine, la prima cosa da fare è individuare se vi sia una colpa nella custodia dei cani. Di tanto ha parlato anche una recente sentenza della Cassazione che qui di seguito commenteremo. 

Ecco allora di chi è la responsabilità in caso di lite tra cani senza guinzaglio.

Responsabilità per danni provocati dal cane

Il principio sancito dal Codice civile all’articolo 2052 è abbastanza semplice: dei danni provocati dal cane è responsabile chiunque lo porti a spasso o lo abbia in affidamento, anche se non è il proprietario. Tale responsabilità scatta per il solo fatto di avere una relazione materiale con l’animale (come potrebbe succedere con il dog sitter o con il partner del titolare dell’animale). La conseguenza è l’obbligo di risarcire il danneggiato di tutte le conseguenze che abbia patito a seguito dell’aggressione del cane.

Per evitare di rispondere delle condotte del cane è necessario dimostrare il cosiddetto caso fortuito ossia un fattore imprevedibile e inevitabile, il più delle volte costituito da una condotta abnorme della vittima: è il caso di chi tiri un sasso al cane o gli calpesti la coda; non è invece il caso di chi lo accarezzi contropelo.

Responsabilità se il cane scappa dal cancello o dal guinzaglio

Non costituisce un caso fortuito il fatto che il cane riesca a scappare dal cancello o a divincolarsi dalla presa del padrone, strattonando il guinzaglio. Decisiva è la condotta del padrone che deve poter prevenire reazioni di questo tipo. Quindi, se la recinzione del cane non è solidamente ancorata o se il cane di forte muscolatura, in grado di scappare dal guinzaglio, non è anche assicurato da una museruola, il custode è responsabile. 

Lite tra cani senza guinzaglio: chi paga i danni?

Nel caso di due cani che, senza guinzaglio, si siano reciprocamente azzannati, si potrà parlare di un concorso di colpa: infatti, la responsabilità è ascrivibile ad entrambi i proprietari che non hanno adottato le opportune cautele per evitare il danno. 

Il giudice potrebbe tuttavia stabilire una diversa percentuale di colpa sulla base della pericolosità dell’animale e della sua taglia. Ad esempio, essendo meno probabile che un cagnolino di ridotte dimensioni possa arrecare un danno a terzi o ad altri cani, il relativo proprietario potrebbe essere ritenuto responsabile in misura inferiore al 50%. Il più del danno sarà quindi corrisposto dal proprietario del cane più grosso.

Cane senza museruola ne azzanna uno con la museruola

Nel caso di lite tra due cani senza guinzaglio di cui uno è con la museruola, la responsabilità per le lesioni riportate da quest’ultimo sarà sicuramente da addossare per intero in capo al proprietario dell’altro animale, non avendo adottato le giuste misure di sicurezza per impedire il danno.

Lite tra cani, uno libero e l’altro al guinzaglio

Diverso è il discorso se un cane è assicurato al guinzaglio e l’altro non lo è. Nel caso di rissa, il danno sarà interamente coperto dal proprietario di quest’ultimo, il cui comportamento è da ritenersi imprudente per non aver tenuto sotto controllo il quadrupede.

Stesso discorso vale nel caso in cui un cane si introduce nella proprietà di un altro e viene azzannato dal cane ivi presente: anche in questa ipotesi, l’intera responsabilità è del titolare del cane libero o che è riuscito a scappare. 

Difatti, il citato articolo 2052 del Codice civile estende la responsabilità del padrone anche nel caso in cui il cane riesca a scappare da un guinzaglio, da un recinto, da una catena, da una qualsiasi recinzione.

Danni e risarcimento per ferita del cane

La responsabilità del proprietario del cane che non ha assicurato l’animale al guinzaglio copre innanzitutto le spese veterinarie sostenute dalla controparte. Se poi l’altro cane dovesse morire, la responsabilità si estenderà al danno non patrimoniale, derivante dalla sofferenza per la perdita dell’animale da compagnia.

Ricordiamo che la responsabilità per i danni che un cane provoca a un altro è sempre di natura civile, ossia risarcitoria. Non è invece previsto alcun reato, reato che scatta solo se il cane azzanna una persona procurandogli lesioni. 


note

[1] Cass. sent. n. 11093/21 del 23.03.2021.

   Corte di Cassazione, sez. IV Penale, sentenza 3 – 23 marzo 2021, n. 11093

Presidente Piccialli – Relatore Cenci

Ritenuto in fatto

1. La Corte di appello di Firenze il 12 novembre 2019 ha integralmente confermato la sentenza, impugnata dall’imputata, con cui il Tribunale di Siena il 6 ottobre 2017, all’esito del dibattimento, per quanto in questa sede rileva, ha riconosciuto H.S.M.A. responsabile del reato di lesioni colpose lievi nei confronti di B.G. , in conseguenza condannando la stessa, con le circostanze attenuanti generiche, alla pena di giustizia, oltre al risarcimento, in forma generica, dei danni patiti dalla parte civile.

2. Il fatto, in sintesi, come ricostruito concordemente dai giudici di merito.

Nel pomeriggio del (omissis) B.G. , mentre era a passeggio con il proprio cane di piccola taglia, in particolare percorrendo un’area condominiale confinante con la proprietà privata di H.S.M.A. , si è sentito tirare il guinzaglio al quale era legato il proprio barboncino nano e si è avveduto che uno dei cinque cani pitbull incrociati con altre razze, già noti per la propria aggressività, sportosi fuori dalla proprietà dell’imputata dopo essersi affacciato con il muso sotto la recinzione a maglie, recinzione che era solo appoggiata sopra il muretto di confine di laterizi di circa 30 centimetri di altezza e non già fissata, ha azzannato il cagnolino e lo ha trascinato all’interno della proprietà, dove è stato sbranato dai cani feroci.

B.G. , nel tentativo – purtroppo rivelatosi vano – di salvare il proprio cagnolino, ha infilato le braccia sotto la rete all’interno della proprietà H. ed è stato morso dai cani agli arti inferiori.

I giudici di merito hanno valorizzato, anche con richiamo di più precedenti di legittimità (v. specc. p. 9-10 della decisione del Tribunale), la posizione di garanzia del proprietario e/o del detentore dei cani al fine di evitare aggressioni da parte degli stessi e la mancata adozione da parte dell’imputata, che è risultata essere proprietaria sia dei cani che del terreno ove gli animali si trovavano, delle opportune cautele (art. 40 c.p., comma 2).

3. Ricorre per la cassazione della sentenza, tramite difensore di fiducia, H.S.M.A. affidandosi a tre motivi, con i quali denunzia promiscuamente violazione di legge e difetto di motivazione.

3.1. Con il primo motivo la ricorrente censura ritenuta violazione degli artt. 590 e 40 c.p. ed omessa, erronea, contraddittoria e manifesta illogicità della motivazione in punto di sussistenza del reato come contestato.

Richiamata la motivazione della Corte territoriale, la ricorrente pone la stessa a confronto con quella del Tribunale e sottolinea i seguenti aspetti, a suo dire, irrisolti: non sarebbe mai esistito un buco nella rete di recinzione della proprietà della signora H. , come emerso da varie fonti di prova testimoniali, tra cui il Carabiniere R. ; non sarebbe emerso come il cane o i cani dell’imputata sia/siano fuoriuscito/i dalla recinzione per prendere il barboncino; non si capirebbe quale sarebbe la prova delle lesioni patite da B. ; non si comprenderebbe se sussista o meno un nesso causale tra il comportamento omissivo improprio contestato alla donna e l’evento lesivo; si ignorerebbe la causa della morte del barboncino, se cioè per essere stato sbranato o per morte naturale, non essendo stata eseguita autopsia sul piccolo animale.

Dunque, anche tenuto conto che i testimoni cui hanno prestato fede i giudici di merito, comprese le parti civili, sarebbero, ad avviso della ricorrente, inattendibili e prive di elementi di riscontro, la Corte di appello avrebbe dovuto assolvere l’imputata, per non avere raggiunto la prova dei fatti contestati.

3.2. Con il secondo motivo lamenta violazione e falsa applicazione della legge penale ed omessa, erriinea, contraddittoria e manifesta illogicità della giustificazione quanto alla sussistenza del nesso causale tra il fatto contestato e le lesioni che ne sarebbero derivate, così come contestate nell’editto.

Dalla certificazione allegata alla perizia emergerebbe che nessuna delle ferite sulla braccia della vittima sarebbe compatibile con plurimi morsi di cane.

3.3. Infine, mediante l’ultimo motivo H.S.M.A. si duole della ulteriore violazione degli artt. 40 e 590 c.p. ed omisione, erroneità, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione “in punto alla sussistenza del nesso causale tra il comportamento omissivo improprio contestato alla H. e l’evento lesivo contestato in relazione al reato come contestato ne/ capo di imputazione” (così alla p. 9 del ricorso).

La motivazione della Corte di appello sarebbe nulla per sostanziale omissione di pronunzia in relazione allo specifico motivo di doglianza della difesa dell’imputata, che con l’appello ha chiesto l’assoluzione in ragione della omessa considerazione di prove inequivocabili consistenti nella dichiarazione di due testimoni (il Carabiniere R. e D. ) circa l’assenza di danneggiamenti o di fori della rete da cui potessero passare gli animali. Inoltre, la Corte territoriale non avrebbe motivato sulla circostanza che la rete non fosse ancorata al suolo.

Infine, trattandosi di reato omissivo improprio, non sarebbe stato rispettato il canone di giudizio dell’alta probabilità razionale puntualizzato dalle Sezioni Unite nella pronuncia n. 390328 del 10/07/201023, ric. Franzese, Rv. 22128.

Si chiede, dunque, l’annullamento della sentenza impugnata.

4. Il P.G. della Corte di cassazione il 13 febbraio 2021 nelle conclusioni scritte D.L. 28 ottobre 2020, n. 137, ex art. 23, comma 8, convertito, con modificaz., nella L. 18 dicembre 2020, n. 176, ha chiesto il rigetto del ricorso.

5. Con memoria del 22 febbraio 2021 la difesa della parte civile B.G. ha chiesto dichiararsi inammissibile o, in subordine, rigettarsi il ricorso dell’imputata; in ogni caso, con conferma delle statuizioni civili e con vittoria di spese, per la liquidazione delle quali si è rimessa a giustizia.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è manifestamente infondato, sotto tutti i profili oggetto di doglianza.

I tre motivi, infatti, sotto l’apparente richiamo ad asserite violazioni di legge, si limitano, in realtà, a reiterare le stesse doglianze già svolte con l’impugnazione di merito (cfr. atto di appello) e che hanno già trovato risposta più che adeguata nella doppia conforme di merito.

Il ricorso è in larga parte costruito in fatto ed è aspecifico, non confrontandosi effettivamente con la sentenza impugnata: la difesa dell’imputata, in particolare, continua ad insistere sui temi della non esistenza di buchi nella rete e della asserita – ma non meglio spiegata – inattendibilità dei testimoni, trascurando che i giudici di merito hanno concordemente ritenuto che il cane feroce non è uscito da un foro ma si è infilato sotto la rete, che la rete era solo appoggiata sul muretto di trenta centimetri e non era fissata ad esso, richiamando al riguardo sia fotografie che testimonianze provenienti da testi qualificati (Carabinieri) ovvero che hanno assistito direttamente agli accadimenti (v. pp. 6-7 della decisione impugnata e pp. 6-9 di quella del Tribunale).

L’impugnazione ignora la reale struttura motivazionale della sentenza (ad esempio, sottolineando la mancata autopsia del povero animaletto dilaniato dai feroci cani dell’imputata), che non è basata su di un ragionamento affidato ad una qualificata credibilità razionale ma su una precisa dinamica descritta concordemente da più testi oculari ritenuti attendibili ed ulteriormente confermata da dati obiettivi di cui danno analiticamente atto i giudici di merito (l’essere la rete di recinzione non fissata alla base ma solo appoggiata; l’essere il barboncino morto; l’avere la persona offesa riportato lesioni certificate da sanitario; l’essere i cani dell’imputata aggressivi).

Ed è appena il caso di sottolineare che è pacifico che “In tema di omessa custodia di animali, al fine di escludere la colpa, consistente nella mancata adozione delle dovute cautele, non è sufficiente che l’animale sia tenuto in un luogo privato e recintato, ma è necessario che tale luogo sia idoneo a evitare che lo stesso possa sottrarsi alla custodia o al controllo. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto immune da censure la sentenza che aveva ò affermato la responsabilità, per il reato di lesioni colpose, dell’imputato che, aprendo il cancello automatico dell’abitazione, non si era avveduto dell’uscita del cane di grossa taglia)” (Sez. 4, n. 13464 del 19/11/2019, dep. 2020, Splendore, Rv. 278920-01; in conformità, v. Sez. 4, n. 47141 del 09/10/2007, Iacovella, Rv. 238351-01 secondo cui “In tema di omessa custodia di animali, al fine di escludere la colpa, consistente nella mancata adozione delle debite cautele nella custodia, non è sufficiente tenere l’animale in un luogo privato e recintato, ma è necessario che tale luogo sia idoneo a prevenirne la fuga. (Nella fattispecie la Corte ha ravvisato la responsabilità dell’imputato che aveva rinchiuso il cane in un cortile da cui l’animale era facilmente scappato per un’apertura nella recinzione, ed aveva provocato un sinistro stradale”).

2. Risultando, dunque, il ricorso inammissibile e non ravvisandosi ai sensi dell’art. 616 c.p.p. assenza di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità (Corte Costituzionale, sentenza n. 186 del 13 giugno 2000), alla condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali consegue anche quella al pagamento della sanzione pecuniaria nella misura, che si stima conforme a diritto ed equa, di tremila Euro; oltre alla refusione delle spese sostenute dalla parte civile, che si liquidano nella somma indicata in dispositivo.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro tremila in favore della Cassa delle Ammende nonché alla rifusione delle spese sostenute dalla parte civile B.G. in questo giudizio di legittimità che liquida in Euro 2.500,00 (duemilacinquecento), oltre accessori come per legge.


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