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Fotografare una persona che non fa il suo lavoro è reato?

25 Marzo 2021
Fotografare una persona che non fa il suo lavoro è reato?

È reato pubblicare una foto per far vedere che i dipendenti pubblici non lavorano?

Una foto può essere diffamazione. Tutto dipende dal contesto e, chiaramente, dal significato che assume la foto stessa. Se, in generale, fotografare di nascosto una persona non è consentito dalla legge, neanche se questa si dovesse trovare in un luogo pubblico (a meno che non sia inserita in un contesto più ampio come una cerimonia, un corteo, una manifestazione, ecc.), la questione si ripropone tutte le volte in cui lo scatto serve per denunciare un illecito o un inadempimento ai propri doveri. Si pensi alla foto fatta ai vigili mentre prendono il caffè al bar invece di fare le multe o ai dipendenti del Comune che chiacchierano allegramente per strada invece di smaltire le pratiche affidate loro dall’ente. Di qui il quesito di carattere legale: fotografare una persona che non fa il suo lavoro è reato? Si può, in questi casi, parlare di diffamazione? A dare una risposta è stata una recente sentenza della Cassazione [1].

Dire fannullone è reato?

Partiamo da un punto fermo: dire «fannullone» a una persona è diffamazione. Anche se ciò dovesse corrispondere al vero. C’è già la magistratura per accusare e punire chi non fa il proprio dovere. Il privato non può erigersi a giudice e attentare alla personalità morale o professionale degli altri. 

Fotografare una persona che non lavora o non fa il suo dovere è reato?

La questione si sposta poi dalle parole alle immagini: può una semplice foto, che induca a pensare che i soggetti ritratti sono dei fannulloni, integrare il reato di diffamazione? Anche in questo caso, la risposta è affermativa. Secondo la Cassazione, seppure può essere lecito fotografare un pubblico funzionario nell’esercizio delle proprie funzioni, non è altrettanto lecito pubblicare poi lo scatto su Internet o su qualsiasi social network. 

È quindi da ritenersi diffamatoria la fotografia che ritrae operai comunali facendo notare che non lavorano.

Attenzione quindi alle critiche espresse sul proprio profilo Facebook o su altri contesti pubblici: può costituire diffamazione la diffusione di foto che riprendono un momento “criticabile” della vita di terzi dando, in pasto all’estesa platea dei social, l’impressione che lo scatto sia rappresentativo di una condotta generalizzata di chi vi è ritratto e di cui così si offende la reputazione.

Secondo la Cassazione, non rileva il fatto che il post di accompagnamento alla foto sia privo di espressioni formalmente offensive: ciò che conta è la reazione che il post stesso può generare nel lettore e, quindi, la sensazione che da esso scaturisce. Il che può essere anche dimostrato dal fiume di critiche degli utenti del social che, alla visione dell’immagine, rincarano la dose. A quel punto, è del tutto indifferente che l’autore dell’insulto cancelli il contenuto dopo che ormai la frittata è stata fatta: il reato è istantaneo, si consuma cioè nel momento stesso in cui la condotta viene portata a termine, a prescindere poi dal tempo di durata dell’illecito che, tutt’al più, può rilevare solo sotto il profilo della maggiore o minore entità del risarcimento del danno. Peraltro, è del tutto indifferente anche il fatto che il profilo sia “chiuso”: per la diffamazione, infatti, basta la comunicazione ad almeno due persone.

La giustificazione di aver agito nell’esercizio del proprio diritto di critica – anche se non quella politica – non è sufficiente a giustificare un giudizio negativo dell’altrui personalità, che può essere tanto quella morale quanto quella professionale.  

Si possono fotografare i vigili urbani che non lavorano?

Un privato può fotografare dei vigili urbani che prendono il caffè al bar ma solo se questi sono già in servizio ed a condizione che l’immagine non venga poi diffusa o pubblicata. Difatti, un comportamento del genere integrerebbe la diffamazione, a meno che i volti non siano oscurati. Completamente illecita è invece la foto scattata quando i poliziotti hanno già terminato il proprio turno o ancora non hanno preso servizio: in quel caso, infatti, sarebbero equiparabili a un qualsiasi privato il quale – come abbiamo anticipato ad inizio di questo articolo – non può essere immortalato per alcuna ragione senza il proprio consenso.

Fotografare un dipendente privato che non lavora è reato? 

C’è un ultimo aspetto a cui bisogna far riferimento ed è quello delle fotografie scattate ai lavoratori privati, da detective o dagli stessi colleghi, come prova del loro inadempimento. Si pensi al caso del dipendente che, pur in malattia, venga sorpreso a fare la spesa o al parco con gli amici. In questo caso, l’attività investigativa privata è certamente lecita, se lo scopo è ovviamente quello di tutelare i diritti del datore di lavoro. Pertanto, l’uso che dello scatto è possibile fare è solo giudiziario (magari come difesa nel caso in cui il licenziamento venga contestato). Non è invece possibile diffonderlo e pubblicarlo su Internet. 


note

[1] Cass. sent. n. 11426/2021.

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 4 – 24 marzo 2021, n. 11426

Presidente Palla – Relatore De Marzo

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza del 04/06/2019 la Corte d’appello di Firenze ha confermato la decisione di primo grado, quanto alla affermazione di responsabilità di G.L. , in relazione al reato di diffamazione, contestatogli per avere pubblicato sul proprio profilo Facebook una fotografia che riprendeva quattro operai del Comune di Cecina durante lo svolgimento delle loro mansioni, con la seguente didascalia: “stazione di Cecina, uno lavora, uno tiene il secchio e due si occupano di relazioni istituzionali, una specie di corpo diplomatico”.

2. Nell’interesse del G. è stato proposto ricorso per cassazione affidato ad un unico motivo, con il quale si lamentano vizi motivazionali, sottolineando: a) che la didascalia rendeva evidente che l’imputato non intendeva riferirsi ai due dipendenti comunali effettivamente impegnati, come confermato dal fatto che, nei commenti successivi, egli chiedeva di non “generalizzare e di non voler puntare il dito contro questi tre nella foto”; b) che il M. e il T. , ossia le costituite parti civili, erano proprio coloro che stavano lavorando; c) che la critica svolta aveva comunque il suo fondamento in un contenuto di verità e che la sentenza impugnata aveva affrontato esclusivamente la questione relativa all’esimente della critica politica, non considerando il più generale profilo del diritto di critica; d) che, infine, nessuna motivazione era stata offerta quanto al riconoscimento delle persone offese.

Considerato in diritto

1. La doglianza, nelle sue varie articolazioni, è infondata.

Premesso che il tema del riconoscimento delle persone effigiate è stato genericamente introdotto già in sede di appello, alla luce della agevole individuabilità delle persone impegnate nella specifica attività lavorativa documentata, si osserva che, come lo stesso ricorrente ammette, egli – ma a posteriori, quando ormai la diffamazione era stata consumata – ha dovuto difendere i quattro operai dagli attacchi che si sono susseguiti dopo la pubblicazione sul suo profilo Facebook della foto e del commento sopra ricordato. Ciò dimostra che non si espone a dubbi di logicità la motivazione con la quale i giudici di merito hanno ricostruito la portata diffamatoria della comunicazione coinvolgente tutti i lavoratori della squadra fotografata, evidentemente additati e in tal modo intesi da coloro che seguivano il profilo dell’imputato – come degli “sfaticati”, in quanto componenti di un gruppo, volta a volta, destinato a dividersi il lavoro in termini di estrema rilassatezza.

In questa prospettiva, escluso che possa essere messo in discussione il carattere lesivo della comunicazione in danno di tutti e ciascuno dei soggetti fotografati, va aggiunto che l’accento posto in ricorso sul diritto di critica tout court, senza riferimento alcuno alla qualificazione politica della stessa, è privo di fondamento. Infatti, le affermazioni adoperate sono prive di razionale correlazione con una base fattuale obiettiva, se si considera che l’avere riprodotto un singolo momento dell’attività lavorativa è condotta del tutto inidonea a rappresentare il fondamento di una critica che, come nel caso di specie, investe l’intera portata della attività stesso o, meglio, della diligenza e dell’impegno di coloro che vi sono coinvolti.

In altre parole, non è sufficiente un qualunque collegamento con singoli episodi a giustificare conclusioni critiche che, aspre o non che siano nei toni, offendono la reputazione dei soggetti interessati, finendo per essere suggestive ed insinuanti, nella misura in cui lasciano intendere ai destinatari della comunicazione che quei singoli episodi siano – ciò che invece non è documentato, ossia non risponde al vero – espressione di una condotta generalizzata.

2. Alla pronuncia di rigetto consegue, ex art. 616 c.p.p., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Non si provvede alla liquidazione delle spese delle parti civili, in ragione della peculiarità della questione e dell’assenza di richiesta in tal senso.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

 


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