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Morte dello zio: spetta il risarcimento ai nipoti?

26 Marzo 2021 | Autore:
Morte dello zio: spetta il risarcimento ai nipoti?

I danni morali possono essere riconosciuti anche se non c’è convivenza, purché si dimostri l’esistenza di un intenso legame affettivo tra i parenti.

A seguito di un grave incidente stradale è deceduta una tua zia, alla quale eri affettivamente molto legato: era la sorella di tua madre. Non abitava con te, ma vi sentivate spesso e il dolore causato dalla perdita è stato molto forte. La tua sofferenza psicologica è profonda e ti chiedi se puoi ottenere un indennizzo dall’assicurazione del conducente che l’ha investita: si tratta infatti di un tuo prossimo congiunto.

Spetta il risarcimento ai nipoti per morte dello zio? In passato, la giurisprudenza era molto restrittiva e non ammetteva il riconoscimento dei danni morali per la perdita di congiunti non conviventi. Ora, invece, le cose stanno cambiando: il danno da perdita da legame parentale viene riconosciuto più spesso e a prescindere dalla coabitazione.

Una nuova sentenza della Corte di Cassazione [1] ha affermato che il risarcimento per la morte della zia spetta anche se i suoi nipoti non erano conviventi con lei, a condizione che dimostrino la sussistenza di un intenso rapporto affettivo. Non è necessario, invece, essere anche eredi della vittima.

Il danno morale: cos’è e a quanto ammonta

Il danno morale è una forma di danno non patrimoniale che concerne il patimento dovuto ad un fatto illecito altrui, come una colpa medico-professionale o un incidente stradale: è una sofferenza interiore, di tipo psicologico, che è difficile da accertare e da quantificare nel suo equivalente monetario risarcibile.

Per essere risarcibile, il danno morale non deve essere transitorio o passeggero, ma deve lasciare conseguenze durature nella psiche della vittima: non basta, cioè, piangere, pur sinceramente, al funerale, occorre invece un patema d’animo più profondo. In alcuni casi, la sofferenza riverbera sul corpo e si traduce in una lesione fisica quantificabile in termini di danno biologico, cioè alla salute.

Risarcimento danni per perdita di prossimi congiunti

Nel caso della perdita di parenti stretti e di prossimi congiunti, come i nonni e gli zii, la risarcibilità del danno morale non è automatica: il patema d’animo va innanzitutto accertato nella sua consistenza e poi deve essere misurato, in termini economici, ricorrendo a criteri presuntivi o all’equità: vale a dire che se l’accertamento è troppo difficile e il danno non può essere provato nel suo preciso ammontare, il risarcimento avviene in via equitativa, secondo la valutazione compiuta dal giudice in base a tutti i dati disponibili.

Così in caso di morte del nonno il risarcimento dei nipoti avviene quando c’è la prova di un forte legame affettivo instaurato tra loro e mantenuto nel corso del tempo, fino al momento della scomparsa dell’anziano.

La famiglia è infatti riconosciuta dalla Costituzione non come un’entità formale ed anagrafica, bensì come una «società naturale» che può essere estesa al di là del nucleo ristretto di persone conviventi, come i coniugi e i loro figli, in modo da comprendere anche gli altri parenti prossimi. E allora seguendo questa prospettiva non è necessaria la coabitazione dei defunti con i superstiti: la Cassazione ha affermato di recente [2] che quello che conta è che vi siano stati «rapporti costanti di reciproco affetto e solidarietà».

Come provare il danno per morte dello zio

Lo stesso criterio utilizzato dalla giurisprudenza per i nonni è stato riconosciuto valido per la morte dello zio o della zia: un’innovativa sentenza della Cassazione [1] ha ora ammesso la risarcibilità del danno parentale se i nipoti dimostrano la sussistenza di un «intenso rapporto affettivo» che può instaurarsi e mantenersi anche se non si vive sotto lo stesso tetto.

La Suprema Corte ha così annullato la sentenza della Corte d’Appello che aveva negato il risarcimento ai nipoti di una donna, vittima di un investimento stradale, poiché mancava la convivenza reciproca: questo requisito non è indispensabile e il legame affettivo esistente può ben essere dimostrato in altri modi, attraverso – spiegano i giudici – «l’esistenza di rapporti costanti e caratterizzati da reciproco affetto e solidarietà con il familiare defunto».

La sentenza a tal proposito sottolinea che la convivenza non è dirimente in quanto «ben possono ipotizzarsi convivenze non fondate su vincoli affettivi ma determinate da necessità economiche, egoismi o altro e ‘non convivenze’ determinate da esigenze di studio o di lavoro o non necessitate da bisogni assistenziali e di cura ma che non implicano, di per, sé, carenza di intensi rapporti affettivi o difetto di relazioni di reciproca solidarietà».

Convivenza zii-nipoti: quando non è necessaria

Dunque, la convivenza non può mai essere una condizione decisiva per ammettere, o per escludere, i nipoti dal risarcimento, quando l’intimità dei rapporti parentali può essere provata per altra via; al massimo, essa può costituire – si legge nella pronuncia – un «elemento probatorio utile, unitamente ad altri elementi, a dimostrare l’ampiezza e la profondità del vincolo affettivo che lega tra loro i parenti» e a determinare anche l’ammontare del danno da liquidare ai nipoti.

L’apertura compiuta dalla Cassazione che ora ammette la risarcibilità del danno parentale per perdita degli zii è notevole, ma gli Ermellini pongono un paletto quando ammoniscono che occorre «evitare il pericolo di una dilatazione ingiustificata dei soggetti danneggiati secondari», cioè quelli ulteriori rispetto ai familiari più stretti (genitori, coniuge, figli): insomma, non tutti i parenti, per il solo fatto di essere tali, hanno diritto ad essere risarciti, ma solo quelli che provano, in concreto, di aver riportato una sofferenza interiore causata dall’improvvisa perdita di una persona di famiglia alla quale erano affettivamente molto legati e con cui condividevano momenti importanti di vita.

Per ulteriori approfondimenti leggi anche “Nipoti: risarcimento danno morale per morte dello zio“. Nel box “sentenza” al termine di questo articolo, puoi leggere integralmente la nuova pronuncia della Corte di Cassazione di cui ti abbiamo parlato e che ammette la risarcibilità dei danni per morte dello zio.


note

[1] Cass. ord. n. 8218/21 del 24.03.2021.

[2] Cass. ord. n.5258/21 del 25.02.2021.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 3, ordinanza 18 febbraio – 24 marzo 2021, n. 8218
Presidente Amendola – Relatore Iannello

Rilevato in fatto

1. D.I.N. , D.I.R. e D.I.I. convennero in giudizio davanti al Tribunale di Velletri D.M.S. e D.C.F. (rispettivamente conducente e proprietario del veicolo investitore) e la Groupama Assicurazioni S.p.A. (compagnia assicuratrice del mezzo) chiedendone la condanna in solido al risarcimento dei danni (da lesione del rapporto parentale) patiti per la morte della zia C.L. seguita al sinistro verificatosi in data (omissis) allorquando quest’ultima, mentre attraversava la strada, veniva investito dal veicolo condotto dal D.M. .
Instaurato il contraddittorio il tribunale rigettò la domanda ritenendo l’esclusiva responsabilità della pedone nella causazione del sinistro.
2. La decisione è stata confermata, con la sentenza in epigrafe, dalla Corte d’appello di Roma per la assorbente e “più liquida” ragione della ritenuta carenza di legittimazione in capo agli appellanti a pretendere il risarcimento del danno per la morte della loro zia, poiché con essi non convivente.
Sulla scorta del precedente di Cass. 16/03/2012, n. 4253 -secondo la cui massima “perché… possa ritenersi risarcibile la lesione del rapporto parentale subita da soggetti estranei a ristretto nucleo familiare (quali i nonni, i nipoti, il genero, o la nuora) è necessario che sussista una situazione di convivenza, in quanto connotato minimo attraverso cui si esteriorizza l’intimità delle relazioni di parentela, anche allargate, contraddistinte da reciproci legami affettivi, pratica della solidarietà e sostegno economico, solo in tal modo assumendo rilevanza giuridica il collegamento tra danneggiato primario e secondario, nonché la famiglia intesa come luogo in cui si esplica la personalità di ciascuno, ai sensi dell’art. 2 Cost.” – ha infatti rilevato che, nella specie, “non vi è dubbio che i tre appellanti risultassero soggetti/parenti non conviventi con la defunta (a nulla rilevando che essi fossero stati istituiti eredi della stessa) e che in alcun modo l’esito della prova testimoniale può sopperire alla carenza dell’elemento principale ed assorbente della “convivenza””.
3. Avverso tale decisione D.I.N. , D.I.R. e D.I.I. propongono ricorso per cassazione con unico mezzo, cui resiste la Groupama Assicurazioni S.p.a., depositando controricorso, illustrato da memoria.
Gli altri intimati, già contumaci in entrambi i gradi del giudizio di merito, non svolgono difese nella presente sede.
4. Essendo state ritenute sussistenti le condizioni per la trattazione del ricorso ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., il relatore designato ha redatto proposta, che è stata notificata alle parti unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza della Corte.

Considerato in diritto

1. Va preliminarmente disattesa l’eccezione opposta, in memoria, dalla controricorrente, di inammissiblità del ricorso per inosservanza degli oneri imposti dall’art. 366 c.p.c.: l’eccezione sembra far riferimento sia a quello di cui al n. 3 della citata disposizione (esposizione sommaria dei fatti di causa), sia quello di cui al n. 6 (specifica indicazione degli atti processuali e dei documenti sui quali il ricorso si fonda).
Quanto al primo profilo, deve invero di contro rilevarsi che il ricorso contiene ampia esposizione dei fatti sostanziali e processuali rilevanti ai fini della questione devoluta con l’impugnazione; quanto al secondo che la censura svolta investe una questione di puro diritto e non implica il riferimento nè richiede l’esame di atti o documenti, concentrandosi esclusivamente sulla correttezza (in ricorso ovviamente negata) della regola di giudizio applicata dal giudice a quo.
2. Con l’unico motivo i ricorrenti denunciano, con riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, “violazione e/o falsa applicazione degli artt. 2, 29, 30, 31 e 32 Cost., in combinato disposto con gli artt. 1226, 2043 e 2059 c.c.”.
Rilevano in sintesi l’erroneità della regola di giudizio applicata dal giudice a quo, in quanto ispirata a indirizzo giurisprudenziale respinto da diverse successive pronunce secondo le quali il dato esterno ed oggettivo della convivenza non costituisce elemento idoneo ad escludere a priori il diritto del non convivente al risarcimento del danno non patrimoniale da lesione del rapporto parentale.
3. La doglianza è fondata e merita accoglimento.
In fattispecie analoga – nella quale la Corte capitolina, anche allora richiamando il precedente di Cass. n. 4253 del 2012, aveva confermato il rigetto di domanda di risarcimento del danno da perdita del rapporto parentale dedotto dagli attori per la morte della nonna, in ragione del difetto del requisito della convivenza – questa Corte ha condivisibilmente rilevato (Cass. 28/10/2016, n. 21230) che, se da un lato, occorre certamente “evitare il pericolo di una dilatazione ingiustificata dei soggetti danneggiati secondari”, dall’altro non può tuttavia condividersi l’assunto che “il dato esterno ed oggettivo della convivenza” possa costituire elemento idoneo di discrimine e giustificare dunque l’aprioristica esclusione, nel caso di non sussistenza della convivenza, della possibilità di provare in concreto l’esistenza di rapporti costanti e caratterizzati da reciproco affetto e solidarietà con il familiare defunto.
A tanto detto successivo indirizzo è giunto specificamente confutando i fondamenti logico giuridici su cui l’opposto orientamento sostanzialmente si fondava, ovvero: da un lato la norma che tutela la famiglia quale società naturale; dall’altro, l’assunto della convivenza, “quale connotato minimo attraverso cui si esteriorizza l’intimità dei rapporti parentali, anche allargati, caratterizzati da reciproci vincoli affettivi, di pratica della solidarietà, di sostegno economico.
Sotto il primo profilo si è infatti rilevato che non è condivisibile limitare la “società naturale” della famiglia cui fa riferimento l’art. 29 Cost., all’ambito ristretto della sola cd. “famiglia nucleare”, incentrata su coniuge, genitori e figli.
Sotto il secondo si è efficacemente obiettato che “ben possono ipotizzarsi convivenze non fondate su vincoli affettivi ma determinate da necessità economiche, egoismi o altro e non f convivenze determinate da esigenze di studio o di lavoro o non necessitate da bisogni assistenziali e di cura ma che non implicano, di per, sé, carenza di intensi rapporti affettivi o difetto di relazioni di reciproca solidarietà”.
La convivenza, piuttosto, escluso che possa “assurgere a connotato minimo attraverso cui si esteriorizza l’intimità dei rapporti parentali ovvero a presupposto dell’esistenza del diritto in parola”, “costituisce elemento probatorio utile, unitamente ad altri elementi, a dimostrare l’ampiezza e la profondità del vincolo affettivo che lega tra loro i parenti e a determinare anche il quantum debeatur.
Va da sé che ad evitare quanto già paventato da questa Corte (dilatazione ingiustificata dei soggetti danneggiati secondari e possibilità di prove compiacenti) è sufficiente che sia fornita la prova rigorosa degli elementi idonei a provare la lamentata lesione e l’entità dei danni (v. Cass. 22/10/2013, n. 23917; Cass. 21/01/2011, n. 1410) e che tale prova sia correttamente valutata dal giudice.
Tali considerazioni hanno trovato piena conferma ancora di recente negli arresti di Cass. n. 29332 del 07/12/2017; Cass. n. 18069 del 10/07/2018; Cass. n. 7743 del 08/04/2020.
Sulla scia di tale più recente e qui condiviso orientamento va menzionato anche il precedente di Cass. 11/11/2019, n. 28989, il quale ricomprende anzi il legame parentale tra zio e nipote, di per sé e indipendentemente dalla effettiva convivenza (dato rilevante solo quale eventuale concorrente elemento presuntivo), tra le circostanze che possono giustificare “meccanisimi presuntivi” utilizzabili “al fine di apprezzare la gravità o l’entità effettiva del danno”, attraverso “il dato della maggiore o minore prossimità formale del legame parentale (coniuge, convivente, figlio, genitore, sorella, fratello, nipote, ascendente, zio, cugino) secondo una progressione che, se da un lato, trova un limite ragionevole (sul piano presuntivo e salva la prova contraria) nell’ambito delle tradizionali figure parentali nominate, dall’altro non può che rimanere aperta alla libera dimostrazione della qualità di rapporti e legami parentali che, benché di più lontana configurazione formale (o financo di assente configurazione formale: si pensi, a mero titolo di esempio, all’eventuale intenso rapporto affettivo che abbia a consolidarsi nel tempo con i figli del coniuge o del convivente), si qualifichino (ove rigorosamente dimostrati) per la loro consistente e apprezzabile dimensione affettiva e/o esistenziale”.
4. La sentenza impugnata, assegnando rilievo dirimente, nel senso di escludere a priori (e indipendentemente dunque da ogni valutazione degli elementi, anche presuntivi, acquisiti) la legittimazione degli attori/appellanti in ragione del solo dato della mancanza di un rapporto di convivenza, si pone in una prospettiva diametralmente opposta alla esposta corretta ricostruzione, e va pertanto cassata, con rinvio della causa al giudice a quo, al quale va anche demandato di provvedere al regolamento delle spese del presente giudizio di legittimità.

P.Q.M.

accoglie il ricorso nei termini di cui motivazione; cassa la sentenza in relazione; rinvia alla Corte di appello di Roma in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimità.


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