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Bimbo cade giocando fuori casa: chi è responsabile?

27 Marzo 2021 | Autore:
Bimbo cade giocando fuori casa: chi è responsabile?

I genitori devono sorvegliare i figli, specialmente se piccoli, e non possono chiedere il risarcimento danni se sono stati disattenti.

Una gita o una vacanza possono facilmente essere rovinate da una brutta caduta di tuo figlio. Può succedere facilmente in parecchi luoghi aperti: al parco giochi, nel cortile condominiale, sulla spiaggia, in campagna e in montagna o anche in un lussuoso albergo attrezzato. Tutti siamo stati bambini e sappiamo bene che mentre si gioca, inciampare, scivolare, perdere l’equilibrio e quindi cadere è molto facile. Purtroppo, talvolta, ci si fa male davvero: l’episodio non finisce con una risata, ma si trasforma in un infortunio che provoca serie conseguenze. Se il piccolo cade violentemente o sbatte contro un ostacolo fisso, si può ferire e riportare lesioni gravi, come una frattura al piede o alla mano o un trauma cranico.

Sorge così il problema della responsabilità, anche ai fini del risarcimento dei danni. Se il bimbo cade giocando fuori casa, chi è responsabile? Bisogna capire chi al momento della caduta ha il dovere di vigilanza sul piccolo giocatore: può essere un istruttore o un insegnante al quale il bambino è stato affidato, ma anche i genitori stessi, nonostante la presenza del bambino in una struttura che dovrebbe essere sicura e al riparo da pericoli. E, in tali casi, la loro responsabilità si intreccia con quella dei proprietari, gestori e custodi della struttura in cui i bimbi giocano.

In un recente caso, la Cassazione [1] ha escluso il risarcimento per una bambina di quattro anni che era caduta nel cortile di un albergo, sbattendo contro un albero e facendosi male: per i giudici era compito dei genitori sorvegliarla adeguatamente, impedendole di entrare in un’aiuola piena di arbusti. Quindi, il bambino, specialmente se è in tenera età, può essere disattento, ma i suoi genitori no. E se si distraggono devono sopportare le conseguenze.

La responsabilità del custode

Un principio fondamentale che bisogna conoscere per inquadrare il tema delle cadute dei bambini è quella della responsabilità per le cose in custodia: la legge [2] prevede che il responsabile dei danni è colui che ha in custodia la cosa, ossia il luogo dove avvengono. Così se la caduta avviene in una buca stradale o su un marciapiede, sarà chiamato in causa il Comune, come anche nel caso in cui l’infortunio avvenga in un parco giochi pubblico; nel cortile condominiale, il responsabile delle cose inerti (terreno, giardino, muri, ecc.) è il condominio stesso; in un villaggio vacanze, la custodia dei luoghi compete al proprietario ed al gestore della struttura alberghiera.

In tutti questi casi, il danneggiato può limitarsi a provare la caduta, il luogo dov’è avvenuta e le conseguenze lesive che ne sono derivate: la responsabilità di questi soggetti è presunta e può essere esclusa solo se essi provano il caso fortuito, cioè un evento imprevedibile ed eccezionale che fa venire meno il rapporto di causa-effetto tra la cosa che si ha in custodia e il danno provocato da essa a chi la percorre, la utilizza o vi transita.

È importante chiarire che anche la condotta stessa del danneggiato può integrare il caso fortuito, se egli ha un comportamento anomalo, distratto o imprudente; ma questo criterio, rigoroso per gli adulti, è ovviamente molto attenuato nei bambini, specialmente se piccoli. Il dovere di attenzione però non viene eliminato, ma si trasferisce dal bimbo a chi in quel momento è tenuto a sorvegliarlo. Così, principalmente i genitori, se non hanno affidato i bimbi ad altri soggetti idonei, devono esercitare la necessaria sorveglianza su ciò che i loro figli fanno mentre giocano.

La pericolosità delle cose

Oltre al criterio della responsabilità delle cose in custodia – che come abbiamo visto è oggettivo e prescinde dalla colpa del custode – potrebbe esserci anche un’intrinseca pericolosità della cosa stessa, che ha contribuito ad arrecare il danno: pensa ad esempio ad uno spigolo tagliente di un gioco per bambini all’interno di un parco.

In tali casi, vengono in rilievo tutte le possibili violazioni di legge sulla sicurezza di impianti e attrezzature ed anche le omissioni di regole di prudenza da parte del custode, che è sempre tenuto a mantenere in buono stato di manutenzione i suoi beni, prevenendo e impedendo le loro capacità di arrecare danni a terzi anche attraverso insidie, trabocchetti o altri pericoli non visibili e percepibili da chi utilizza i luoghi e le cose.

Anche qui, però, rileva il caso fortuito, se il pericolo provocato dalla cosa è insorto improvvisamente e non poteva essere eliminato in tempi rapidi neppure con la massima diligenza da parte del custode, come nel caso della macchia d’olio sull’asfalto e sparsa pochi minuti prima della caduta o della caduta su marciapiede sconnesso. L’obbligo del custode non esclude mai la prudenza dell’utilizzatore della cosa o, nel caso del bambino, di chi deve vigilarlo: l’attenzione deve essere sempre alta.

Gli obblighi di vigilanza sul bambino

Se il bambino è affidato agli insegnanti, come avviene durante l’orario scolastico, la responsabilità della sua sorveglianza è affidata ai docenti e quella della sicurezza delle cose è dell’istituto scolastico (per approfondire leggi “Alunno si fa male a scuola: chi paga?“) così come durante un corso sportivo (una lezione di ginnastica, danza, judo o nuoto) i responsabili della vigilanza sono gli istruttori [2], che si liberano solo se provano di non aver potuto impedire il fatto dannoso.

In tutti gli altri casi, della condotta del bambino rimangono direttamente responsabili i suoi genitori (o in loro mancanza il tutore), senza intermediazioni di altri soggetti, tanto più se i bambini vengono lasciati da soli a giocare. Il livello della responsabilità dei genitori per i comportamenti dei figli si atteggia diversamente a seconda dei luoghi frequentati: quanto più essi sono intrinsecamente pericolosi, tanto più la sorveglianza sui bambini dovrà essere intensa.

Cadute al parco giochi o in aree attrezzate

Così, scendendo in concreto, se la caduta avviene in un parco giochi e nelle altre apposite aree attrezzate a verde pubblico o ad uso sportivo e ricreativo, come un campetto di calcio, una ludoteca o un oratorio parrocchiale, la responsabilità del proprietario o gestore sarà presunta poiché i genitori possono ragionevolmente confidare nella sicurezza di questi luoghi, fermo restando il loro dovere di prudenza minima, ad esempio controllando che lo scivolo non presenti buche pericolose nel punto di arrivo, che l’altalena non abbia le corde rotte, che la giostra o il dondolo venga correttamente utilizzato.

Cadute nel cortile condominiale

Regole analoghe valgono se l’infortunio avviene in condominio, che sarà ritenuto responsabile per una caduta nel cortile specialmente se vi sono difetti di manutenzione nella pavimentazione o nella tenuta della vegetazione e dei giardini e se i pericoli sono insidiosi o poco visibili, come nel caso di rifiuti, fogliame o altri tipi di sporcizia non rimossi e che coprono buche o ostacoli fissi sporgenti. Dunque, quanto più il cortile è dissestato tanto più evidente sarà la responsabilità del condominio come proprietario e custode dell’area, che difficilmente riuscirà a fornire la prova liberatoria del caso fortuito dell’incidente.

Cadute in alberghi e villaggi vacanze

Tutti i criteri che abbiamo sin qui esaminato vanno contemperati con l’obbligo di sorveglianza sui bambini che compete innanzitutto ai genitori stessi, per evitare che possano trovarsi in situazioni di pericolo. Proprio per questo, la Corte di Cassazione nella nuova sentenza cui accennavamo all’inizio [1] ha nettamente escluso la responsabilità della struttura alberghiera per la caduta di una bambina che era caduta un’aiuola urtando violentemente contro il ceppo di un albero: l’infortunio era addebitabile alla scarsa attenzione dei suoi genitori, che non le avevano impedito di entrare in un punto del prato «da non considerarsi luogo in cui transitare» e in cui anzi «doveva ritenersi naturale la presenza di un arbusto», quello in cui la bimba era inciampata: gli Ermellini muovono un chiaro rimprovero agli adulti quando affermano che in questo caso «avrebbe dovuto essere più stringente la sorveglianza da parte dei genitori sulla figlia di 4 anni».

La Suprema Corte ha quindi applicato il criterio del caso fortuito che esclude la responsabilità del custode in quanto di per sé «idoneo ad interrompere il nesso causale tra la cosa in custodia e l’evento dannoso»: nel caso deciso, il Collegio ha ritenuto che il caso fortuito era stato «rappresentato dalla condotta della piccola vittima – caduta nell’inciampo nonostante la sua piena prevedibilità in ragione del luogo ove esso era posto (un’aiuola) di per sé non deputato al transito – e dalla condotta dei suoi genitori, tenuti ad una più stretta sorveglianza sulla figlia».

Puoi leggere la pronuncia per intero nel box “sentenza” al termine di questo articolo.


note

[1] Cass. ord. n. 8216/21 del 24.03.2021.

[2] Art. 2051 Cod. civ.

[3] Art. 2048 Cod. civ.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 3, ordinanza 18 febbraio – 24 marzo 2021, n. 8216
Presidente Amendola – Relatore Iannello

Rilevato che:

la Corte d’appello di Roma ha confermato la sentenza di primo grado che aveva rigettato la domanda risarcitoria proposta da C.P. e B.N. (in proprio e quali genitori esercenti la responsabilità genitoriale sui figli A. ed E. ) nei confronti della Swantour S.p.a., per i danni subiti a causa di una caduta occorsa alla minore A. allorquando, in data […], durante un soggiorno di vacanza della famiglia in un albergo di Sharm el-Sheikh, trovandosi nei pressi della piscina, inciampava sul ceppo di un alberello all’interno di un prato, riportando una ferita alla gamba destra;
la corte territoriale – per quanto ancora in questa sede interessa – ha ritenuto insussistenti i presupposti della dedotta responsabilità ex art. 2051 c.c., della struttura alberghiera (e, dunque, di quella della società convenuta dedotta di riflesso in base alle condizioni generali di contratto, nonché ai sensi dell’art. 1228 c.c., del D.Lgs. n. 206 del 2005, art. 93 e della L. n. 1084 del 1977, art. 15);
ha in tal senso rilevato che:
– doveva ritenersi naturale la presenza di un arbusto all’interno di una aiuola, da non considerarsi luogo specifico su cui transitare;
– le foto prodotte “propongono una panoramica generale dei luoghi di causa e non riescono a descrivere i tratti peculiari della vicenda oggetto di giudizio, non essendo stato indicato in modo specifico il luogo nel quale si è verificato l’incidente”;
– presupponendo la responsabilità da cose in custodia (a) una alterazione della cosa che, per le sue intrinseche caratteristiche, determini la configurazione della c.d. insidia o trabocchetto e (b) la imprevedibilità ed invisibilità di tale alterazione da parte del danneggiato, entrambi tali presupposti difettano nella specie, per essere “del tutto naturale che all’interno di una aiuola possano rinvenirsi arbusti, radici od altro materiale legnoso, mentre, sotto altro aspetto, il comportamento del soggetto dovrebbe essere adeguato alla situazione dei luoghi; con la ulteriore conseguenza che, trattandosi nel nostro caso di una minore di circa quattro anni, avrebbe dovuto essere più stringente la sorveglianza da parte dei genitori”;
avverso tale sentenza C.P. e B.N. (in proprio e quali genitori esercenti la responsabilità genitoriale sulla minore C.A. ) ed C.E. propongono ricorso per cassazione con unico mezzo, cui resiste, depositando controricorso, la Press & Swan S.p.a., nella dichiarata qualità di società incorporante la Swantour S.p.a.; questa, invece, benché ritualmente intimata, non svolge difese;
essendo state ritenute sussistenti le condizioni per la trattazione del ricorso ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., il relatore designato ha redatto proposta, che è stata notificata alle parti unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza della Corte.

Considerato che:

con l’unico motivo i ricorrenti deducono violazione e falsa applicazione dell’art. 2051 c.c.;
rilevano che, secondo i più recenti orientamenti della S.C., al danneggiato incombe soltanto l’onere di dimostrare il rapporto causale fra la cosa e l’evento dannoso, indipendentemente dalla pericolosità o dalle caratteristiche intrinseche della prima, spettando al convenuto dimostrare il caso fortuito o la forza maggiore nella causazione dell’evento, con la conseguenza che, nella specie, il giudice avrebbe dovuto valutare non solo se la condotta della vittima fosse stata negligente, ma anche e soprattutto se detta condotta fosse prevedibile da parte del custode (ossia dell’albergatore);
la mancanza, nella specie, di tale accertamento comporta, secondo i ricorrenti, violazione o falsa applicazione dell’art. 2051 c.c.;
il motivo non è fondato;
come è noto questa Corte, sottoponendo a revisione i principi in tema di responsabilità civile per danni da cose in custodia, ha stabilito, con le ordinanze 1 febbraio 2018, nn. 2480, 2481, 2482 e 2483, che:
a) l’art. 2051 c.c., nel qualificare responsabile chi ha in custodia la cosa per i danni da questa cagionati, individua un criterio di imputazione della responsabilità che prescinde da qualunque connotato di colpa, sicché incombe al danneggiato allegare, dandone la prova, il rapporto causale tra la cosa e l’evento dannoso, indipendentemente dalla pericolosità o meno o dalle caratteristiche intrinseche della prima;
b) la deduzione di omissioni, violazioni di obblighi di legge di regole tecniche o di criteri di comune prudenza da parte del custode rileva ai fini della sola fattispecie dell’art. 2043 c.c., salvo che la deduzione non sia diretta soltanto a dimostrare lo stato della cosa e la sua capacità di recare danno, a sostenere allegazione e prova del rapporto causale tra quella e l’evento dannoso;
c) il caso fortuito, il quale può essere rappresentato da fatto naturale o del terzo, o dalla stessa condotta del danneggiato, è connotato da imprevedibilità ed inevitabilità, da intendersi però da un punto di vista oggettivo e della regolarità causale (o della causalità adeguata), senza alcuna rilevanza della diligenza o meno del custode; peraltro le modifiche improvvise della struttura della cosa incidono in rapporto alle condizioni di tempo e divengono, col trascorrere del tempo dall’accadimento che le ha causate, nuove intrinseche condizioni della cosa stessa, di cui il custode deve rispondere;
d) la condotta del danneggiato, il quale entri in interazione con la cosa, si atteggia diversamente a seconda del grado di incidenza causale sull’evento dannoso, in applicazione, anche ufficiosa, dell’art. 1227 c.c., comma 1, richiedendo una valutazione che tenga conto del dovere generale di ragionevole cautela, riconducibile al principio di solidarietà espresso dall’art. 2 Cost.;
e) ne consegue che, quanto più la situazione di possibile danno è suscettibile di essere prevista e superata attraverso l’adozione da parte del danneggiato delle cautele normalmente attese e prevedibili in rapporto alle circostanze, tanto più incidente deve considerarsi l’efficienza causale del comportamento imprudente del medesimo nel dinamismo causale del danno, fino a rendere possibile che detto comportamento interrompa il nesso eziologico tra fatto ed evento dannoso, quando sia da escludere che lo stesso comportamento costituisca un’evenienza ragionevole o accettabile secondo un criterio probabilistico di regolarità causale, connotandosi, invece, per l’esclusiva efficienza causale nella produzione del sinistro; questi principi, ai quali la giurisprudenza successiva si è più volte uniformata (v., tra le altre Cass. 12/11/2020, n. 25460; 29/01/2019, n. 2345; 03/04/2019, n. 9315) e che sono da ribadire ulteriormente nel giudizio odierno, devono ritenersi rispettato nella specie;
la Corte di merito, al di là dell’ininfluente ma astratto richiamo alla nozione di insidia o trabocchetto, che per vero alla luce del menzionato nuovo paradigma esegetico deve ormai ritenersi inidonea ad indirizzare ad una corretta qualificazione della fattispecie concreta, ha di fatto deciso sulla base di accertamenti coerenti con gli esposti principi, di tal che la decisione si rivela comunque conforme a diritto;
ha infatti, in sostanza, rilevato la sussistenza di un caso fortuito idoneo ad interrompere il nesso causale tra la cosa in custodia e l’evento dannoso: caso fortuito rappresentato dalla condotta della vittima (ed essendo questa una bambina di tenerissima età, di quella dei suoi genitori tenuti ad una più stretta sorveglianza) caduta nell’inciampo nonostante la sua piena prevedibilità in ragione del luogo ove esso era posto (un’aiuola) di per sé non deputato al transito;
l’assunto dei ricorrenti secondo cui tale valutazione sarebbe erronea in diritto poiché mancante della necessaria verifica della prevedibilità, da parte del custode, della condotta anomala degli utenti della struttura non può essere condiviso;
esso infatti postula la rilevanza di un coefficiente colposo, in capo al custode, che è invece estraneo alla fattispecie astratta di responsabilità, la quale come detto si colloca interamente sul piano oggettivo del rapporto causale tra cosa in custodia e danno;
come questa Corte ha ulteriormente evidenziato, invero, “la deduzione di omissioni o violazioni di obblighi di legge, di regole tecniche o di criteri di comune prudenza da parte del custode può essere diretta soltanto a rafforzare la prova dello stato della cosa e della sua attitudine a recare danno, sempre ai fini dell’allegazione e della prova del rapporto causale tra la prima e il secondo; nè è da escludere che, viceversa, sia il custode a dedurre la conformità della cosa agli obblighi di legge o a prescrizioni tecniche o a criteri di comune prudenza al fine di escludere l’attitudine della cosa a produrre il danno: in entrambi i casi -va ribadito- si tratta di deduzioni volte a sostenere oppure a negare la derivazione del danno dalla cosa e non, invece, a riconoscere rilevanza al profilo della condotta del custode; resta dunque fermo che, prospettato e provato dal danneggiato il nesso causale tra cosa custodita ed evento dannoso, la colpa o l’assenza di colpa del custode rimane del tutto irrilevante ai fini dell’affermazione della sua responsabilità ai sensi dell’art. 2051 c.c.” (Cass. n. 2479 del 2018, cit.);
in tale prospettiva può bensì ammettersi che “sebbene il caso fortuito possa essere integrato dal fatto colposo dello stesso danneggiato, è tuttavia necessario che risulti anche escluso – con onere probatorio a carico del custode – qualunque collegamento fra il modo di essere della cosa e l’evento dannoso, sì da individuarne la causa esclusiva nella condotta del danneggiato e da far recedere la condizione della cosa in custodia a mera occasione o “teatro” della vicenda produttiva di danno”;
a tal fine però non è la prevedibilità, da parte del custode, dell’uso anomalo della cosa che può assumere rilievo, bensì la circostanza che l’evento dannoso si sia verificato all’interno di una situazione di macroscopica insidiosità della cosa;
che una tale situazione possa ipotizzarsi nella specie non risulta però nemmeno dedotto e tanto meno provato, restando pertanto confermata, anche sotto tale profilo, la correttezza in iure della decisione di merito;
il ricorso deve essere pertanto rigettato, con la conseguente condanna dei ricorrenti al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese processuali, liquidate come da dispositivo;
va dato atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte dei ricorrenti, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, in misura pari a quello previsto per il ricorso, ove dovuto, a norma dell’art. 1-bis dello stesso art. 13.

P.Q.M.

rigetta il ricorso. Condanna i ricorrenti al pagamento, in solido, in favore della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 3.000 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori di legge.
Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, in misura pari a quello previsto per il ricorso, ove dovuto, a norma dell’art. 1-bis dello stesso art. 13.


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