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Infortunio sul lavoro: la responsabilità penale del datore

28 Marzo 2021 | Autore:
Infortunio sul lavoro: la responsabilità penale del datore

Il reato di lesioni è aggravato dalla violazione delle norme antinfortunistiche; l’impresa è responsabile se risparmia sui costi per la sicurezza dei dipendenti.

Immagina di essere dipendente di una ditta di costruzioni edili: il capocantiere ti ordina di salire su un ponteggio malsicuro e senza dispositivi di sicurezza. Cadi e ti fai male. L’impresa è responsabile di non aver adottato le necessarie cautele antinfortunistiche e ciò costituisce reato. Sulla sicurezza e salute dei lavoratori non si scherza. Hai diritto a sporgere denuncia per il reato di lesioni personali e ad essere risarcito dei danni.

In caso di infortunio sul lavoro, la responsabilità penale del datore è molto severa e viene in rilievo anche un importante aspetto, spesso trascurato: la società stessa può essere dichiarata “colpevole”, pur non essendo una persona fisica: esiste una legge che prevede una specifica responsabilità amministrativa per le persone giuridiche, che discende dal reato commesso dal legale rappresentante o da un dipendente se c’è un vantaggio per l’impresa dalla commissione dell’illecito. E di recente la Cassazione ha affermato che questo vantaggio sussiste anche quando l’impresa –anche se non voleva certo che il suo lavoratore si infortunasse – aveva risparmiato sui costi da sostenere per garantire la sicurezza dei dipendenti, lasciandoli così privi delle necessarie protezioni.

Gli obblighi del datore di lavoro: la sicurezza

Il datore di lavoro ha l’obbligo, sancito dalla legge [1], di tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei suoi dipendenti, e dunque deve adottare nell’esercizio dell’impresa tutte le misure che sono necessarie secondo la particolarità del lavoro e in base alle regole d’esperienza e della tecnica.

Quest’obbligo viene concretizzato dalla specifica normativa sulla sicurezza e salute nei luoghi di lavoro [2], che prevede un’ampia ed analitica serie di prescrizioni e cautele in tutti gli ambiti, dalla formazione dei lavoratori alla messa in sicurezza degli ambienti ove si svolgono le prestazioni; sono anche previste diverse figure aziendali a tutela, come il responsabile del servizio di prevenzione e protezione, il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza e il medico competente per esercitare la sorveglianza sanitaria. Per conoscere in dettaglio questi aspetti, leggi qui quali sono gli obblighi del datore di lavoro per prevenire gli infortuni.

La responsabilità penale del datore di lavoro per gli infortuni

Tutto ciò evidentemente antepone la sicurezza dei lavoratori al profitto dell’imprenditore: il guadagno passa in secondo piano di fronte all’esigenza primaria di tutelare la salute umana. Quindi, il datore di lavoro è responsabile se, in conseguenza del mancato rispetto delle norme sulla sicurezza (anche da parte del dipendente stesso), il lavoratore subisce infortuni sul lavoro o malattie professionali.

In questi casi, non c’è solo la tutela risarcitoria civile o quella assistenziale erogata dall’Inail (qui ti spieghiamo in dettaglio cosa paga l’Inail per infortunio sul lavoro e malattia) ma scatta il reato, che potrà essere quello dell’omicidio colposo [3] se il lavoratore muore, anche a distanza di tempo, in conseguenza dell’infortunio o della malattia o quello di lesioni colpose [4] se egli riporta un’invalidità, transitoria o permanente, nel corpo o nella psiche.

Entrambi i reati sono aggravati dalla violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro e, in tali casi, sono procedibili d’ufficio (non richiedono cioè la proposizione di querela): la notizia di reato, anche a prescindere dalla denuncia che può essere sporta dal lavoratore, viene acquisita dalla polizia giudiziaria o dagli ispettori del lavoro, che la comunicheranno alla Procura della Repubblica per l’apertura del procedimento penale.

Le numerose norme antiinfortunistiche che aggravano i reati di omicidio o di lesioni sono previste da varie disposizioni speciali [5] che variano nell’ambito applicativo a seconda dell’attività esercitata e del settore (es. petrolchimico, siderurgico, trasporti, meccanica, edilizia, ecc.) e la loro violazione integra, a seconda dei casi, diversi illeciti amministrativi puniti con sanzioni pecuniarie o reati contravvenzionali a carico del datore, puniti con l’arresto o con l’ammenda.

Infortuni sul lavoro: la responsabilità “231” dell’azienda

Una legge del 2001, meglio nota come sistema delle “sanzioni 231[6], ha introdotto nel nostro ordinamento la responsabilità amministrativa di società, associazioni ed enti derivante da fatti che costituiscono reato, tra i quali sono espressamente compresi gli infortuni sul lavoro. Questa particolare responsabilità amministrativa degli enti si aggiunge a quella della persona fisica alla quale il reato è attribuibile, quando risulta che l’illecito è stato commesso «nell’interesse o a vantaggio» [7] della persona giuridica e, dunque, della società datrice di lavoro.

L’ente può esimersi dalla responsabilità per questi “reati d’impresa” se prova di aver attuato un efficace modello organizzativo, gestionale e di controllo (cosiddetto “Modello 231” o MOGC) idoneo a prevenire illeciti del genere ed è in grado di dimostrare che gli autori del reato ne hanno fraudolentemente eluso le prescrizioni; altrimenti, è soggetto a severe sanzioni pecuniarie e interdittive [8], che precludono lo svolgimento futuro dell’attività.

Il deterrente è particolarmente efficace per le grosse e medie imprese, che per effetto di queste sanzioni vengono fortemente colpite nel loro patrimonio, nell’immagine aziendale e nelle prospettive di espansione; così moltissime aziende di grandi dimensioni si sono dotate di un Modello 231 per prevenire eventualità del genere.

Quando l’impresa risparmia sui costi di sicurezza

Quando avvengono degli infortuni ai lavoratori, la Cassazione – riprendendo l’orientamento espresso nella famosa sentenza Thyssenkrupp [9], l’acciaieria torinese dove nel 2007 morirono sette operai – ha affermato in una nuova sentenza [10] che il vantaggio derivante dalla commissione del reato di lesioni personali consiste anche nel risparmio sui costi per la sicurezza. Nel caso esaminato dalla Suprema Corte, un operaio ferroviario era caduto da un’altezza di cinque metri ed è risultato che l’area in cui lavorava era priva di parapetto e di ponteggi idonei ed egli era privo di cintura di sicurezza, ganci ed altri sistemi di protezione personale.

La ditta aveva così violato le misure di prevenzione degli infortuni: constatata tale situazione i giudici hanno affermato che la società aveva tratto un indubbio vantaggio patrimoniale evitando di adottare le cautele necessarie a preservare i dipendenti e «pur non volendo il verificarsi dell’evento morte o lesioni del lavoratore, ha consapevolmente agito allo scopo di conseguire una utilità»: dunque, non c’era stata soltanto una sottovalutazione dei rischi, bensì «una scelta finalisticamente orientata a risparmiare sui costi dell’impresa». Da qui la conferma della condanna a carico dell’azienda.

Per approfondire gli argomenti trattati leggi anche la guida dettagliata: “Infortunio sul lavoro: che cosa fare” e l’articolo: “Cosa succede in caso di infortunio sul lavoro”.


note

[1] Art. 2087 Cod. civ.

[2] D.Lgs. n. 81/2008.

[3] Art. 589 Cod. pen.

[4] Art. 590 Cod. pen.

[5] Tra le principali, art. 55 e ss. D.Lgs. n. 81/2008; D.P.R. n. 547/1955; D.P.R. n. 164/1956 e D.Lgs. n. 626 del 19.09.1994.

[6] D.Lgs. n. 231 del 08.06.2001.

[7] Art. 5 D.Lgs. n. 231/2001.

[8] Art. 25 septies D.Lgs. n. 231/2001.

[9] Cass. Sez. Un. Sent. n. 38343 del 24.04.2014.

[10] Cass. sent. n. 11452/21 del 25.03.2021.


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