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Riti scaramantici: sono legali?

28 Marzo 2021
Riti scaramantici: sono legali?

Riti magici: il santone o mago che toglie la sfortuna può esercitare liberamente?

«Venghino signori e signore… qui si predice il futuro, il presente e… il passato!». I riti scaramantici sono legali? C’è chi ci crede e chi invece dice di non crederci ma resta in fondo superstizioso: la magia, anche al giorno d’oggi, conta un gran numero di seguaci. E chiaramente, quando tutto è perduto, quando la scienza e la medicina non danno risposte o soluzioni, solo i maghi sembrano avere la chiave per la porta dell’ignoto. Peccato che si tratti di cialtroni. Ma siccome anche la psiche ha la sua parte, e chi crede di essere guarito grazie al santone potrebbe effettivamente guarire per merito proprio, nessuno si è mai scagliato apertamente contro i rituali magici. Salvo ovviamente i giudici. La Cassazione [1] ha più volte detto che i rituali contro jella e malocchio sono illegali. Nessuno potrebbe pertanto fare questa attività né di professione, né saltuariamente. 

Ci sono una serie di sentenze che si inseriscono in questo filone e che vanno spiegate: perché, se è vero che la legge vieta l’attività di ciarlatano, secondo la giurisprudenza bisogna distinguere il ciarlatano “buono” da quello “cattivo”. Così, ad esempio, il Consiglio di Stato, in un interessante precedente [2], ha salvato dalle accuse un cartomante il cui scopo non era quello di truffare la gente, probabilmente perché anch’egli credeva in ciò che diceva. I giudici amministrativi hanno infatti spiegato che non c’è più ragione di tutelare ad oltranza chi si rivolge a queste persone: chi dice di leggere le carte e le curve della mano ascolta i problemi della gente e dà consigli, anche basati sulla propria esperienza e sulla sua capacità empatica di leggere emozioni e desideri. In pratica, egli vende speranze e rassicurazioni, dinanzi a un pubblico che non è più quello ingenuo di un tempo, con bassa alfabetizzazione: si tratta di gente grande e vaccinata, che sa ciò che compra e accetta il rischio di ricevere solo illusioni. Come chi paga l’ambulante con il pappagallo che estrae la carta della sorte. 

La Cassazione però ha avvertito: ci sono anche i truffatori. E sicuramente in questa categoria rientrano i santoni che si fanno consegnare migliaia di euro in cambio di rimedi contro fatture, filtri d’amore o unguenti miracolosi.

In questo caso, avvisa la Suprema Corte, vendere rituali contro jella e malocchio è illegale. In questo senso, se è vero che il contratto è nullo perché il suo oggetto è illecito, da un lato il mago non può rivolgersi a un giudice per farsi pagare dal cliente che non ha onorato la “fattura” (questa volta in senso fiscale); dall’altro lato, il cliente che invece ha pagato e che, dopo qualche anno ci ripensa, può farsi restituire i soldi indietro. E non ci sono termini entro cui agire, visto che la nullità del contratto può essere fatta valere in qualsiasi momento, anche a distanza di molto tempo.

Dicevamo che ci sono i maghi buoni e i maghi cattivi. O almeno così sembrano spiegare i giudici [2]. In Italia, non esistono norme imperative che facciano divieto di esercitare l’attività di astrologo, grafologo, veggente, occultista, chiromante e simili. Tali attività sono vietate solo quando diventano lo scopo per frodare la gente, e quindi espressione di ciarlataneria, impostura o abuso dell’ignoranza, della suggestione e della superstizione altrui.

Non è quindi il tipo di attività ad essere vietata, ma le modalità con cui essa si esplichi e le promesse che vengono fatte a chi si rivolge al relativo «professionista».

Tanto per fare un esempio, sarebbe lecito leggere le carte, con un bancone in mezzo a una piazza, in cambio di un compenso tutto sommato basso. Ma è illegale far credere al proprio cliente di essere colpito dal malocchio, che solo un rituale magico potrebbe togliere: ovviamente, in cambio di una cifra spropositata. Ed in questo senso si devono qualificare illegali anche le promesse di guarigione da malattie che la medicina non può curare. Perché la legge è sempre a favore della scienza e non del magico.

Insomma, i giudici danno la colpa al mago e non a chi crede nella magia se c’è ancora gente che riesce a spillare somme consistenti in cambio di rimedi miracolosi. Per la Cassazione, si può querelare il mago per il reato di truffa aggravata (perché sfrutta la credulità popolare): ed è un truffatore il chiromante, l’occultista o il guaritore che ingeneri nelle persone la convinzione dell’esistenza di gravi pericoli gravanti su di loro o sui loro familiari facendo credere di poterli aiutare con rituali magici in cambio di somme di denaro.

Il mago è quindi colpevole non perché la gente crede nella magia o è superstiziosa e perciò si rivolge a lui, ma per il fatto di rafforzarla in questo convincimento e farle credere che solo tramite la magia si possano risolvere tutti i propri problemi. 

Approfondimenti

Per maggiori informazioni, leggi:


note

[1] Cass sent. n. 10609/21 del 18.03.2021.

[2] Tar Piemonte, sent. n. 1138/2014.

Autore immagine: depositphotos.com

Corte di Cassazione, sez. II Penale, sentenza 17 novembre 2020 – 18 marzo 2020, n. 10609

Presidente Cervadoro – Relatore Pacilli

Ritenuto in fatto

Con sentenza del 24 gennaio 2020 la Corte d’appello di Bologna ha confermato la sentenza emessa il 4 ottobre 2018 dal Tribunale di Rimini, con cui SC. FI. è stato condannato alla pena ritenuta di giustizia per due truffe aggravate ai danni di Me. Vi..

Secondo la ricostruzione effettuata dai Giudici del merito, l’imputato, presentandosi come Fi., ha incrementato la convinzione di Me. Vi. di avere il malocchio e le ha prospettato pericoli e negatività, superabili solo con le sue “arti magiche”, così inducendola ad effettuare una serie di pagamenti in suo favore; in seguito, adducendo difficoltà insorte nel lavoro, che si era rivelato più grave del previsto, ha detto alla persona offesa che era necessario che ella si rivolgesse a un collega, specializzato in fatture pesanti, e l’ha persuasa ad effettuare ulteriori versamenti di denaro, presentandosi come Ed. Be., professore in scienze occulte, e rappresentando la necessità di rafforzare il lavoro svolto dal suo presunto predecessore.

L’imputato, quindi, si è avvalso di differenti ed ulteriori raggiri, celando la propria identità ed avallando l’operato del presunto predecessore, in tal modo rinforzando il convincimento della persona offesa di potere risolvere i propri problemi, ricorrendo all’esoterismo.

Avverso la sentenza d’appello ha proposto ricorso per cassazione il difensore dell’imputato, che ha dedotto i seguenti motivi:

1) erronea applicazione dell’art. 640 c.p., difettando gli artifizi e raggiri, atteso che Sc. Fi. avrebbe effettivamente svolto i riti promessi in cambio del corrispettivo mentre il reato di truffa sussisterebbe solo in caso di mancato svolgimento dei riti da parte del mago;

2) mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione in relazione all’art. 640 c.p., per non avere la Corte d’appello motivato sulla sussistenza di quel quid pluris necessario perché l’attività di mago trasmodi in truffa;

3) erronea applicazione in relazione all’art. 640, comma secondo, c.p.: nel caso in esame, l’imputato non avrebbe ingenerato nella persona offesa alcun timore dell’esistenza di gravi pericoli ma si sarebbe limitato a recepire quanto la persona offesa gli aveva prospettato circa la sussistenza di un non meglio specificato malocchio, offrendosi di svolgere alcuni riti propiziatori;

4) erronea applicazione degli artt. 63 e 81 c.p., essendo sussistente una e non due truffe, commessa in un arco temporale prolungato (circa un anno) dallo stesso imputato e nei confronti della stessa persona. Ad ogni modo, la seconda truffa non sarebbe aggravata, essendosi l’imputato limitato a lodare il lavoro, svolto dal precedente mago, e a proporre il completamento di tale lavoro.

All’odierna udienza pubblica è stata verificata la regolarità degli avvisi di rito; all’esito, questa Corte, riunita in camera di consiglio, ha deciso come da dispositivo in atti.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è inammissibile.

1.1 I primi tre motivi del ricorso, che possono essere trattati congiuntamente, in quanto aventi ad oggetto censure relative alla ritenuta sussistenza dei requisiti dei delitti di truffa, ascritti all’imputato, non sono consentiti e difettano di specificità.

Deve innanzitutto rilevarsi che questa Corte (Sez. 2, n. 49519 del 29/11/2019, Rv. 278004; Sez. 2, n. 42445 del 19/10/2012, Rv. 253647) ha già avuto modo di affermare che integra il reato di truffa aggravata il comportamento di colui che, sfruttando la fama di mago, chiromante, occultista o guaritore, ingeneri nelle persone offese la convinzione dell’esistenza di gravi pericoli gravanti su di esse o sui loro familiari e, facendo loro credere di poter scongiurare i prospettati pericoli con i rituali magici, da lui praticati, le induca in errore, così procurandosi l’ingiusto profitto consistente nell’incameramento delle somme di denaro elargitegli con correlativo danno per le medesime.

Nel caso di specie, l’imputato, come rimarcato nella sentenza impugnata, ha creato nella persona offesa l’affidamento sull’efficacia dei riti, dal medesimo praticati, e ha sfruttato tali riti per conseguire sempre più profitti, facendo credere alla vittima che, se avesse interrotto, la situazione sarebbe diventata più grave di quella apparsa inizialmente.

In tal modo l’imputato ha indotto in errore la persona offesa, procurandosi l’ingiusto profitto delle somme, elargite dalla vittima, con pari danno per la stessa.

La condotta, attribuita all’imputato, integra, pertanto, gli estremi oggettivi e soggettivi del reato di truffa, a nulla rilevando, come ben precisato dalla Corte territoriale, che le pratiche esoteriche siano state o meno effettivamente eseguite, posto che l’inganno è consistito nello sfruttare la credulità altri in ordine alla incidenza delle pratiche sulle vicende umane.

Correttamente è stata ritenuta sussistente anche l’aggravante contestata, poiché, pur se la donna era già convinta di avere il malocchio, l’imputato non solo ha incrementato detta convinzione facendole credere di averlo verificato grazie alle proprie capacità e competenze nell’occulto, ma le ha anche prospettato la necessità del completamento del rito propiziatorio, con ciò infondendo in lei il timore di un pericolo immaginario per sé e i familiari, se non avesse corrisposto denaro e non fossero stati completati i riti.

1.2 L’ultimo motivo non è consentito, non risultando che la doglianza, ivi contenuta, sia stata sollevata in appello.

Ad ogni modo, dalla ricostruzione del fatto, operata dalla Corte territoriale, emerge che i raggiri e gli artifizi, posti in essere in un secondo momento, erano diversi da quelli commessi prima, con conseguente pluralità delle condotte, poste in essere dall’imputato, entrambe aggravate dalla suindicata circostanza.

2. In definitiva, il ricorso è inammissibile e tale declaratoria comporta, ai sensi dell’art. 616 c.p.p., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonché – apparendo evidente che il medesimo ha proposto il ricorso determinando la causa di inammissibilità per colpa (Corte cost., 13 giugno 2000 n. 186) e tenuto conto dell’entità di detta colpa – al versamento della somma indicata in dispositivo in favore della Cassa delle Ammende a titolo di sanzione pecuniaria.

P.Q.M.

dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro duemila in favore della Cassa delle ammende.


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