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Disturbi d’ansia in età evolutiva

4 Agosto 2021 | Autore:
Disturbi d’ansia in età evolutiva

Quando la preoccupazione eccessiva, riguardo a numerosi eventi o attività, è patologica? Come si manifesta l’ansia nell’infanzia e nell’adolescenza? Quando lo stato ansioso è legato ad episodi di violenza a scuola e quando si configura il reato di maltrattamenti?

Eccessiva preoccupazione, irritabilità, disturbi del sonno, difficoltà di concentrazione, tensione muscolare, irrequietezza, spossatezza: questi sono soltanto alcuni dei sintomi che consentono di riconoscere i disturbi d’ansia in età evolutiva e in età adulta.

Talvolta, per tentare di sfuggire da quegli episodi e da quelle attività che possono scatenare degli effetti ansiosi, molti bambini e adolescenti, ma anche adulti, ricorrono all’evitamento e alla procrastinazione. Ecco perché ogni qualvolta c’è un compito in classe o un’interrogazione, tuo figlio accusa degli stati di malessere fisico e psicologico (mal di testa, dolori allo stomaco, vomito, diarrea) che lo portano ad assentarsi puntualmente da scuola. In pratica, la strategia più ovvia che cerca di adottare è quella di evitare oppure rimandare la prova scolastica per paura dell’insuccesso. In questi casi, l’ansia tende a limitare fortemente la qualità di vita del bambino o del ragazzo e, proprio per questo, parliamo di ansia patologica e non di quella semplice preoccupazione che ciascuno di noi può sperimentare quando si trova davanti ad una sfida o ad un ostacolo da affrontare.

L’ansia può essere associata anche ad altri disturbi mentali (come la depressione) ed a disturbi somatici (come la sindrome del colon irritabile, l’ipertensione, la sindrome da fatica cronica, il diabete, le cardiopatie).

In che modo è possibile aiutare i ragazzi a superare i loro timori e ad affrontare le sfide che la vita, e dunque, il contesto sociale e scolastico gli pongono davanti ogni giorno? Come riconoscere l’ansia patologica in età evolutiva? A chi bisogna rivolgersi?

Per conoscere le risposte a queste e a tante altre domande abbiamo intervistato il professor Stefano Vicari, ordinario Università Cattolica di Roma, responsabile del reparto di neuropsichiatria infantile dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma e autore di numerosi libri e saggi che rappresentano il risultato della sua esperienza sul campo come “Bambini autonomi, adolescenti sicuri”, “L’ansia nei bambini e negli adolescenti. Riconoscerla e affrontarla”, “Il filo teso”, “L’insalata sotto il cuscino”, “Corpi senza peso” e tanti altri.

Dopo l’intervista all’esperto, ti spiegherò quando il comportamento dell’insegnante nei confronti dell’alunno integra il delitto di maltrattamenti e come si contraddistingue questa fattispecie di reato dall’abuso dei mezzi di correzione analizzando le più recenti pronunce giurisprudenziali.

Cos’è l’ansia?

Ci sono dei comportamenti e delle modalità di reazione rispetto agli eventi esterni che possono essere fisiologici. Ad esempio, alcune emozioni come la paura, la tristezza e la melanconia fanno parte del nostro vivere quotidiano. Quando invece c’è un eccesso di preoccupazione in generale parliamo di ansia patologica. L’ansia è un disturbo mentale quando diventa particolarmente marcata.

Può fare un esempio sulle manifestazioni dell’ansia?

Prima di un esame universitario o di un compito in classe, è normale essere preoccupati e temere che non vada bene. Addirittura, si possono avere dei sintomi somatici come il classico mal di pancia e la diarrea. Questo è un chiaro esempio di comportamento ansioso, non patologico perché si tratta di una reazione normale rispetto ad una prova o ad un evento che ci attende. Parliamo di ansia patologica quando questo tipo di reazione diventa paralizzante. Per restare nell’esempio che abbiamo fatto, tale è la paura dell’insuccesso, tanto è il timore di non riuscire a sostenere l’esame che si preferisce evitare l’evento.

Oppure chi ha paura di volare, arriva addirittura a non prendere l’aereo e a perdere una serie di occasioni (pensa alle vacanze o alle opportunità di lavoro) per il terrore di dover volare. Quindi, l’ansia è una risposta esagerata di preoccupazione rispetto ad eventi che, di solito, vengono vissuti più o meno serenamente. L’evitamento, infatti, è una delle possibili risposte all’ansia.

Quando i disturbi d’ansia si manifestano nei bambini?

Questo disturbo mentale è molto frequente nella popolazione adulta, ma lo troviamo anche nei bambini e negli adolescenti. Molti bambini soffrono di un’ansia da separazione, che consiste nel doversi separare da mamma e papà per andare a scuola; quindi, manifestano una vera e propria fobia nei confronti della scuola. Le paure specifiche possono essere anche molto diverse come la paura per il buio. Ma noi parliamo di ansia quando queste paure diventano talmente marcate da compromettere la qualità di vita del bambino e dell’adolescente.

Come riconoscere l’ansia nell’età evolutiva?

L’ansia nell’età evolutiva si può riconoscere da manifestazioni comportamentali che i bambini o i ragazzi possono avere di fronte a sollecitazioni esterne. Pensa alla paura della prestazione scolastica che li spinge a fare delle assenze a scuola.

L’ansia si manifesta in maniera differente a seconda dell’età. Il bambino piccolo manifesta preoccupazioni legate alla scuola e man mano il disturbo si estende al contesto sociale. Tuttavia, c’è da dire che, spesso, i bambini non si staccano dai genitori perché sono i genitori che non si separano dai bambini.

In che modo i genitori possono distinguere la svogliatezza e la pigrizia dall’ansia?

Intanto, la svogliatezza e la pigrizia possono essere piuttosto incostanti: un giorno possono manifestarsi e un giorno no. La manifestazione è molto meno drammatica. L’ansia, invece, si accompagna anche a sintomi fisici (come abbiamo detto in precedenza, ad esempio, mal di pancia, mal di testa, vomito, diarrea) ed ha un livello di sofferenza ben marcato. In genere, chi è pigro o svogliato in qualche modo non ha reazioni così catastrofiche. È anche l’intensità che caratterizza il disturbo.

Quali sono le cause dell’ansia?

L’ansia, come tutti i disturbi mentali, è legata ad un diverso funzionamento a livello cerebrale. Pesano moltissimo la familiarità e la genetica. I bambini che hanno genitori ansiosi sono molto più ansiosi rispetto ai loro coetanei. L’ansia è legata ad una base biologica e poi, come spesso accade, questa base biologica si modula con l’ambiente. I bambini che vivono esperienze particolarmente stressanti possono manifestare un disturbo d’ansia ed è quello che osserviamo in questo periodo di pandemia.

La pandemia ha inciso sull’aumento dei disturbi d’ansia in età evolutiva?

Assolutamente sì. La pandemia è una fonte di stress. Siamo molto sollecitati emotivamente (ad esempio, per la paura di ammalarci o di fare ammalare i nostri cari) e questa sollecitazione emotiva continua, appunto lo stress, si sta traducendo in un aumento dei disturbi d’ansia anche nei bambini e negli adolescenti.

Le sostanze psicoattive (stimolanti, anfetamine, cocaina) possono indurre l’ansia?

Più che un vero e proprio disturbo d’ansia possono provocare degli stati d’ansia, cioè delle condizioni transitorie in cui si percepisce questa preoccupazione marcata e una certa reattività rispetto agli stimoli ambientali. Un vero e proprio disturbo d’ansia potrebbe essere legato ad un uso abituale di queste sostanze, non all’uso occasionale.

A quale altro tipo di disturbo può essere associata l’ansia?

L’ansia può essere non necessariamente un disturbo ma anche un sintomo associato e, in questo senso, possiamo parlare di comorbilità. Ad esempio, una persona depressa o con un quadro psicotico o con un disturbo del comportamento alimentare può manifestare una sintomatologia ansiosa.

Ricordo che il 60% degli adolescenti con un disturbo specifico dell’apprendimento (Dsa), in particolare la dislessia, ha un disturbo d’ansia o di tipo depressivo in quanto la sollecitazione rispetto alla prestazione, nel tempo, può farli diventare ansiosi. Essere chiamati a svolgere un compito che non ci riesce bene e su cui c’è un giudizio sospeso, con molta probabilità può facilitare la comparsa di una sintomatologia ansiosa.

Cosa sono gli attacchi di panico?

Gli attacchi di panico rientrano nella macro-categoria dei disturbi d’ansia ma hanno caratteristiche particolari: sono caratterizzati da improvvise sensazioni di malessere, talmente intense che chi li prova ha l’impressione di morire da un momento all’altro.

Ad esempio, possono manifestarsi sensazioni di soffocamento oppure di un malore marcato e importante. In genere, gli attacchi di panico sono transitori (durano qualche minuto) e, poi, regrediscono spontaneamente. Sono spesso sollecitati da alcune situazioni particolari come il fatto di trovarsi in luoghi affollati o chiusi. Questo cambia ovviamente da una persona all’altra. Spesso, sono collegati a fattori scatenanti che il bambino o il ragazzo può imparare a riconoscere e gestire: in sostanza, è questa la funzione della psicoterapia.

In che modo i genitori possono aiutare i propri figli a superare l’ansia in età evolutiva?

I genitori dovrebbero aiutare i bambini ad affrontare le diverse prove quotidiane rendendoli consapevoli del possibile pericolo che l’evento può comportare e rassicurandoli sul fatto che loro hanno tutti gli strumenti per potercela fare. Ad esempio, a proposito di un’interrogazione, non si deve svalutare quel momento ma bisogna essere comprensivi: «ricordo che anch’io ero molto preoccupato quando dovevo essere interrogato, il bello è che in genere uno ce la fa e, qualora dovesse andar male, avrai modo di recuperare».

Le ansie dei genitori possono essere trasmesse ai figli?

Assolutamente sì. Talvolta, la modalità del genitore eccessivamente ansioso espone il bambino all’insuccesso perché diventa talmente sollecitato che il rischio di sbagliare è molto alto. Se invece hai vicino una persona che ti incoraggia e ti accompagna in modo positivo, questo innalza le possibilità di riuscita. Il genitore deve avere un atteggiamento rassicurante.

In presenza dei disturbi d’ansia in età evolutiva, a chi devono rivolgersi i genitori?

Quando parliamo di bambini e adolescenti, è sempre bene rivolgersi al pediatra di famiglia perché può inquadrare le manifestazioni comportamentali che il genitore nota all’interno della storia del bambino o del ragazzo. Poi, a mio parere, bisogna consultare un neuropsichiatra infantile.

Come vengono trattati i disturbi d’ansia?

Le linee guida sono la summa delle evidenze scientifiche dei trattamenti che si sono dimostrati efficaci e ci dicono che, nelle forme lievi, laddove c’è un impedimento funzionale relativamente limitato, la psicoterapia cognitivo comportamentale è sufficiente, mentre a volte è necessario associare un farmaco per avere risultati anche più rapidi.

In pratica, come viene aiutato il bambino o il ragazzo nel percorso di psicoterapia? Si lavora sull’autostima?

Si lavora sull’autostima e sulle occasioni che provocano l’ansia. C’è una sorta di cognitivizzazione, cioè si riflette sulle possibili conseguenze relative alla manifestazione di un particolare episodio.

I maltrattamenti degli insegnanti

Dopo aver approfondito il tema dell’ansia nell’età evolutiva nell’intervista al professor Stefano Vicari, a seguire ti spiegherò quando la condotta dell’insegnante che ricorre all’uso sistematico della violenza configura il reato di maltrattamenti.

Partiamo da un esempio.

Tuo figlio frequenta la scuola materna. È sempre stato un bambino socievole e sorridente. Negli ultimi tempi, hai notato un improvviso cambio di umore. Cerchi di indagare. Il tuo piccolo ti confessa che la maestra minaccia lui e gli altri bambini, pronuncia bestemmie e parolacce, li mortifica costantemente. E, come se non bastasse, li prende a schiaffi e tira loro i capelli con forza.

A quanto pare, la maestra ricorre ripetutamente a varie forme di violenza, psicologica e fisica, nei confronti dei bambini per «finalità educative». A questo punto, quale reato si configura? Il delitto di maltrattamenti contro familiari o conviventi o l’abuso dei mezzi di correzione?

Devi sapere che il ricorso sistematico alla violenza [1], come ordinario trattamento del minore affidato, anche nel caso in cui fosse sostenuto dal cosiddetto «animus corrigendi», non può rientrare nell’ambito della fattispecie di abuso dei mezzi di correzione, ma sotto il profilo oggettivo e soggettivo definisce gli estremi del più grave delitto di maltrattamenti disciplinato dall’articolo 572 del Codice penale.

Il reato di maltrattamenti contro familiari o conviventi si configura quando chiunque maltratta «una persona della famiglia o comunque convivente, o una persona sottoposta alla sua autorità o a lui affidata per ragioni di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, o per l’esercizio di una professione o di un’arte». Il reato è punito con la reclusione da tre a sette anni.

Pertanto, i maltrattamenti posti in essere da un’insegnante nei confronti dei propri alunni rientrano nella fattispecie dell’articolo 572 del Codice penale; come tale, va punita la condotta caratterizzata da un atteggiamento fortemente persecutorio della maestra nei confronti dei bambini finalizzata a realizzare un metodo di educazione e apprendimento fondato sull’intimidazione e sulla violenza, psicologica e fisica, anche con irrisioni ingiustificate, offese, bestemmie e denigrazioni degli alunni generando un permanente clima di stabile mortificazione e sopraffazione. È quanto stabilito dalla Suprema Corte [2].

Ma come mai parliamo di maltrattamenti e non di abuso di mezzi di correzione? A delineare chiaramente la differenza tra i due reati è la Corte di Cassazione in una recente pronuncia [3]. In particolare, la Corte precisa che l’abuso dei mezzi di correzione o di disciplina, punito dall’articolo 571 del Codice penale, consiste nell’uso inappropriato di metodi, strumenti e comportamenti correttivi o educativi, in via ordinaria consentiti dalla disciplina generale e di settore nonché dalla scienza pedagogica (ad esempio, l’esclusione temporanea dalle attività ludiche o didattiche, l’obbligo di condotte riparatorie, forme di rimprovero non riservate).

L’uso di questi metodi deve ritenersi appropriato in presenza dei seguenti presupposti: «La necessità dell’intervento correttivo, in conseguenza dell’inosservanza, da parte dell’alunno, dei doveri di comportamento su di lui gravanti; la proporzione tra tale violazione e l’intervento correttivo adottato, sotto il profilo del bene-interesse del destinatario su cui esso incide e della compressione che ne determina».

In conclusione, ricollegandosi anche alle precedenti pronunce, la Cassazione sottolinea che «la forma di violenza, sia essa fisica che psicologica, non costituisce mezzo di correzione o di disciplina, neanche se posta in essere a scopo educativo; e, qualora di essa si faccia uso sistematico, quale ordinario trattamento del minore affidato, la condotta non rientra nella fattispecie di abuso dei mezzi di correzione, bensì, in presenza degli altri presupposti di legge, in quella di maltrattamenti, ai sensi dell’articolo 572, c.p».


note

[1] Cass. sez. VI n.11956 del 15.02.2017.

[2] Cass. sez. VI n.14753 del 13.03.2014.

[3] Cass. sent. n. 3459 del 19.11.2020.

Autore immagine: depositphotos.com


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