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La storia di Luigi Coppola, Testimone di in… giustizia

28 gennaio 2012 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 28 gennaio 2012



Sono stato vittima di estorsione e poi ho pagato lusura sullestorsione”.

Comincia così la sconvolgente confessione di Luigi Coppola, testimone di (in)giustizia del vesuviano, anche lui stretto “tra l’incudine e il martello”.

Nell’ingrato mondo di chi ha avuto il coraggio di denunciare non ci sono way-back e, dopo il corteggiamento degli inquirenti e le deposizioni in udienza, l’avvio del cosiddetto “programma di protezione dei testimoni” segna solo un progressivo abbandono.

Una volta qualcuno disse: “Non fare del bene se non hai il coraggio di sopportare l’ingratitudine”. In questo caso, però, l’ingratitudine significa pericolo, indifferenza, solitudine, miseria. La vita di un testimone di giustizia deve fare i conti, necessariamente, con una fantomatica assistenza statale che la legge riconosce sulla carta, ma che di fatto viene puntualmente disattesa dai suoi “interpreti”.

Bisogna avere coraggio, quello sempre. Ma spesso la scintilla è un grido disperato: “Muoia Sansone con tutti i filistei”. Perché, alla fine, se si decide di denunciare i propri aguzzini è quasi sempre perché la vittima è esasperata.

Anche la storia di Luigi, come quella di tanti altri, inizia da un racket. Ma la sua ha del singolare…

Luigi Coppola, classe 1965, nel 1993 apre un’attività di vendita auto “plurimarche” a grossa cilindrata. Boscoreale, paese vicino Pompei: una zona calda non solo perché alle pendici del Vesuvio. In undici chilometri quadrati si accalcano ventisettemila abitanti. Tutti si conoscono, tutti sanno chi è “Tizio” e chi è “Caio”.

Lo sa Luigi, quando di tanto in tanto si presentano al negozio: “Abbiamo un compariello a cui devi fare un buon prezzo”. Finge di non capire, Luigi; ci perde poche centinaia di lire e fa passare la “cortesia” come un gesto di arte commerciale, per compiacere il cliente.

In gergo si chiamano “avvicinamenti”. Un po’ come fa lo squalo che, prima di sbranare la vittima, gli gira intorno. È il 1995 e l’azienda, che ha un box auto di lusso, registra un buon fatturato. Esche per i guappi prepotenti.

Nel 1998, però, inizia il vero cammino del Golgota.

Sono le quattro del mattino. Luigi è in partenza per il nord, quando si accorge che i cancelli della rimessa erano stati forzati e sette auto rubate. La perdita è di circa 100 milioni di lire.

Il giorno dopo l’imprenditore viene contattato da un certo Luigi Di Martino, detto O’ Profeta. Gli dà appuntamento a un bar che divide Pompei da Torre Annunziata. “Se vuoi indietro le macchine devi darci 30 milioni di lire”.

Coppola preferisce non pagare. Che le brucino pure, dice tra sé.

Senonché, tra queste vetture rubate c’era quella del cognato di Di Martino, affiliato al clan dei Cesarano. Quest’ultimo contatta l’estorto e gli chiarisce un concetto molto chiaro: “Se bruciano la mia macchina, tu me la paghi. Facciamo così: dammi i soldi del riscatto che ci penso a consegnarli a quelli…”.

Per quella cifra a Luigi conviene riprendersi tutte le altre auto rubate. Tratta sul prezzo e riesce a scendere da trenta milioni a quindici. Fa un assegno postdatato di dieci giorni e glielo consegna.

Non passano due ore dalla consegna del titolo che qualcuno lo contatta sul cellulare e lo guida telefonicamente su una delle pareti del Vesuvio, una zona ricca di ristoranti. Lì Luigi ritrova la refurtiva. In ogni auto c’è una tanica di benzina (di questi tempi avrebbe avuto più valore dell’intera vettura).

Un poliziotto simula un ritrovamento casuale e stende verbale. Luigi gli aveva raccontato l’accaduto, ma questi lo aveva sconsigliato dal riferirlo ai giudici. “Rischi di fare la fine di Pastore”, un uomo ammazzato dalla camorra davanti agli occhi della madre, proprio perché aveva denunciato.

Passano cinque giorni. Alcune persone entrano nell’ufficio di Luigi, abbassano la serranda del negozio e si chiudono dentro con lui.

Gli dicono: “Buonasera. Noi veniamo per conto di Pesacane Giuseppe”. Forse si aspettano un gesto di reverenza da parte sua. Che invece non viene. “Voi conoscete il boss di Boscoreale?” lo incalzano.

“No”, risponde lui. E sa quanto possa pesare a un criminale l’essere sconosciuto.

“Ma a voi vi hanno rubato le macchine?” gli chiedono.

“Si”, risponde Luigi senza ormai più alcuna meraviglia.

“E i soldi a chi li avete dati?” con fare strafottente.

“No, io i soldi non li ho dati a nessuno…” replica Luigi, poiché l’assegno non era stato ancora incassato.

“No! voi i soldi li avete dati a qualcuno. E siccome questa è zona nostra, domani alle 9 verrete a casa del boss che vi deve parlare…”.

La mattina seguente vengono a prendere Luigi e lo accompagnano nella villa di Peppino Pesacane. Il boss lo riceve con modi gentili. Gli spiega: “Signor Coppola. Io so che voi avete emesso un assegno per le macchine che vi avevano rubato”. E lo dà per scontato, come se ormai fosse un fatto di pubblico dominio. Così veloce non viaggia neanche Internet. “A chi avete dato questi soldi?”

“Al cognato d’ ‘o Profeta”, risponde Luigi.

 “Bene” prosegue il boss. “Adesso che ve ne andate da qua, vi recate dai Carabinieri e ne denunciate lo smarrimento”.

“Se lo faccio, recupero i soldi?” gli chiede Luigi.

“Voi fatelo e non vi preoccupate”.

Coppola fa quello che gli viene chiesto. Non ci mette molto a capire che è al centro di una guerra tra cosche per il controllo della zona e che lui è la mela della discordia.

Dopo altri tre giorni, Luigi viene di nuovo chiamato da Luigi Di Martino, O’ Profeta, per conto di Cesarano. Anche lui è al corrente di tutto e, prima che l’assegno scada, gli comanda: “Dovete dire a Peppino Pesacane che se voi non mi pagate l’assegno io vi mando le botte. E Peppino Pesacane può essere il più grande camorrista della zona, ma le mani davanti non ce le mette. Quindi, regolatevi voi… E arrivederci.” I modi sono sempre più bruschi e categorici.

Coppola finisce per diventare ambasciatore dei due clan. Si riporta così da Pesacane e gli racconta dell’ultimo incontro avuto col cognato.

Don Peppino non si scompone: “Tu non ti preoccupare”, lo rassicura. E gli mette, all’interno dell’autosalone, a mo’ di scorta, una persona di sua fiducia che, dalla sera alla mattina, controlla la zona. La protezione della criminalità…

Passano pochi giorni quando si presenta, all’autorimessa, Pesacane in persona.

Rimangono solo lui e Coppola nell’ufficio, seduti ai due estremi della scrivania.

Il boss, senza tanti giri di parola, esibisce, agitandolo nell’aria, l’assegno che, a suo tempo, era stato staccato a Cesarano. Era riuscito a procurarselo. Glielo mette davanti e poi gli dice: “Questo è l’assegno che avete dato a mio cognato. Ora ne fate un altro e lo intestate questa volta a me”.

“Ma insomma. A chi li devo dare i soldi?” sbotta Luigi in un impulso di nervosismo.

“Ma allora non avete capito nulla…” gli ribatte con tono intimidatorio don Peppino. “Questa è zona mia!”

“Ma io i soldi non li ho”, tenta di giustificarsi Luigi. “Infatti avevo fatto un assegno postdatato”.

“Non fa niente. Mi paghi quando li avrai. Tra due o tre mesi. Però per quel giorno, anziché quindici milioni, me ne darai venti”. E il messaggio è chiaro.

Passa il tempo e Luigi tenta, ogni volta, di rinviare il pagamento, rappresentando le difficoltà in cui ormai versa la sua attività per via dell’estorsione. Così la somma aumenta di volta in volta. E, a ogni scadenza, il “prestito” della criminalità matura i suoi interessi. Il debito, in pochi mesi, arriva a 40 milioni, 60 milioni, 100 milioni, fino a raggiungere oltre 200 milioni di lire.

Probabilmente, tutto ciò che interessa al boss è assorbire l’azienda di Coppola, per lavare i soldi sporchi. Così per un anno, Pesacane aspetta, concede dilazioni, applica ulteriori interessi, si prende auto a piacimento, succhia dalle casse dell’azienda. L’imprenditore è costretto a chiedere soldi agli strozzini che poi versa alla camorra; è costretto a chiedere alla camorra dilazioni per pagare gli strozzini. Il lavoro di Coppola è ormai diventato quello di acquistare soldi per coprire le falle.

Finché il boss gli dà l’ultimatum.

Un giorno, gli scagnozzi degli usurai di Torre Annunziata, cui Luigi aveva chiesto i prestiti, si presentano a casa sua. Hanno visto la sua auto in cortile e credono di trovarlo dentro l’appartamento. Invece c’è solo la moglie, appena uscita dalla doccia. Ha una bambina in braccio e l’altra per mano. Scassano il cancello, vi si arrampicano, arrivano sin dentro. Sono in otto. Hanno i volti, la violenza e la furia di cani rabbiosi.

Strattonano violentemente la donna, ancora in vestaglia con entrambe le piccole. La fanno inginocchiare a terra. Quello tra loro che ha la faccia di comandare il gruppo le intima: “Devi dire a tuo marito queste precise parole: ovunque lo trovo, gli do trenta botte in testa”.

È la goccia che fa traboccare il vaso. Luigi, appena sa dell’accaduto, si reca in caserma e lì si chiude per due giorni interi. È un fiume in piena e racconta tutto quello che sa. Le estorsioni subite, i ricatti, le violenze e tutto ciò di cui, indirettamente, vivendo a contatto con quelle persone, era venuto a conoscenza.

Partono le indagini che portano all’arresto di trentadue persone, tra affiliati al clan Cesarano, Pesacane e Gionta. Ventitré di queste verranno condannate in via definitiva per associazione mafiosa. Tutti gli altri avranno condanne per capi di imputazione minori. Il clan dei Pesacane subisce il più grosso colpo della sua storia. Un clan che veniva chiamato “banda armata” per la sua brutalità.

È il 2001. Dopo le prime dichiarazioni rese alla DIA, Luigi viene corteggiato dalle istituzioni: carabinieri e procura lo trattano come uno di loro. Ciò nonostante, il supertestimone non riceve alcuna protezione; viene lasciato solo, senza neanche una volante a controllare la casa. Secondo le autorità, non c’era alcun pericolo, visto che i delinquenti erano stati arrestati… Si, qualche volta viene avvicinato da amici in comune che gli fanno qualche velata minaccia. Qualche altra volta viene picchiato: qualche botta, un occhio nero, un po’ di calci, pugni.  Ma niente di cui preoccuparsi. “Il signor Coppola è in una botte di ferro”, dicono alla Procura. La botte di Attilio Regolo.

Un giorno lo portano al cospetto di una persona che aveva forti legami con un latitante. “Guarda, Coppola – gli dice – chi te lo fa fare… I carabinieri prima o poi ti mollano, quelli escono di galera e ti ammazzano. Questo tu lo sai. Possono fare del male a tua madre, a tuo fratello. Senti a me, torna a fare il tuo lavoro. Ti lasceranno in pace se ritirerai tutte le denunce. Non testimoniare e continuerai a vendere le tue macchine”.

Luigi finge di acconsentire, dice di “si”, che ritirerà tutto, ma ha con sé un registratore. E le intercettazioni finiscono nelle mani della DDA.

Collaborazioni pericolose, che mettono in serio rischio la vita del testimone. Ma alla procura questo sembra normale, tant’è che il pubblico ministero, incaricato dell’indagine, si rifiuta di riceverlo.

Le indagini passano al dott. Giuseppe Borrelli che, appena sente le registrazioni, chiama l’imprenditore e gli dice: “Coppola, qui ti fanno nero. Te ne devi andare”. Lui lo guarda meravigliato. È la prima volta che sente una cosa del genere. Perché dovrebbe essere lui ad andarsene e non i camorristi? Perché è lui a scappare e non i “cattivi”? “Non ti preoccupare – lo rassicura il magistrato. Vedrai, sarà solo per poco… Sarai tu a decidere se tornare…”

Per Luigi invece inizia l’odissea.

Quella notte alcuni incaricati delle forze dell’ordine si presentano a casa sua per trasferirlo nella prima località protetta.

Nessuno deve accorgersi della sua partenza. La famiglia lascia tutto com’è, senza portare nulla se non le cose di stretta necessità. Non sa che quello è il primo sintomo di una malattia che si chiama “programma di protezione testimoni” e che, il più delle volte, è mortale.

Dopo una notte in macchina, la mattina seguente i quattro si svegliano in una realtà completamente diversa. Sono in Piemonte. Gli viene data un’abitazione, ma sono come persone invisibili a tutti. Nomi falsi, scelti all’ultimo momento, ma senza documenti di copertura. Una serie di bugie ai nuovi amici per coprire le loro vere identità.

La famiglia cerca di ricostruirsi lentamente una vita, costruendo nuove relazioni, inventando un passato che non è mai esistito.

Come ogni testimone di giustizia, Luigi non ha un’identità ufficiale e, pertanto, non può lavorare. Lo Stato gli eroga un contributo minimo di 1.900 euro al mese per far campare l’intera famiglia.

Un giorno, un paio di persone vicine ai clan di Boscoreale si avvicinano a Luigi. Lo riconoscono, lo chiamano per nome. “Luigi, che ci fai qua?” Ed hanno un tono sarcastico, di chi sa e si diverte a spaventare. Luigi si preoccupa, lo dice ai Nuclei Operativi di Protezione (NOP); questi non gli credono. Poi, dopo circa venti giorni, i due uomini vengono fermati dai carabinieri. E dopo due ore, Luigi e la sua famiglia sono costretti a scappare per una nuova località protetta.

Vengono trasferiti nelle Marche, a Pesaro. Dopo sei mesi i NOP si accorgono della presenza di alcune persone che potrebbero riconoscerli. Ancora una volta bisogna fuggire.

La nuova destinazione è il Veneto. Inizialmente gli danno una camera in un hotel ad Abano Terme, in attesa che venga completato un appartamento a Vicenza. Luigi aveva chiesto un’abitazione ove trasferire la propria mobilia, rimasta ancora a casa sua, per evitare che marcisse.

Di nuovo bugie coi vicini di casa, di nuovo identità false, di nuovo a costruirsi una vita “non vita”.

È aprile del 2004. Sono passati venti giorni dal trasferimento. Luigi ha appena finito di montare la mobilia e appendere i chiodi al muro quando i NOP gli notificano un provvedimento della Commissione Centrale di Protezione.

Sentita la DDA, sentito il parere del Ministero, sentito il Pubblico Ministero, sentito questo, sentito quello insomma, siccome il processo è finito e non c’è più pericolo per lincolumità del testimone, la Commissione delibera la revoca del programma di protezione”.

Luigi non crede ai propri occhi. Il processo è tutt’altro che finito. Anzi: non è nemmeno entrato nel vivo dell’istruttoria. Ma, ciò nonostante, gli viene revocata ogni misura di protezione.

Eppure la legge sui testimoni (L. 45/2001) prevede che il programma cessi quando termina lo stato di pericolo. Invece, secondo i modellini prestampati della Commissione, se gli imputati sono dietro le sbarre dell’aula, a sentenza non ancora emessa, ogni rischio per l’incolumità del testimone scompare magicamente. Un bel modo di interpretare la legge…

Che sia o meno frutto di un errore, di disinteresse o di un deliberato piano di abbandono, a Luigi viene imposto di lasciare la casa entro sessanta giorni. Gli viene offerta una capitalizzazione di 227 mila euro per ricominciare una nuova vita.

E poi, la beffa. Dopo quindici giorni, i carabinieri di Vicenza gli notificano un avviso. C’è la convocazione per la nuova udienza del processo al quale deve rendere la testimonianza. Lo stesso processo che, secondo la Commissione, è ormai finito. Sembrerebbe quasi che le istituzioni, quelle con le quali Luigi ha collaborato, rinunciando alla sua tranquilla vita, lo stiano prendendo in giro.

E così non resta che giocare. Luigi prende la famiglia e, per una settimana, si nasconde in Umbria, a riposarsi lontano da tutti. Lo cercano in lungo e in largo. Il pubblico ministero è furibondo: “Dov’è finito il nostro supertestimone?, Cristo Santo, pure i NOP non sanno dove è andato a finire!”. La sua deposizione viene rinviata alla successiva udienza e un processo intero si ferma.

Quando ritorna a Vicenza, i Nuclei di protezione lo raggiungono e lo ammoniscono: “Lei rischia l’espulsione dal programma di protezione per non essere andato a testimoniare!”

“Mi avete già sbattuto fuori” replica veemente Luigi.

“Lei aveva l’obbligo di andare a testimoniare!” rispondono i burocrati.

“Mi avete lasciato senza protezione, mi avete scritto che il processo era finito. Sono di nuovo libero di fare quello che voglio o no?”

Lo manda a chiamare il dottore Borrelli. Un po’ incazzato. Ma fa parte del suo mestiere di arringatore. I due si chiariscono: il pubblico ministero dice di non sapere nulla del provvedimento di espulsione e si impegna a sistemare le cose.

Quando Luigi rientra a Vicenza, il Viminale gli notifica un nuovo provvedimento. “Preso atto di questo e di quello…” insomma, dopo i soliti, infiniti “premesso”, gli viene notificato il rientro nel programma di protezione.

Passano alcune settimane. In questo periodo Luigi partecipa a un’altra udienza.

Al sesto mese (è il 2005), la Commissione – dura di testa – gli comunica di nuovo la revoca del programma. Inutile dire che il processo è ancora in corso. Gli scrivono, invece, che non c’è più pericolo. Però, nello stesso tempo, lo diffidano dal tornare nel suo paese di origine per via dei gravi rischi di incolumità che lì corre. Contraddizioni difficilmente spiegabili alle nostre istituzioni: se il pericolo sussiste in un angolo dello stivale, come può invece cessare nel resto del territorio, in un’epoca dove, per raggiungere il lato opposto della penisola, non è più necessario il calesse e una settimana di viaggio? Formalismo tipicamente italiano.

Così Luigi fa ricorso al Tribunale Amministrativo. All’epoca c’è Minniti al vertice della Commissione e, con lui, il dialogo è più facile. Si trova un accordo: Luigi rinuncia al ricorso al TAR e, in cambio, gli viene ridata la protezione e un contributo straordinario di 200 mila euro per ricominciare la sua attività. Nel frattempo, con tutta la famiglia, fa rientro al paese natio.

Poi, caduto il governo Prodi, la sedia viene occupata da Mantovano. La Commissione assume di nuovo un atteggiamento rigido: al testimone viene revocata la vigilanza fissa. La camorra apprezza: una mattina di quelle, la polizia trova una cartuccia di pistola inesplosa con una bottiglia piena di benzina. Alla Commissione l’avranno scambiato per un gesto di folclore napoletano, un festeggiamento per il rientro di Luigi nel suo paese. E così, tentano di revocargli anche la scorta.

A Pompei, Luigi trova difficoltà di ogni tipo. Abbandonato dalla collettività, che lo teme, viene tenuto a distanza anche dalle istituzioni. Si moltiplicano le petizioni della popolazione alle maggiori istituzioni: all’arma dei carabinieri, alla procura della repubblica, alla polizia di stato, questura, sindaco. Tutti a chiedere l’allontanamento della famiglia Coppola, perché pericolosa, causa di “destabilizzazione sociale”. E il Prefetto: “Guardi, signor Coppola: io devo anche tutelare gli altri cittadini…”

Ci si mette persino la scuola delle bambine in occasione della gita scolastica: “Noi vorremmo andare, ma se tu vuoi punire tutta la classe…” gli dice qualcuno evidentemente preoccupato che le figlie possano unirsi al gruppo.

Per fortuna, di tanto in tanto, qualche angelo su questa terra ancora si trova. Nel ricordo di Luigi sono stampati i nomi del Luogotenente Bernardo e del comandante della stazione dei Carabinieri di Pompei, Tommaso Canino. Entrambi fanno, da soli, quello che non aveva mai fatto né il Viminale, né la Prefettura: arrivano persino a pagare, di tasca loro, le bollette della luce e dell’acqua di Luigi.

La Prefettura delinea la sua tutela fino alle 20 di sera. Un’ora dopo, inizia il coprifuoco. Così, anche ad agosto, non è neanche scesa la sera, che la famiglia è costretta a rintanarsi in casa.

I soldi finiscono subito. La gente non acquista più dall’azienda di Coppola. Hanno timore, con quell’auto dei carabinieri, in divisa, sempre davanti al negozio.

Dall’altro lato, l’INPS non ha dimenticato il pregresso contributivo che l’imprenditore doveva versare nel periodo in cui è stato – disoccupato – sotto il programma di protezione. Così, al rientro, gli dà il benvenuto: una lettera di messa in mora e l’intimazione a pagare una cifra enorme, insieme a tutte le maggiorazioni pretese, per il ritardo, da Equitalia.

I membri della Commissione non ci credono che i 200 mila euro siano già terminati e gli chiedono se, con quei soldi che gli erano stati dati, non abbia piuttosto comprato una barca.

Cosa è rimasto del passato? Qualche titolo sui repertori dei giornali: “Brillante operazione dell’arma dei carabinieri a Boscoreale. La magistratura ha vinto sulla camorra”. E il piccolo nome del testimone messo là, quasi per caso, disperso in una pagina intera di giornale: sconosciuto a tutti. Capeggia invece l’immagine di un magistrato che, comodamente dal suo ufficio, ha firmato le carte.

Cambiano i bracci della bilancia. Il gioco dei pesi si modifica. E chi ci ha scommesso la pelle su quella indagine – il testimone di giustizia, senza cui il P.M. non avrebbe potuto procedere agli arresti, e che prima era stato corteggiato e lusingato – viene presto dimenticato, avvertito dallo Stato come un peso, un costo, un approfittatore delle risorse pubbliche. E la società, invece di stringersi a lui, lo evita, lo considera pericoloso, lo emargina.

Luigi oggi vive appoggiato dai suoi familiari e dalle collette degli amici.

Al contrario di molti altri testimoni, ha però deciso di rimanere nel suo paese di origine, di non viaggiare in continuazione. Ha rifiutato l’idea di costruirsi una vita in un’altra parte lontana dalla sua terra. Che a fuggire siano i delinquenti, non lui.

I processi sono finiti nel 2009, ma Luigi Coppola non ha ancora ricevuto tutti i benefici economici previsti dalla legge, compreso il risarcimento del danno. Dalla Commissione fanno sapere che i rubinetti sono chiusi, i soldi sono finiti. E, insieme ad essi, forse anche quattro vite.

Questa storia, però, non lo ha allontanato dai suoi principi. Oggi Luigi coordina uno sportello anticamorra ed è membro di una consulta anticamorra di Boscoreale. E quando insegna agli altri “denunciate!” lo guardano storto e forse pensano “è pazzo”.

La foto del presente articolo è un’opera artistica di Dantemanuele De Santis, DS Photostudio, ©. Ogni riproduzione riservata.

LA HISTORIA DE LUIGI COPPOLA, TESTIGO DE (IN) JUSTICIA CONTRA LA MAFIA

“He sido víctima de extorsión y luego he tenido que pagar los intereses de este chantaje”

Así comienza la impresionante confesión de Luigi Coppola, testigo de la (in)justicia contra la mafia, uno de los casos incluídos en “tra l’incudine e il martello” (“Entre el yunque y el martillo”, libro de Angelo Greco sobre la problemática de los testigos de justicia contra la mafia en Italia).

En el ingrato mundo de quien ha tenido el coraje de denunciar, no hay way-back. Luego del cortejo inicial por parte de la fiscalía, luego de las sucesivas audiencias, la puesta en marcha del llamado “programa de protección de testigos” no es más que el inicio de un progresivo abandono.

Alguien dijo una vez: “No debes hacer el bien si no tienes coraje para soportar la ingratitud”. En este caso la ingratitud viene acompañada de peligro, indiferencia, soledad, miseria.

La vida de un testigo de justicia contra la mafia, necesariamente tendrá que chocar contra con la inexistente asistencia del Estado, una asistencia que la ley ordena por escrito pero que sistemáticamente es desatendida por quienes “interpretan” las leyes.

Siempre hay que tener coraje. Pero a menudo el detonante es un grito desesperado: “Muera Sansón con todos los filisteos”. Siempre que la víctima se decide a denunciar a sus acosadores es porque está exasperada.

La historia de Luigi, como la de los otros, también comienza con un chantaje. Pero la suya es una historia especial…

Luigi Coppola, clase 1965, abre en el año 1993 una concesionaria multimarca de automóviles de gran cilindrada.  Boscoreale, población cercana a Pompeya: una zona caliente, y no sólo por estar situada en la ladera del Vesubio. En once quilómetros cuadrados se amuchan veintisiete mil habitantes. Todos se conocen, todos saben quién es “Tizio” y quién es “Caio”.

Lo sabe Luigi, cuando de vez en cuando se presentan en el negocio: “Tenemos un compadre a quien tienes que hacer un buen precio”. Luigi hace como que no comprende, hace un pequeño descuento y deja pasar la “cortesía” como un gesto de arte comercial, para complacer al cliente.

En la jerga del hampa se llaman “acercamientos”. Casi come hace el tiburón, que antes de despedazar la víctima le da un par de vueltas alrededor.

Es el año 1995 y la empresa, que tiene un box con autos de lujo, registra una buena facturación. Carnada para los matones prepotentes.

Es en 1998 cuando inicia el verdadero camino del Gólgota.

Son las cuatro de la madrugada. Luigi está por salir hacia el note, cuando advierte que las cerraduras habían sido forzadas y que siete coches habían desaparecido. Las pérdidas son de alrededor de 100 millones de liras (unos 52.000 euros).

Al día siguiente, el empresario es contactado por un tal Luigi Di Martino, alias “El Profeta”.  Lo cita en un bar que separa Pompeya de Torre Annunziata. “Se quieres volver a ver los coches debes darnos 30 millones de liras (unos 15.500 euros)”.

Coppola prefiere no pagar. Que los quemen, dice para sí.

El problema es que entre estos coches robados estaba también el del cuñado de Di Martino, miembro del clan de los Cesarano.  Éste contacta al extorsionado y le aclara un concepto muy claro: “Si queman mi coche, tú me lo pagas. Hagamos así: me das a mí el dinero del rescate y yo me ocupo de pagarles a ellos…”.

Por esa cifra, a Luigi le conviene recuperar todos los autos robados. Negocia el precio y logra bajarlo a la mitad, de 30 millones de liras a 15. Emite un cheque con fecha de pago diferido a diez días y se lo entrega.

No pasan ni dos horas desde la entrega del cheque cuando alguien lo contacta en su móvil y lo guía telefónicamente hacia una de las laderas  del Vesubio, una zona llena de restaurantes. Allí Luigi encuentra los coches. En cada uno hay un bidón de gasolina (que a esta altura podría tener más valor que todo el auto completo).

Un policía simula un hallazgo casual y extiende el parte correspondiente.  Luigi le había explicado todo lo sucedido, pero el policía ya le había desaconsejado de referirle esto al juez. “Te estás arriesgando a acabar como Pastore”, un hombre asesinado por la Camorra frente a los ojos de su madre, justamente porque haber denunciado.

Pasan cinco días. Unas personas entran en el despacho de Luigi, bajan la persiana del negocio y se encierran adentro con él. Le dicen: “Buenas noches. Nosotros venimos de parte de Pesacane Giuseppe”. Quizá esperen de parte suya un gesto de respeto que nunca llega. “Usted conoce al jefe de Boscoreale?” lo imprecan.

“No” responde él, sabiendo cuánto le molesta a un criminal no ser conocido.

“Pero no es usted a quien han robado los coches?” preguntan.

“Si”, responde Luigi serenamente.

“Y el dinero a quién se lo ha dado?”, insiste con aire descarado.

“El dinero no se lo he dado a nadie…”, replica Luigi, dado que el cheque no había sido todavía ingresado.

“No! Usted le ha dado el dinero a alguien, y como ésta es nuestra zona, mañana a las 9 vendrá a la casa del jefe, que tiene algo que decirle…”.

A la mañana siguiente vienen a recoger a Luigi y lo acompañan hasta la villa de Peppino Pesacane. El jefe lo recibe con gentileza. Le explica: “Señor Coppola, yo sé que usted ha emitido un cheque por los coches que le habían robado”. Y lo da por descontado, como si se tratase de un hecho de dominio público. Ni siquiera internet viaja así de rápido. “¿A quién ha dado este dinero”?

“Al cuñado de El Profeta”, responde Luigi.

“Bien”, continúa el capo, “una vez que salga de aquí, diríjase a la policía y denuncie el robo”.

“Si lo hago, ¿recupero el dinero?”, dice Luigi.

“Usted hágalo y no se preocupe”.

Coppola hace lo que le dicen. No tarda mucho en advertir que está en medio de una guerra entre clanes por el control de la zona y que él es la manzana de la discordia.

Luego de tres días, Luigi recibe otra vez una llamada de Luigi Di Martino, El Profeta, de parte de Cesarano. Él también está al corriente de todo, y antes del vencimiento del cheque le ordena: “Tiene que decirle a Peppino Pesacane que si usted no me paga el cheque, yo mando que lo muelan a palos. Y Peppino Pesacane puede ser el camorrista más grande de la zona, pero no se ensucia las manos. Por lo tanto arréglenlo entre ustedes… Y hasta luego”. Los modales son cada vez más bruscos y categóricos.

Coppola acaba siendo embajador de los dos clanes. Se dirige entonces a Pesacane y lo pone al tanto del último encuentro mantenido con el cuñado.

Don Peppino no se altera: “Tú no te preocupes”, le asegura, y le pone en el interior del negocio, a modo de escolta, una persona de su confianza que controla la zona de la noche hasta la mañana. Es la protección de la criminalidad…

Pocos días después, Pesacane se presenta personalmente en la empresa. Permanecen solos él y Luigi en el despacho, sentados a ambos extremos del escritorio.

El capo va al grano: exhibe, agitándolo en el aire, el cheque que en su momento había sido emitido para Cesarano. Había logrado obtenerlo. Se lo pone delante y le dice: “Este es el cheque que le ha dado a mi cuñado. Ahora haga otro para mí”.

“¿Al final a quién le tengo que dar el dinero?” exclama Luigi en un brote de nerviosismo.

“Entonces usted no ha entendido nada…” le responde Don Peppino en tono intimidatorio. “¡Ésta es mi zona!”

“Pero yo no tengo el dinero”, intenta justificarse Luigi, “de hecho había emitido un cheque de pago diferido”.

“No pasa nada. Me pagas cuando tengas el dinero, dentro de dos o tres meses. Pero para ese día, en lugar de quince millones, me vas a dar veinte”. Y el mensaje es claro.

Pasa el tiempo y Luigi intenta, una y otra vez, posponer el pago, lo que demuestra entre otras cosas las dificultades en las que a esta altura su empresa ha caído por culpa de la extorsión. Así la suma va aumentando cada vez más, de modo tal que con cada vencimiento, el “préstamo” de los criminales va madurando los intereses. La deuda llega, en pocos meses, a 40 millones, 60 millones, 100 millones, hasta sobrepasar los 200 millones de liras (alrededor de 110 mil euros).

Probablemente lo único que le interesa al capo mafioso es absorber la empresa de Coppola, para lavar dinero sucio. Es así como durante un año entero Pesacane espera, concede retrasos, aplica ulteriores intereses, toma el coche que le gusta, chupa de las cajas de la empresa. El empresario se ve obligado a pedir dinero a los prestamistas que luego entrega a la Camorra, y se ve obligado a solicitar prórrogas a la Camorra para poder pagar a los prestamistas. A esta altura de los hechos, el trabajo de Coppola consiste en conseguir dinero para tapar los agujeros.

Hasta que el capo le da el ultimátum.

Un día, los subordinados de los chantajistas de Torre Annunziata, a quienes Luigi había pedido los préstamos, se presentan en su casa. Han visto su coche aparcado allí y creen que lo encontrarán en el departamento. No está él sino esposa, acaba de salir de la ducha. Lleva una niña en brazos y la otra de la mano. Destrozan la cerradura, saltan la tapia y llegan al interior de la vivienda. Son ocho. Llevan las caras, la violencia y la furia de los perros rabiosos. Sacuden violentamente a la mujer, todavía en camisón y con ambas niñas. La obligan a arrodillarse en el suelo. El que aparenta comandar el grupo, le intima: “Dile esto a tu marido: allí donde lo encuentre le daré treinta golpes en la cabeza”.

Es la gota que rebalsa el vaso.

Apenas Luigi se entera de lo sucedido se dirige a la comisaría y allí se encierra durante dos días enteros. Es un río desbordado, y cuenta todo lo que sabe. Las extorsiones, los chantajes, las violencias y todo lo que, indirectamente, llegó a saber a través del contacto de estas personas.

Comienzan las investigaciones que concluyen con el arresto de treinta y dos personas, entre miembros de los clanes Cesarano, Pesacane y Gionta. Contra veintitrés de ellos habrá condena con sentencia firme por asociación mafiosa. Todos los otros recibirán condenas por delitos menores. El clan de los Pesacane sufre el golpe más grande de toda su historia. Un clan que era llamado “banda armada” debido a su brutalidad.

Es el año 2001. Luego de las primeras declaraciones en sede de la DIA (Dirección de Investigación Antimafia), Luigi es cortejado por las instituciones: policías y Juzgado lo tratan como si fuese uno de ellos.

Sin embargo, el supertestigo no recibe ninguna protección y lo dejan solo, sin siquiera un vigilante controlando la casa. Según las autoridades, ya no había ningún peligro dado que los delincuentes habían sido arrestados… Sí, alguna vez es abordado por amigos en común que se encargan de hacerle alguna amenaza velada.  Alguna otra vez ejercen la violencia física: algún golpe, un ojo negro, un poco de patadas, puñetazos. Nada de qué preocuparse. “El señor Coppola está dentro de un barril de hierro”, dicen en el Juzgado. El barril de Attilio Regolo  (Cónsul y general Romano que según la leyenda fue asesinado por los cartagineses, metido en un barril tapizado por dentro con clavos).

Un día lo llevan ante la presencia de uno que mantenía fuertes lazos con un mafioso fugitivo. “Mira Coppola”, le dice, “lo que te puede pasar… Los policías antes o después aflojan y te abandonan, y los que salen de la cárcel te matan. Esto ya lo sabes. Pueden hacerle mal a tu madre, a tu hermano. Escúchame, vuelve a tu trabajo. Te dejarán en paz si retiras todas las denuncias. No atestigües y volverás a vender tus coches”.

Luigi finge aceptar, dice que “sí”, que se retractará de todo, pero lleva encima una grabadora. Y las conversaciones acaban en manos de la DDA (Dirección Distrital Antimafia).

Colaboraciones peligrosas, que ponen en serio riesgo la vida del testigo. Pero al Juzgado esto le parece normal, tanto es así que el organismo de gobierno que se encarga de las investigaciones, se niega a recibirlo.

Las indagaciones pasan al Dr. Giuseppe Borrelli, quien apenas siente las grabaciones llama al empresario y le dice: “Coppola, acá la tienes jurada. Debes marcharte”. Luigi lo mira alucinado. Es la primera vez que escucha algo por el estilo. ¿Por qué debería ser él quien se marche y no los camorristas? ¿Por qué debe escapar él y no “los malos”? “No te preocupes –lo tranquiliza el magistrado-. Vas a ver que será por poco tiempo… Y tú decidirás cuándo volver…”

Sin embargo, para Luigi comienza una odisea.

Aquella misma noche algunos miembros de las fuerzas del orden se presentan en su casa para llevarlo a la primera localidad protegida.

Nadie debe darse cuenta de su partida. La familia deja todo como está, sin llevarse nada más que lo estrictamente imprescindible. No sabe que éste es el primer síntoma de una enfermedad llamada “programa de protección de testigos”, la mayoría de las veces mortal.

Luego de una noche en automóvil, a la mañana siguiente los cuatro se despiertan en una realidad totalmente diferente. Están en Piemonte. Le dan una habitación, pero son como personas invisibles. Nombres falsos elegidos a último momento y sin documentos que lo demuestren. Una serie de mentiras a los nuevos amigos para cubrir las identidades verdaderas.

La familia busca reconstruirse lentamente una vida, creando nuevas relaciones, inventando un pasado que nunca ha existido.

Come pasa con el resto de los testigos de justicia contra la mafia, Luigi no tiene una identidad oficial, y por lo tanto no puede trabajar. El Estado le paga una contribución mínima de 1.900 euros al mes, para mantener a toda la familia.

Un día, un par de personas leales al clan de Boscoreale, se acercan a Luigi. Lo reconocen, lo llaman por su nombre. “Luigi, ¿qué haces acá?” Lo hacen con el tono sarcástico de quien sabe que asusta y se divierte haciéndolo. Luigi se preocupa y lo transmite al NOP (Núcleos Operativos de Protección), pero estos no le creen. Unos veinte días después los dos hombres son parados por la policía, y luego de un par de horas Luigi y su familia son obligados a escapar  hacia una nueva localidad protegida.

Los llevan a Pesaro, región de Le Marche. Al cabo de seis meses los NOP advierten la presencia de ciertas personas que podrían reconocerlos. Otra vez tienen que huir.

El nuevo destino es el Véneto. En principio le dan una habitación de hotel en Abano Terme, mientras esperan que se acabe de adecuar un departamento en Vicenza. Luigi había pedido una habitación donde poder llevar su propios muebles, todavía en su casa, para evitar que se pudran.

Nuevamente las mentiras con los vecinos de casa, de nuevo falsas identidades, de nuevo a construirse una vida “no vida”.

Es abril del 2004. Han pasado veinte días desde la mudanza. Luigi acaba de montar los muebles y está clavando unos clavos en la pared cuando desde los NOP le notifican por escrito de una resolución de la Comisión Central de Protección.

“Visto lo declarado por la DDA, visto el veredicto del Ministerio, visto el Ministerio Público, visto esto, visto aquello… en síntesis, dado que el proceso ha acabado y no existe ningún peligro para la integridad del testigo, la Comisión determina la cancelación del programa de protección”.

Luigi no da crédito a sus propios ojos. El proceso puede ser cualquier cosa menos algo acabado. Es más: ni siquiera ha entrado de lleno en la instrucción. Sin embargo, y a a pesar de todo esto, le retiran todo tipo de protección.

Según prevé la ley sobre testigos de justicia (L. 45/2001), el programa de protección cesa cuando acaba la situación de peligro. Sin embargo, y esto de acuerdo a los modelos impresos de la Comisión, si los imputados están detrás de los barrotes de la sala -incluso antes de haberse emitido sentencia-, el peligro para la integridad y la vida del testigo desaparece por arte de magia. Linda manera de interpretar la ley…

Ya sea que se trate de un de un error, del desinterés, o de un plan deliberado para abandonarlo, lo concreto es que a Luigi se lo conmina a abandonar la casa en el plazo de sesenta días. Le ofrecen una capitalización de 227 mil euros para recomenzar una nueva vida.

Y luego la burla.

Pasados quince días, la policía de Vicenza le entrega un comunicado. Es la convocatoria para una nueva audiencia del proceso en la que debe estar presente para dar su testimonio. El mismo proceso que, según la Comisión, ya ha acabado. Parecería que las instituciones, esas con las que Luigi -renunciando a una vida tranquila- viene colaborando, le estén tomando el pelo.

Dado el estado de cosas, no queda más que seguir en el juego. Luigi reúne a su familia y durante una semana se esconde en Umbría, para poder descansar lejos de todo el mundo. Lo buscan por todos lados. El ministerio público está furioso: “¿Dónde se ha metido nuestro supertestigo? ¡Por amor de Dios, ni siquiera los NOP saben dónde ha ido a parar!” Su declaración es postergada hasta la próxima audiencia y un proceso entero se para.

Cuando vuelve a Vicenza, los Núcleos de Protección van a su encuentro y lo amonestan: “Usted se está arriesgando a ser expulsado del Programa de Protección por no haber ido a declarar!”

“Pero si ya me han echado afuera”, replica Luigi con vehemencia.

“Usted tenía la obligación de ir a declarar”, responden los burócratas.

“Me han dejado sin protección, me han comunicado que el proceso ya había acabado. Soy nuevamente libre de hacer lo que me plazca ¿O no?”

Lo hace llamar el Dr. Borrelli. Se muestra un poco cabreado, pero es parte de su oficio de orador. Entre ambos logran entenderse: el ministerio público dice que no sabe nada de la resolución de expulsión del programa y se ofrece a arreglar las cosas.

Cuando Luigi retorna a Vicenza, desde el Viminale (Ministerio del Interior) le llega una nueva resolución: “Dado esto y aquello…” en definitiva,  luego de los habituales e infinitos “visto que”, le notifican su reinserción en el programa de protección.

Pasan algunas semanas, período durante el cual Luigi participa en otra audiencia.

Al sexto mes (estamos ya en el 2005), la Comisión –cabeza dura- le comunica de nuevo la cancelación del programa. No vale la pena aclarar que el proceso continúa aún en curso. Le afirman que ya no hay peligro, y al mismo tiempo le recomiendan que no vuelva a su pueblo porque allí su vida podría correr serio peligro.

Son las contradicciones imposibles de explicar a nuestras instituciones: si el peligro subsiste en un punto del país, ¿Cómo puede cesar en el resto del territorio, en una época en la que para recorrer la península de una punta a la otra ya no se necesita una diligencia y una semana de viaje? Formalismo típicamente italiano.

Es así como Luigi presenta un recurso al Tribunal Administrativo. En aquella época estaba Minniti dirigiendo la Comisión y con él el diálogo resulta más fácil. Llegan a un acuerdo: Luigi rencnia a recurri al Tribunal y, a cambio de eso le ofrecen reinsertarlo en el programa de protección y una contribución extraordinaria de 200 mil euros para recomenzar su actividad. Mientras tanto, retorna con toda su familia al pueblo natal.

Posteriormente, con la caída del gobierno de Prodi la silla es ocupada por Mantovano. La Comisión vuelve a la rigidez: le retiran al testigo la vigilancia fija. La Camorra aprecia el cambio: una mañana de aquellas la policía encuentra una bala de pistola sin uso con una botella llena de gasolina. Para la Comisión se trató de un gesto propio del folclore napolitano, una especie de recepción en tono de broma por el retorno de Luigi a su pueblo. Tanto es así que proponen retirarle incluso la escolta.

En Pompeya Luigi se encuentra con problemas de todo tipo. La gente del pueblo no lo quiere cerca, tienen miedo, incluso las instituciones locales se mantienen a distancia. Se multiplican las peticiones de los vecinos a las principales instituciones: la policía local y regional, el juzgado, la comisaría, el alcalde. Todos piden por el alejamiento de la familia Coppola porque dicen que es peligrosa y motivo de “inestabilidad social”.

Y el gobernador interviene: “Mire, señor Coppola, yo también tengo que proteger al resto de los ciudadanos…”

Le vienen mensajes también desde la escuela de las niñas en ocasión de una excursión escolar: “Nosotros querríamos ir, imagino que no querrás poner en peligro a todo el grado…” Le dice uno evidentemente preocupado de que las hijas puedan unirse al grupo.

Afortunadamente, cada tanto todavía es posible encontrar un ángel en esta tierra. En la memoria de Luigi permanecían impresos los nombres del subteniente Bernardo y del comandante de la Comisaría Pompeya, Tommaso Canino. Entre ambos hacen, por voluntad propia, lo que nunca habían hecho antes ni el Viminale ni la Gobernación: llegan incluso a pagar de su propio bolsillo las facturas de la luz y del agua de Luigi.

La Gobernación planifica la protección con escolta hasta las 20hs. Un hora después comienza el toque de queda. Así es como, en pleno agosto cuando todavía es de día a esa hora, la familia se ve obligada a encerrarse en casa.

El dinero se acaba enseguida. Los clientes ya no le compran nada a Coppola. Tienen miedo, con aquel coche policial siempre delante de su negocio.

Mientras tanto, en las oficinas de la Seguridad Social no han olvidado el dinero que el empresario debería haber ingresado como cotización durante el período en el que ha estado –desocupado- bajo el programa de protección. Es así como, al retornar al pueblo, recibe otra carta de bienvenida: la comunicación de que ha sido ingresado al listado de morosos y la intimación a pagar una cifra enorme, junto con todas las pretensiones en concepto de tasas por el retraso y los trámites, de parte de Equitalia (empresa pública italiana que se encarga del cobro de deudas  de todo tipo).

Los miembros de la Comisión no creen que los 200 mil euros se hayan terminado y le preguntan si con aquel dinero que le habían dado, más bien no se habrá comprado un barco.

¿Qué ha quedado del pasado? Algún que otro título en medio del repertorio periodístico: “Brillante operación policial en Boscoreale. La Justicia ha vencido sobre la Camorra”. Y el nombre del testigo puesto por ahí, casi de casualidad, pequeño y extraviado en la página entera del diario: un perfecto desconocido.  En cambio, primeriando, aparece la imagen de un juez que desde la comodidad de su despacho ha firmado los papeles.

Cambian los brazos de la balanza. La relación de pesos se modifica. Y quien se ha dejado la piel en esas investigaciones –el testigo de justicia, sin el cual el ministerio público no habría podido realizar los arrestos y a quien al principio habían alabado y cortejado tanto-, acaba rápidamente olvidado, considerado por el Estado como una carga, un gasto, un aprovechador del dinero público.

Y la sociedad, en vez de acercarse a él lo evita, lo considera peligroso, lo margina.

Luigi vive hoy del soporte de sus familiares y las colectas de los amigos.

Al contrario de otros testigos, ha decidido permanecer en su pueblo natal, y no viajar continuamente. Ha rechazado la idea de hacerse una vida en otro lugar alejado de su tierra. Que escapen los delincuentes, no él.

Los procesos acabaron en el 2009, pero Luigi Coppola no ha todavía recibido todos los beneficios económicos previstos por la ley, incluida la indemnización por los daños. Desde la Comisión le han hecho saber que el grifo está cerrado, se acabó el dinero. Y junto a éste, posiblemente cuatro vidas.

Sn embargo esta historia no lo ha alejado de sus principios. Hoy Luigi coordina una web contra la Camorra y es miembro de una asesoría anti Camorra en Boscoreale. Y cuando dice a los otros “¡Denuncien!”, lo miran de costado y quizá piensan “está loco…”

 

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4 Commenti

  1. Essere uomini significa chiamarsi Luigi Coppola! “Che a fuggire siano i delinquenti, non lui.”

  2. che paese, tutti i giorni si scoprono cose nuove che in fondo si conoscevano, ci si vergogna di essere in questo paese, a volte.

  3. Pensate un po, si parte dal cavallo d ritorno ( auto rubate ai fini estorsivi ) per essere tirati in un vortice come questo.
    E poi la giustizia tarda ad arrivare, e per le vittime l’incubo divnta dramma continuo; l tempi di risposta dello Stato devono essere più rapidi, non si può aspettare tanto.

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