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Minorenne invia foto nuda: cosa rischio?

30 Marzo 2021
Minorenne invia foto nuda: cosa rischio?

Selfie nuda: conseguenze penali per chi riceve lo scatto sul proprio smartphone.

Se un uomo dovesse ricevere dei selfie da una minorenne in cui questa posa nuda cosa rischierebbe da un punto di vista penale? Immaginiamo che la ragazzina faccia le foto volontariamente, senza alcuna costrizione fisica o psicologica: il fatto di non aver costretto l’interessata a ritrarsi senza vestiti potrebbe costituire reato? La questione è stata analizzata da una recente sentenza della Cassazione [1]. La Corte ha risposto alla seguente domanda: «Se una minorenne invia una foto nuda, cosa rischia chi riceve l’immagine?».

La Suprema Corte ha analizzato la responsabilità penale in capo a un uomo accusato di aver ricevuto alcune foto di due ragazzine nude. Contro di lui erano stato mosse accuse per ben tre diversi reati: quello di violenza sessuale, quello per pedopornografia e, in ultimo, quello per detenzione di materiale pedopornografico.

La pronuncia è particolarmente interessante perché chiarisce, una volta per tutte, quali sono le conseguenze per chi riceve selfie nudi di una minorenne (o, chiaramente, di un minorenne, essendo del tutto irrilevante il sesso della vittima). 

Selfie nuda: è violenza sessuale?

La violenza sessuale scatta tutte le volte in cui, anche senza bisogno di un contatto fisico, una persona induca un’altra a compiere atti sessuali, anche sul proprio stesso corpo. Potrebbe quindi integrare tale delitto il comportamento di colui che costringa la ragazzina a compiere selfie hard. 

Come chiarito dalla Cassazione, può essere condannato per violenza sessuale colui che, «per soddisfare o eccitare il proprio istinto sessuale, mediante comunicazioni telematiche che non comportino contatto fisico, induca la vittima al compimento di atti che comunque ne coinvolgano la corporeità sessuale e siano idonei a violarne la libertà personale e non la mera tranquillità». 

Dunque, nel caso di specie, se la minorenne si è fotografata volontariamente, senza alcuna costrizione, il destinatario del selfie erotico non risponde di violenza sessuale. 

Selfie nuda: è pedopornografia?

Quanto invece al reato di pedopornografia, tale illecito penale scatta quando una persona richiede a un minore di 18 anni di effettuare delle foto nudo/a. Come chiarito dalla Cassazione nella pronuncia in commento, la responsabilità penale sussiste «anche per colui che, pur non realizzando materialmente la produzione di materiale pedopornografico, abbia istigato o indotto il minore a farlo, facendo sorgere in questi il relativo proposito, prima assente, ovvero rafforzando l’intenzione già esistente, ma non ancora consolidata; difatti tali condotte costituiscono una forma di manifestazione dell’utilizzazione del minore, che implica una strumentalizzazione del minore stesso, sebbene l’azione sia posta in essere solo da quest’ultimo». 

In buona sostanza, risponde di pedopornografia non solo chi produce le foto di minorenni nudi, ma anche chi si limita a chiedere gli scatti: è appunto il caso di selfie hard, tipica condotta rientrante nel cosiddetto sexting. 

È chiaro dunque che, se la minorenne invia la foto hard non sollecitata, quindi di propria spontanea iniziativa, il destinatario non risponde del reato di pedopornografia. Ciò non toglie – come vedremo meglio nel successivo paragrafo – che si possa muovere contro di lui una diversa accusa: quella di detenzione di materiale pedopornografico.

Selfie nuda: è detenzione di materiale pedopornografico?

Non resta che accertare l’eventuale sussistenza dell’ultimo reato: quello di detenzione del materiale pedopornografico. Tale condotta consiste nel fatto di conservare, nel proprio dispositivo, delle foto che vedono ritratti minorenni nudi. Quindi, l’illecito scatta solo se il selfie viene registrato nella memoria del proprio telefonino o del computer. Non basta limitarsi a guardare il file: bisogna anche salvarlo.

Pertanto, se una minorenne invia foto nuda, non ci sono conseguenze penali per chi riceve il selfie a condizione che:

  • non abbia costretto quest’ultima a fare lo scatto (nel qual caso risponde del reato di violenza sessuale), né si sia limitato semplicemente a chiederlo, inducendo così la minore a fare qualcosa che altrimenti non avrebbe compiuto in autonomia (nel qual caso risponde del reato di pedopornografia);
  • non abbia conservato nel proprio dispositivo le immagini così ottenute (nel qual caso, oltre eventualmente ai precedenti reati, se ne sussistono i presupposti, risponderebbe anche del reato di detenzione di materiale pedopornografico). 

Quindi, se una persona riceve, senza chiedere, foto di una minorenne nuda e, subito dopo, le cancella, non rischia alcuna condanna penale. 

Maggiorenne invia foto hard a minorenne: cosa rischia?

Che succede infine nell’ipotesi inversa, ossia di un maggiorenne che invia foto nudo a una minorenne? Nulla: se non c’è pressione, se non c’è molestia o ricatto, non sussiste alcun reato. 


note

[1] Cass. sent. n. 11623/21 del 26.03.2021.

Autore immagine: depositphotos.com

Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 6 novembre 2020 – 26 marzo 2021, n. 11623

Presidente Rosi – Relatore Cerroni

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza dell’11 settembre 2019 la Corte di Appello di Bologna, in parziale riforma della sentenza del 18 giugno 2018 del Tribunale di Bologna resa in esito a giudizio abbreviato, ha rideterminato in anni quattro di reclusione – oltre alle sanzioni accessorie e alle statuizioni civili – la pena inflitta a F.R. per i reati, uniti dal vincolo della continuazione, di cui all’art. 81 c.p., art. 609-bis c.p., comma 1; art. 81, art. 600-ter c.p., comma 1; artt. 81, 609-bis e 81 c.p., art. 600-ter c.p., in danno di C.A. e Fo.Ch. , tredicenni all’epoca dei fatti.

2. Avverso la predetta decisione è stato proposto ricorso per cassazione articolato su cinque motivi di impugnazione.

2.1. Col primo motivo, quanto all’esistenza dell’elemento soggettivo dei reati, il ricorrente ha lamentato l’ingiustizia della sentenza nella parte in cui essa aveva valutato l’infondatezza della difesa dell’imputato (che aveva sostenuto che le minori fossero entrambe adulte e consapevoli), assumendo che il contrario doveva invece desumersi dalla minaccia di dire tutto ai genitori, dal nickname prescelto da una giovane che indicava l’anno di nascita 03 (e dalla foto dell’altra, che palesava trattarsi di teenager), nonché infine dalla circostanza che le due ragazze fossero in vacanza con i nonni.

Del pari vi era certa prova tanto della mancata conoscenza della minore età delle persone offese quanto della buona fede dell’imputato, nè al riguardo era stata spesa parola nelle sentenze di merito.

Infatti le parti non avevano mai avuto alcun contatto fisico ma solamente una conoscenza virtuale tramite lo scambio di messaggi e fotografie attraverso uno smartphone. Oltre a ciò, il primo contatto era avvenuto tramite il social network Instagram, che prevedeva l’iscrizione solamente di soggetti maggiorenni.

Sì che l’evidente atteggiamento colposo delle ragazze era emerso anche dalle volontarie e anteriori pubblicazioni di altre foto, in pose erotiche e in costume da bagno, in differenti pagine Instagram. In tal modo l’imputato era stato indotto ad una rappresentazione distorta della realtà, tale da ingenerare l’errore inevitabile in grado di escludere la colpevolezza. Mentre non poteva non essere evidenziata l’omissione di controllo da parte dei genitori delle ragazze, laddove infine l’imputato aveva immediatamente interrotto i contatti con la Fo. allorché costei, per la prima volta, aveva riferito di “essere piccola”. In tale quadro si doveva inserire altresì l’avvertimento dell’imputato di avvisare la nonna, quanto all’intenzione della minore di compiere atti di autolesionismo.

2.2. Col secondo motivo il ricorrente, quanto all’elemento oggettivo dei reati contestati ed in relazione all’ipotesi di cui all’art. 600-ter c.p., ha osservato che detta condotta si concretizza nell’utilizzazione dei minori finalizzata all’esercizio di determinate attività ivi specificate, e avrebbe come riferimento il cd. imprenditore di pedofilia. In specie, l’utilizzazione del minore si sarebbe invece realizzata attraverso la minaccia di rilevare ai parenti della persona offesa quali foto fossero state pubblicate sul social network, mentre in ogni caso era del tutto assente la finalità di utilizzo delle fotografie a fini speculativi. Nè il concetto di materiale pornografico poteva riferirsi se non ad una quantità notevole di immagini, filmati o altre rappresentazioni riferite ad una pluralità di soggetti, laddove le pretese immagini erano state identificate in una ventina ovvero in una quindicina, ed in ogni caso non erano presenti in atti, mentre alcune di dette immagini erano già state pubblicate dalle ragazze nelle pagine Instagram.

Allo stesso tempo andava esclusa la responsabilità anche a norma dell’art. 609-bis cit..

2.3. Col terzo motivo è stato contestato il giudizio sulla personalità dell’imputato, di fatto condannato a nove anni di reclusione quasi fosse pedofilo incallito e senza alcuna considerazione del percorso di vita del ricorrente e dei risultati conseguiti nella vita sociale, ed anche in ragione delle aberranti conseguenze in tema di trattamento sanzionatorio, tenuto conto della ben ridotta offensività della vicenda.

2.4. Col quarto motivo sono state riproposte le considerazioni circa l’assenza della funzione rieducativa della pena detentiva in un’ipotesi del genere.

2.5. Col quinto motivo sono state censurate le valutazioni probatorie, tutte improntate ad impostazione accusatoria e ad attribuire credibilità alle dichiarazioni delle persone offese, benché non fossero state reperite neppure le fotografie oggetto di pubblicazione, benché facilmente rintracciabili.

3. Il Procuratore generale ha concluso nel senso del rigetto del ricorso.

Considerato in diritto

4. Il ricorso è fondato nei termini di seguito indicati.

4.1. In via del tutto preliminare la sentenza impugnata va invero annullata senza rinvio limitatamente al capo A) e, correlativamente, al capo C) limitatamente alle foto di sola nudità ivi contestate, attesa l’insussistenza del fatto.

4.1.1. Vero è, infatti, che ai fini dell’integrazione del reato di cui all’art. 609-bis c.p., la nozione di “atti sessuali” implica necessariamente il coinvolgimento della corporeità sessuale del soggetto passivo, dovendo questi essere costretto a “compiere” o a “subire” tali atti (cfr. Sez. 3, n. 23094 del 11/05/2011, T., Rv. 250654). Invero, la fattispecie criminosa di violenza sessuale è integrata, pur in assenza di un contatto fisico diretto con la vittima, quando gli “atti sessuali” (in specie di autoerotismo), quali definiti dall’art. 609-bis c.p., coinvolgano oggettivamente la corporeità sessuale della persona offesa e siano finalizzati ed idonei a compromettere il bene primario della libertà individuale, nella prospettiva del reo di soddisfare od eccitare il proprio istinto sessuale (Sez. 3, n. 11958 del 22/12/2010, dep. 2011, C., Rv. 249746). Sì che, in fattispecie sostanzialmente sovrapponibile, è stato ritenuto integrare il reato di violenza sessuale la condotta di chi, per soddisfare o eccitare il proprio istinto sessuale, mediante comunicazioni telematiche che non comportino contatto fisico con la vittima, induca la stessa al compimento di atti che comunque ne coinvolgano la corporeità sessuale e siano idonei a violarne la libertà personale e non la mera tranquillità (fattispecie di conferma di condanna per il delitto di violenza sessuale per avere indotto, con plurime comunicazioni telematiche, una minore degli anni quattordici a compiere giochi erotici e ad avere rapporti sessuali virtuali)(Sez. 3, n. 41951 del 05/07/2019, P., Rv. 277053).

4.1.2. Ciò posto, quanto al capo A) e, in parte qua, al capo C), la contestazione concerne la realizzazione indotta di fotografie ritraenti le nudità delle giovani ragazze, ma senza il compimento ovvero la sopportazione di atti sessuali, sì che per tali condotte – come peraltro era stato correttamente richiesto dalla difesa nelle conclusioni d’appello – non può che essere dichiarata l’insussistenza del fatto.

4.2. Non sono invece fondati, con le precisazioni che precedono e con quanto si dirà in relazione al terzo profilo di censura, i primi due motivi di ricorso.

4.2.1. Al riguardo, infatti, è stato correttamente ricordato che, in tema di reati contro la libertà sessuale commessi in danno di persona minore degli anni quattordici, l’ignoranza da parte del soggetto agente dell’età della persona offesa scrìmìna la condotta solo qualora egli, pur avendo diligentemente proceduto ai dovuti accertamenti, sia indotto a ritenere, sulla base di elementi univoci, che il minorenne sia maggiorenne; ne consegue che non sono sufficienti le sole rassicurazioni verbali circa l’età fornite dal minore e/o da terzi, soprattutto se fornite in maniera ambigua (in specie la vittima non aveva indicato con chiarezza la sua età, ma aveva solo lasciato intendere all’imputato di avere quindici anni)(Sez. 3, n. 775 del 04/04/2017, dep. 2018, V.H., Rv. 271862). Infatti, ancorché in tema di prostituzione minorile, è stato osservato che il fatto tipico scusante previsto in relazione all’ignoranza inevitabile circa l’età della persona offesa è configurabile solo se l’agente, pur avendo diligentemente proceduto ai dovuti accertamenti, sia stato indotto a ritenere, sulla base di elementi univoci, che il minorenne fosse maggiorenne; ne consegue che non sono sufficienti, al fine di ritenere fondata la causa di non punibilità, elementi quali la presenza nel soggetto di tratti fisici di sviluppo tipici di maggiorenni o rassicurazioni verbali circa l’età, provenienti dal minore o da terzi, nemmeno se contemporaneamente sussistenti (l’imputato ha quindi l’onere di provare non solo la non conoscenza dell’età della persona offesa, ma anche di aver fatto tutto il possibile al fine di uniformarsi ai suoi doveri di attenzione, di conoscenza, di informazione e di controllo, attenendosi a uno standard di diligenza direttamente proporzionale alla rilevanza dell’interesse per il libero sviluppo psicofisico dei minori)(Sez. 3, n. 12475 del 18/12/2015, dep. 2016, G., Rv. 266484).

In specie, il ricorrente ha inteso affidarsi a considerazioni di natura generale relativamente allo scarso controllo genitoriale sulle giovani e alla già avvenuta pubblicazione di fotografie “spinte” delle ragazze in siti, l’accesso ai quali era consentito solamente a soggetti maggiorenni. Va da sé che le considerazioni possono rivestire un’indubbia valenza sotto molteplici profili, ma in realtà non rilevano circa la responsabilità del ricorrente, atteso che in tal modo non era certamente conseguita una tale univocità di elementi da consentire l’avvenuto superamento dell’onere probatorio invece incombente sull’agente. Alcuna certezza vi poteva essere, tenuto altresì conto degli elementi di ulteriori ambiguità evidenziati in sede di merito, quanto all’utilizzo di nick name tali da indurre al sospetto quanto all’età delle ragazze (la C. ) ovvero alle professioni di essere “piccola” (la Fo. ).

Al riguardo, pertanto, la sentenza impugnata va esente da censura.

4.2.2. Non possono sorgere dubbi neppure in ordine all’elemento oggettivo dei reati in contestazione.

4.2.3. In proposito, infatti, anzitutto va ricordato che, ai fini dell’integrazione del reato di produzione di materiale pedopornografico, di cui all’art. 600-ter c.p., comma 1, non è neppure richiesto l’accertamento del concreto pericolo di diffusione di detto materiale (Sez. U, n. 51815 del 31/05/2018, M., Rv. 274087, ulteriormente precisando, così, quanto affermato da Sez. 3, n. 27252 del 05/06/2007, Aquili, Rv. 237204, secondo cui, ai fini della configurabilità del delitto di cui all’art. 600-ter, comma 1 cit., il concetto di “utilizzazione” comporta la degradazione del minore ad oggetto di manipolazioni, non assumendo valore esimente il relativo consenso, mentre le nozioni di “produzione” e di “esibizione” richiedono l’inserimento della condotta in un contesto di organizzazione almeno embrionale e di destinazione, anche potenziale, del materiale pornografico alla successiva fruizione da parte di terzi). Laddove risponde di tale delitto anche colui che, pur non realizzando materialmente la produzione di materiale pedopornografico, abbia istigato o indotto il minore a farlo, facendo sorgere in questi il relativo proposito, prima assente, ovvero rafforzando l’intenzione già esistente, ma non ancora consolidata, in quanto tali condotte costituiscono una forma di manifestazione dell’utilizzazione del minore, che implica una strumentalizzazione del minore stesso, sebbene l’azione sia posta in essere solo da quest’ultimo (Sez. 3, n. 26862 del 18/04/2019, P., Rv. 276231).

4.2.4. Parimenti, quanto alla contestata violenza sessuale nel residuo ambito di cui sub C), è pacifico che il reato si configura anche allorché non vi sia compresenza dell’agente e del soggetto passivo (cfr. ad es. Sez. 3, n. 19033 del 26/03/2013, L., Rv. 255295). In specie non vi è questione circa l’uso della minaccia a rivelare tutto ai genitori, ed invero quantomeno una delle due giovani (la Fo. ) era stata in tal modo indotta a compiere atti sessuali su di sé, come è stato espressamente confermato dalla giovane (ma al riguardo non vi è mai stato dubbio circa la materialità dei fatti).

4.3. Ciò posto, ed in relazione agli ultimi tre motivi di ricorso che possono essere esaminati congiuntamente attesa la loro evidente connessione, ai fini della determinazione della pena il giudice deve procedere ad una valutazione complessiva del fatto e della personalità dell’autore, categorie di elementi che, se pure sono indicate in due parti separate della stessa disposizione (art. 133 c.p.), molto spesso si integrano (Sez. 3, n. 48304 del 20/09/2016, Gioia, Rv. 268575). Ciò premesso, in specie – condividendo i rilievi del ricorrente – il trattamento sanzionatorio andrà necessariamente rivisto alla stregua dell’insussistenza di quanto contestato sub A) e, parzialmente, di quanto contestato sub C). Oltre a ciò, il giudizio sulla personalità dell’imputato valutato solamente in relazione all’avvenuto parziale risarcimento del danno e in sostanza alla condotta processuale di larga ammissione dei fatti – andrà altresì rivalutato in considerazione della peculiarità della vicenda e del ruolo non secondario rivestito dalle giovani vittime, che in definitiva si sono inserite in un ambito informatico riservato in tesi a soggetti maggiorenni e, in parte, non erano neppure nuove alla diffusione di fotografie personali. Nè, per vero, la vicenda appare avere particolarmente segnato le stesse persone offese (una delle quali tra l’altro già aderente a pagina Internet di chiara connotazione sessuale, cfr. pag. 4 della sentenza del Tribunale di Bologna), sì che la complessiva rinnovata disamina di cui all’art. 133 cit. non potrà prescindere, con libertà di giudizio, da una verifica sulla personalità complessivamente intesa del ricorrente avuto altresì riguardo all’effettiva ricaduta offensiva della vicenda.

5. Va da sé che il rigetto del ricorso nella parte in cui ha contestato gli elementi costitutivi dei reati, fatta eccezione per quanto osservato supra, non può che comportare la condanna del ricorrente alla rifusione delle spese delle parti civili nei termini liquidati in dispositivo, peraltro con compensazione di un terzo alla stregua delle svolte considerazioni.

5.1. La sentenza impugnata va pertanto annullata senza rinvio limitatamente al capo A), e limitatamente alle condotte riferite alle foto di sola nudità contestate al capo C), perché i fatti non sussistono. Parimenti va annullata la sentenza impugnata limitatamente al trattamento sanzionatorio quanto alle imputazioni residue, con rinvio per nuovo giudizio sul punto ad altra sezione della Corte di Appello di Bologna, e con rigetto nel resto.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata, limitatamente al capo A) e limitatamente alle condotte riferite alle foto di sola nudità contestate al capo C), perché i fatti non sussistono ed annulla la sentenza impugnata limitatamente al trattamento sanzionatorio quanto alle imputazioni residue con rinvio per nuovo giudizio sul punto ad altra sezione della Corte di Appello di Bologna.

Rigetta il ricorso nel resto e condanna altresì il ricorrente alla rifusione delle spese sostenute dalle parti civili nel presente grado di giudizio che liquida in Euro tremilanovecento per ciascuna difesa e come da note prodotte, che compensa nella misura di un terzo, oltre spese generali ed accessori di legge.

In caso di diffusione del presente provvedimento, omettere le generalità e gli altri dati identificativi, ai sensi del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52, in quanto imposto dalla legge.

 


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4 Commenti

  1. Certi uomini sono dei porci assurdi…Che schifo! vanno ad accalappiare le ragazzine… Se avessi una figlia e leggessi qualche messaggio compromettente da parte di un uomo “maturo” gli farei passare i suoi guai giudiziari facendolo spedire in prigione

  2. Dobbiamo spezzare una lancia a favore degli uomini ogni tanto. Ammettete che ci sono ragazzine che non hanno neppure compiuto 18 anni e sembrano trentenni per come si atteggiano, per come si truccano e per come si vestono. Uno magari chatta sui social e lei mente sulla sua età. L’uomo cosa può saperne. Mica che va a chiederle la carta d’identità o la patente.

  3. Si ma mettete il caso che un uomo o un ragazzo un po’ più grande stia flirtando con la minorenne e poi una volta a conoscenza della sua età voglia smettere di sentirla e magari lei per provocarlo invia foto provocanti ed erotiche. Ora, non dico che gli uomini sono vittime in questi casi ma magari si ritrovano materiale pedopornografico non richiesto e magari passano pure i guai loro!

  4. Si certo, e poi ci sono gli asini che volano. Ma non dite sciocchezze che spesso voi uomini andate proprio a ricercare le ragazzine per farvi i fighi e sentirvi ancora giovani e piacenti pure dalle minorenni e finite per entrare in giochi pericolosi e rovinare la vita di queste facendo il lavaggio del cervello e cercando di accalappiarle per soddisfare le vostre sporche fantasie. Siete pessimi, luridi schifosi!

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