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Minorenne prende alcolici dal frigo bar self service

31 Marzo 2021
Minorenne prende alcolici dal frigo bar self service

Conseguenze penali per il gestore del bar che consente a chi ha meno di 16 anni di prendere una birra o altro alcolico direttamente dal frigo bar.

La legge vieta di vendere o comunque somministrare alcolici di qualsiasi tipo a chi ha meno di 18 anni. Quindi un minorenne non può acquistare birra, vino, vodka o altri superalcolici. Tuttavia le sanzioni scattano solo nei confronti del gestore del bar, del supermercato o di qualsiasi altro esercizio commerciale che effettua tale vendita. E non solo: anche il maggiorenne che compra alcolici per conto di un minorenne, per poi consegnarglieli, è parimenti responsabile. Non conta infatti il fine di lucro sotteso a tale azione, a meno che la consegna avvenga in un luogo non pubblico o non aperto al pubblico.  

Come vedremo a breve, le sanzioni sono diverse a seconda che la vendita o la somministrazione avvengano nei confronti di chi ha meno di 16 anni o di chi li ha già compiuti.

Cosa succede invece nel caso in cui il minorenne prende alcolici dal frigo bar e inizia a consumarli per poi pagare alla cassa? La questione è stata presa in esame dalla Cassazione con una recente sentenza [1]. Facciamo il punto della situazione.

È legale vendere alcolici a minorenni?

Come anticipato sopra, la legge vieta di somministrare o vendere alcolici a minorenni. Tuttavia, se la somministrazione o la vendita avvengono nei confronti di chi ha meno di 16 anni scatta un reato e quindi una incriminazione penale, con arresto fino a un anno e sospensione dell’esercizio commerciale. Se invece la vendita avviene nei confronti di chi ha 16 o 17 anni è prevista solo una sanzione amministrativa da 250 a 1.000 euro. Invece è pienamente lecito vendere o somministrare alcolici ha chi ha appena compiuto 18 anni.

Quindi è sempre bene sincerarsi dell’età di chi vuole acquistare alcolici prima di consegnarglieli, eventualmente chiedendo copia della carta d’identità: le apparenze che lascino ritenere che si tratti di un maggiorenne non possono infatti costituire una giustificazione.

Le stesse sanzioni scattano anche nei confronti di chi vende alcolici ai distributori automatici, nei quali non è possibile stabilire l’età della persona che sta acquistando l’alcol perché mancano gli appositi dispositivi di lettura ottica dei documenti.

Le sanzioni – penali o amministrative, a seconda dell’età dell’acquirente – scattano nei confronti del titolare del locale, a prescindere dal fatto che poi nel concreto l’alcol sia stato somministrato o venduto da qualcun altro.

Si commette lo stesso reato anche se, piuttosto che vendere, ci si limita a «somministrare» l’alcolico, cosa che succede ad esempio nel caso del maggiorenne che paga la bevanda alcolica per conto di un minorenne e poi gliela consegna.

Il minorenne che acquista alcol, anche dal distributore automatico, non rischia nulla, né può quindi essere fermato dalla polizia, se non per fornire informazioni in merito alla provenienza dell’alcol e al luogo ove questo è stato acquistato. In quel caso, ad esempio, il minore potrebbe anche dire di averlo preso in casa propria.

Quando è legale vendere alcolici a minorenni

Il reato di vendita o somministrazione di alcolici a minori di 16 anni scatta solo se l’azione avviene in pubblico (come una piazza, una strada, una spiaggia) o in un luogo aperto al pubblico (il ristorante, il bar, la pizzeria, il supermercato, la discoteca). Se ne deduce che vendere alcolici in una festa privata, aperta solo agli invitati (e non a chi paga il biglietto) non è reato.

Alcolico al frigo bar del self service 

Secondo la Cassazione [1], non commette reato il gestore del locale se il minore di 16 anni prende un alcolico dal frigo-bar, servendosi da solo con il self service. Questo perché, con il self service, la bevanda si può consumare prima di pagarla. Dunque, il titolare dell’esercizio commerciale non presta il consenso per il prelievo e al consumo del drink e, pertanto, non riveste una posizione di garanzia nei confronti del cliente. 

Ai fini della sussistenza del reato, è necessaria la dimostrazione dell’effettiva somministrazione di bevande alcoliche a minori di 16 anni da parte del gestore o dei propri dipendenti. Quest’ultimo non è quindi responsabile per il semplice consumo.

Approfondimenti 

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note

[1] Cass. sent. n. 12058/21.

Autore immagine: depositphotos.com

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 20 gennaio – 30 marzo 2021, n. 12058

Presidente Catena – Relatore Tudino

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza dell’11 ottobre 2019, il Giudice di pace di Caltanissetta ha affermato la responsabilità penale di M.A. , nella qualità di gestore del locale (omissis), per il reato di cui all’art. 689 c.p., per aver somministrato bevande alcoliche a P.R. , infrasedicenne.

2. Avverso la sentenza del Giudice di pace di Caltanissetta ha proposto ricorso l’imputato, con atto a firma del difensore, Avv. Massimiliano Bellini, articolando due motivi.

2.1. Con il primo motivo, deduce violazione di legge, sub specie di mancanza della motivazione quanto all’accertamento degli elementi costitutivi del reato, in assenza dell’esplicitazione degli accertamenti svolti tanto in riferimento all’età della P. , ritenuta infrasedicenne alla sola stregua delle dichiarazioni rese dalla medesima alla polizia giudiziaria e senza alcun accertamento anagrafico, che sulla bevanda che la medesima stava consumando.

2.2. Con il secondo motivo, formula analoga censura in riferimento alla dimostrazione dell’effettiva attività di somministrazione, risultando dal testo della sentenza impugnata la mera assunzione della P. , con conseguente assoluta incertezza di una effettiva attività di cessione di bevande alcoliche in suo favore da parte dell’imputato.

3. Con requisitoria scritta D.L. 28 ottobre 2020, n. 37, ex art. 23, il Procuratore generale ha concluso per l’annullamento con rinvio.

Considerato in diritto

Il secondo motivo di ricorso è fondato.

1. Il primo motivo di ricorso è inammissibilmente formulato.

1.1. Il ricorrente lamenta il mancato accertamento della natura effettivamente alcolica della bevanda che P.R. stava assumendo all’atto del controllo, oltre che dell’età della medesima, solo riferita agli operanti.

Ebbene, quanto al primo profilo, la sentenza impugnata dà atto della percezione, almeno olfattiva, degli operanti riguardo la natura della bevanda, ben potendo il giudice di merito – in un sistema che non prevede l’utilizzazione di prove legali – ricavarne l’esistenza da elementi sintomatici quali l’aroma vinoso (V. in tema di accertamento dello stato di ebbrezza ex multis Sez. 4, n. 4633 del 04/12/2019 -dep. 2020, Carrara, Rv. 278291); donde la sentenza impugnata non rivela, sul punto, il vizio denunciato.

1.2. L’ulteriore profilo di doglianza è, invece, generico.

Il ricorrente si limita a predicare l’inadeguatezza delle mere dichiarazioni della P. in riferimento alla data di nascita, rese agli operanti, in punto di dimostrazione dell’età, senza confrontarsi con il principio per cui la genuinità della autenticità delle predette dichiarazioni è, da un lato, logicamente corroborata dalla mancanza di interesse al mendacio; dall’altro, siffatta dichiarazione non è stata contrastata dalla difesa mediante produzione del certificato di nascita della medesima che, a prova contraria, l’imputato avrebbe ben potuto introdurre.

Con conseguente genericità della censura.

2. È, invece, fondato il secondo motivo.

2.1. La sentenza impugnata non ha affrontato – e risolto – il tema inerente l’elemento oggettivo del reato.

Integra, invero, il reato di somministrazione di bevande alcoliche a minori (art. 689 c.p.), la condotta di colui che, in qualità di gestore di bar, somministri bevande alcoliche ad un minore degli anni sedici (Sez. 5, n. 7021 del 02/12/2010 dep. 2011, R., Rv. 249830), con conseguente necessità – prima ancora della verifica del grado di diligenza dell’agente – di precisare cosa debba intendersi per somministrazione.

Ebbene, nell’ermeneusi della norma incriminatrice, il significato letterale della espressione verbale implica il concetto di erogazione, ovvero di una forma di cessione a titolo oneroso, mentre, in termini giuridici, la somministrazione è il contratto con il quale una parte si obbliga, dietro corrispettivo di un prezzo, ad eseguire in favore dell’altra prestazioni, specificatamente periodiche o continuative, siffatto ultimo dato costituendo elemento specializzante rispetto alla compravendita.

Se ne tre la conseguenza per cui, stante la natura di reato di pericolo della contravvenzione in questione, la condotta penalmente sanzionata deve ricondursi alla nozione di cessione, anche in unica soluzione; il che, se da un lato non richiede il carattere della pluralità, postula, nondimeno, sotto il profilo materiale del reato, la prova della diretta datio di bevande alcoliche da parte del gestore di un pubblico esercizio.

2.2. Facendo applicazione di siffatti principi, questa Sezione ha già affermato (Sez. 5, n. 4320 del 06/11/2012 – dep. 2013, Celani, Rv. 254391), coerentemente, come non sussistono gli estremi della fattispecie costitutiva del reato di somministrazione di bevande alcooliche a persona appartenente alle categorie previste dalla norma incriminatrice (minori degli anni sedici o soggetti in stato di manifesta ubriachezza), qualora queste ultime abbiano direttamente prelevato la bevanda dal frigo bar (servendosi da sé, cosiddetto self service), in quanto, in tal caso, la richiesta della merce avviene attraverso un comportamento concludente ed il cliente può consumarla prima ancora di pagarla, con la conseguenza che nè il titolare, nè il gestore dell’esercizio prestano alcun consenso in ordine al prelievo ed al consumo della bevanda e, pertanto, essi non rivestono una posizione di garanzia nei confronti dei clienti.

Deve, pertanto, ribadirsi come, ai fini della sussistenza del reato di cui all’art. 689 c.p., è necessaria la dimostrazione dell’effettiva somministrazione di bevande alcoliche a minori degli anni sedici da parte del gestore o dei propri dipendenti, solo a tale condotta potendo riferirsi la specifica posizione di garanzia, che non si estende ex se al consumo, trattandosi di post-factum estraneo all’area di prevenzione delineata a carico del soggetto attivo del reato dalla fattispecie contravvenzionale di pericolo in parola.

2.3. Nel caso in esame, la sentenza impugnata non ha affrontato il punto essenziale inerente le modalità attraverso le quali la P. avesse ricevuto la bevanda che stava consumando all’esterno del locale, e dunque in una fase successiva alla somministrazione, che lascia del tutto impregiudicata la ricostruzione del segmento fattuale antecedente, necessario al fine della integrazione della condotta del reato.

3. La sentenza impugnata deve essere, pertanto, annullata perché il giudice del merito – in piena libertà di giudizio, ma facendo corretta applicazione dei principi enunciati – proceda a nuovo esame.

P.Q.M.

annulla la sentenza impugnata con rinvio al Giudice di pace di Caltanissetta.

 


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