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Gratuito patrocinio revocato: chi paga le spese?

1 Aprile 2021 | Autore:
Gratuito patrocinio revocato: chi paga le spese?

La revoca dell’ammissione al beneficio è retroattiva solo in alcuni casi: così non sempre l’assistito deve corrispondere onorari e compensi al suo avvocato.

Avevi chiesto ed ottenuto l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato ed eri tranquillo sul fatto che non dovevi pagare il compenso al tuo avvocato e nemmeno versare il contributo unificato e le altre spese del giudizio. In seguito, però, ti arriva dal tribunale una comunicazione nella quale ti si dice che il beneficio è stato revocato dal giudice. Ora, temi che la causa non sia più completamente gratis. Quando il gratuito patrocinio è revocato, chi paga le spese? 

Bisogna distinguere i casi di revoca e i tipi di esborso: infatti, in alcune ipotesi, la revoca ha effetto solo dal momento in cui viene pronunciata e, perciò, tutte le spese maturate sino a quel momento rimangono a carico dello Stato. In altri casi, invece, la revoca ha un’efficacia retroattiva e questo comporta che dovrai pagare tu il costo dell’intera causa, dall’onorario del tuo avvocato sino alla refusione delle spese stabilite dal giudice in favore della controparte vittoriosa. Insomma, il gratuito patrocinio non è mai una “conquista” definitiva ma resta sempre un beneficio provvisorio, che può venir meno se, come spesso succede, si superano i limiti di reddito stabiliti per l’ammissione.

Gratuito patrocinio: casi di revoca

La legge [1] stabilisce che il provvedimento di revoca dell’ammissione al patrocinio a spese dello Stato, che era stato già ottenuto, può essere adottato, con decreto emesso dal magistrato che procede, in tre specifici casi:

  1. se nel corso del processo si superano i limiti di reddito previsti per accedere al beneficio, attualmente pari a 11.746,68 euro annui;
  2. se risulta l’insussistenza dei presupposti per l’ammissione, come nel caso in cui emergano dichiarazioni false rese dalla parte;
  3. se l’interessato ha agito o resistito in giudizio «con malafede o colpa grave».

Il superamento dei limiti reddituali

Il primo caso è molto frequente e si verifica quando la parte, nel corso della causa – che può durare molti anni – arriva ad eccedere i limiti di reddito, in modo tale da superare la soglia stabilita per l’ammissione (solo in alcuni casi, come per le vittime di violenza sessuale, il reddito non conta).

Il superamento della soglia reddituale può essere verificato con qualsiasi mezzo idoneo, anche attraverso le apposite indagini disposte dal giudice, oppure quando l’interessato non provvede a comunicare le variazioni periodiche entro i prescritti termini [2]. Ad esempio, l’assegno di mantenimento non va considerato, mentre il reddito di cittadinanza rientra (leggi “Gratuito patrocinio: redditi da considerare“).

Le false dichiarazioni

Il secondo caso, quello in cui a posteriori emerge che il beneficio non spettava per mancanza dei presupposti, integra un’ipotesi di reato [3] che si compie quando c’è una falsità (anche per omissione) nei documenti presentati per ottenere l’ammissione: la pena prevista è la reclusione da uno a cinque anni e la multa da 309,87 a 1549,37 euro. In caso di condanna, è disposto anche il recupero delle somme già corrisposte dallo Stato.

Le liti temerarie

Il terzo caso di revoca riguarda chi promuove cause infondate ed avventate, senza neppure la parvenza di buon diritto – e, dunque, in piena malafede – oppure reagisce alle pretese avversarie in modo temerario e viene perciò condannato per responsabilità aggravata [4], che costituisce un’ipotesi di colpa grave ravvisata dal giudice all’esito del giudizio, dunque al termine della causa svolta (per approfondire quando tale ipotesi si verifica leggi “Lite temeraria: cos’è e cosa si rischia“).

Gratuito patrocinio revocato: cosa succede?

Un’importante differenza di regime nelle tre ipotesi che abbiamo delineato sta nel fatto che, nel primo caso, la revoca ha efficacia solo successiva, e così fino a quel momento il beneficio è spettante, mentre nei rimanenti due casi ha efficacia retroattiva: ciò comporta che lo sfortunato interessato che si è visto revocare il beneficio dovrà versare al suo legale il compenso dovuto per l’intera causa, più – in caso di sua soccombenza – il pagamento delle spese processuali che il giudice intenderà liquidare in favore della controparte vittoriosa.

Gratuito patrocinio revocato: devo pagare l’avvocato?

Purtroppo per te, se il gratuito patrocinio ti viene revocato, dovrai pagare di tasca tua l’avvocato che ti ha assistito e difeso: non ci sarà più lo Stato a tenerti indenne dalle spese, tranne che per quelle che erano già state liquidate al difensore prima della revoca con effetto non retroattivo.

La revoca del patrocinio a spese dello Stato non comporta l’inefficacia dei decreti di liquidazione dei compensi che il giudice potrebbe aver emesso mentre il patrocinio era ancora valido: lo ha chiarito la Corte di Cassazione [5] e questo significa che il provvedimento giudiziario mantiene validità, con l’unica differenza che se la revoca è retroattiva, dovrai provvedere tu a versare le somme in esso stabilite.

L‘avvocato, però, può chiedere il pagamento degli onorari rivolgendosi direttamente al proprio assistito solo quando il gratuito patrocinio è stato revocato con il provvedimento del giudice e non prima: nell’intero periodo in cui è valevole l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato, la legge [6] gli vieta espressamente di percepire dal cliente compensi, rimborsi e somme a qualunque titolo.

Revoca gratuito patrocinio e pagamento spese legali

Un caso particolare riguarda l’avvocatoantistatario”, cioè quello che dichiara ufficialmente al giudice di aver anticipato egli stesso le spese del giudizio e di non aver riscosso dal cliente i suoi onorari e compensi: in tal caso, la legge [7] gli attribuisce il diritto di richiedere la “distrazione delle spese legali” in proprio favore, per rifarsi, almeno in parte, di ciò che non aveva ottenuto: la parte soccombente dovrà versarle direttamente a lui anziché alla parte vincitrice.

La Corte di Cassazione, con una nuova pronuncia resa a Sezioni Unite [8], ha stabilito che la distrazione delle spese formulata dall’avvocato non fa decadere il diritto al gratuito patrocinio della parte che era stata regolarmente ammessa e non può pregiudicare i suoi diritti, in quanto il difensore è privo del potere di disporne. Il caso riguardava un cliente che era stato ammesso al gratuito patrocinio ma aveva perso una causa instaurata contro l’Inps per ottenere una prestazione assistenziale. Le spese di lite erano state compensate e il difensore aveva richiesto al giudice la liquidazione del suo compenso, ma il tribunale aveva rigettato l’istanza ed aveva anche revocato l’ammissione al gratuito patrocinio.

La Suprema Corte ha invece affermato che, in tali casi, non si può negare l’attribuzione del beneficio alla parte, perché la revoca è ammessa nei soli casi che abbiamo esaminato e non può essere estesa per analogia. Inoltre, il difensore non ha nessun potere di rinunciare, anche solo implicitamente, ad un beneficio che spetta esclusivamente alla parte non abbiente, la quale deve essere tenuta indenne dal pagamento delle spese al suo difensore qualunque sia l’esito della lite, dunque anche se ha perso la causa. In sintesi, il gratuito patrocinio spetta a pieno titolo anche alla parte soccombente, salvi i casi di revoca del beneficio.

Revoca gratuito patrocinio: approfondimenti

Per ulteriori approfondimenti sui vari profili e conseguenze della revoca del gratuito patrocinio leggi anche i seguenti articoli:


note

[1] Art. 136 D.P.R. n. 115/2002.

[2] Art. 112 D.P.R. n. 115/2002.

[3] Art. 95 D.P.R. n. 115/2002.

[4] Art. 96 Cod. proc. civ.

[5] Cass. sent. n. 17668 del 29.04.2019.

[6] Art. 85 D.P.R. n. 115/2002.

[7] Art. 93 Cod. proc. civ.

[8] Cass. Sez. Un. sent. n. 8561/21 del 26.03.2021.


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