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Danno parentale: come si dimostra?

2 Aprile 2021 | Autore:
Danno parentale: come si dimostra?

Il risarcimento è commisurato all’intensità del legame affettivo con il familiare deceduto; la prova può essere fornita anche dai testimoni.

La perdita di un familiare può arrecare un grande dolore, che prescinde dal grado di parentela ma dipende piuttosto dall’intensità del legame. La morte di un nonno, di uno zio, di un suocero, un genero o anche di un cugino può causare una profonda sofferenza. Da qualche tempo, la giurisprudenza ha esteso la possibilità di risarcimento di questa particolare categoria di danni, in base a un concetto di famiglia estesa che va ben oltre il ristretto nucleo dei familiari conviventi.

Questo significa che se il decesso di un congiunto avviene in conseguenza di un fatto illecito – come un sinistro stradale o una responsabilità per colpa medica – anche i familiari meno prossimi hanno una maggiore possibilità di essere ristorati economicamente. Ma come si dimostra il danno parentale? Il legame affettivo è qualcosa di impalpabile, però, le sue manifestazioni concrete vengono esternate e possono essere osservate.

Così la Cassazione ammette la prova testimoniale volta a stabilire la relazione che esisteva tra la persona scomparsa e i suoi superstiti. Pensa al caso dei nipoti divenuti adulti che accudiscono la loro anziana nonna, andandola spesso a trovare e provvedendo alle sue esigenze, così come lei aveva fatto con loro quando erano piccoli. Questo criterio sostanziale è utile per riconoscere il risarcimento a chi effettivamente lo merita, escludendo invece tutti coloro che nonostante la parentela formale non avevano un rapporto profondo con il familiare scomparso.

Danno da perdita parentale: cos’è e quando spetta

Il danno da perdita parentale consiste nella sofferenza interiore causata dalla scomparsa di un congiunto che era anche una persona cara. Il dolore per il decesso, per diventare risarcibile, non deve essere transitorio o superficiale, ma duraturo e profondo. Solo quando esisteva un vero legame interpersonale la lesione della relazione affettiva tra il defunto e i suoi parenti provoca un vuoto emotivo incolmabile: dopo la morte sarà evidentemente impossibile ripristinare quel legame fatto di condivisione di rapporti e momenti importanti di vita insieme e sopravvivranno solo i ricordi.

La rottura del vincolo affettivo è l’evento del danno parentale: può essere improvvisa, come nel caso di un decesso subitaneo in un incidente stradale, oppure graduale, come nel caso di una lenta malattia dove la morte sopravviene dopo lunghi periodi di ricoveri e cure. Quanto più il legame relazionale tra la vittima e i suoi familiari era intenso, tanto più la sofferenza sarà profonda e duratura.

I casi più ricorrenti in cui la giurisprudenza è arrivata a riconoscere la possibilità di risarcimento del danno parentale sono, attualmente, quelli della morte del nonno, dove il risarcimento è attribuito ai nipoti (discendenti diretti di secondo grado), e quelli della morte dello zio anche qui in favore dei nipoti (stavolta, quelli collaterali, come i figli di un fratello o di una sorella della vittima): in entrambe le ipotesi, non si richiede la convivenza, ma è necessario provare un intenso rapporto affettivo, uno stretto vincolo di solidarietà dal quale è derivato un patema d’animo in conseguenza del decesso del congiunto.

Come si fornisce la prova del danno parentale

Per arrivare a comprendere l’entità della sofferenza interiore e a quantificarne l’equivalente monetario risarcibile – quello che volgarmente è chiamato “il prezzo del dolore” – è necessario un passaggio intermedio, ma essenziale: occorre dimostrare il danno nella sua consistenza e gravità e da qui procedere poi alla determinazione del suo ammontare.

La prova di tale fenomeno – che è tipicamente psichico, salvi i casi in cui il dolore trasmodi anche in un danno biologico alla salute fisica – sarà per forza di cose indiretta: la dimostrazione non potrà avvenire se non considerando una serie di fattori e di circostanze palpabili e visibili dall’esterno, da cui possa desumersi, in base a presunzioni, l’effettiva esistenza di quel vincolo affettivo ormai definitivamente rotto.

Infatti, la regola generale è che ogni danno, di qualsiasi tipo, deve essere sempre descritto e documentato dal danneggiato che lo afferma, in modo da poterlo provare nella sua consistenza ed ammontare; e tale criterio vale anche e specialmente per i danni che riguardano la sfera psicologica dell’essere umano nella sua dinamica sentimentale, relazionale ed affettiva.

In tale prospettiva, rilevano ai fini di prova innanzitutto i documenti: nel giudizio risarcitorio, potranno essere prodotte, ad esempio, lettere e corrispondenza, chat su WhatsApp o altri sistemi di messaggistica e social, fotografie e filmati ritraenti momenti quotidiani di vita insieme o altri eventi particolari, purché dal loro esame si evinca che vi era una frequentazione costante, una relazione vera e, dunque, quel legame affettivo reciproco che abbiamo visto essere condizione indispensabile del risarcimento.

Prova del danno parentale mediante testimonianze

L’effettiva esistenza di questi rapporti affettivi e sociali può affermarsi, secondo quanto normalmente avviene nella pratica, constatando che c’era un assiduo rapporto di frequentazione tra la vittima e i suoi parenti che chiedono il risarcimento. Non rileva, invece, la convivenza o la coabitazione sotto lo stesso tetto, poiché il legame affettivo può instaurarsi e mantenersi anche a distanza. Nulla vieta, dunque, che nonno e nipote si frequentino abitualmente nelle rispettive case o in luoghi esterni, come parchi e giardini. Conta molto anche l’intensità dei momenti condivisi: una quotidiana frequentazione “forzata” di un bambino con lo zio, ad esempio per l’indisponibilità di un genitore di occuparsi del figlio, non vale quanto un tempo, pur di durata minore, trascorso insieme in occasioni importanti (purché non sporadiche, come i soli pranzi di Pasqua o Natale) e significative di quel legame affettivo sincero ed intimo che si vuole esplorare e dimostrare nel processo. In questi casi, conta molto più la qualità, nel senso di profondità dei rapporti, rispetto alla durata dei contatti.

C’è da dire che, nonostante le recenti ed importanti aperture della Corte di Cassazione, una parte della giurisprudenza di merito è ancora timida nel riconoscere il risarcimento del danno parentale a coloro che vengono spesso definiti come «danneggiati secondari» rispetto ai parenti stretti e in linea retta (coniuge, genitori e figli della vittima): lo dimostra il recente caso deciso dalla Suprema Corte [1], dove i primi giudici avevano respinto la richiesta di ammissione della prova testimoniale per dimostrare il danno parentale della nuora e dei nipoti di un’anziana donna morta per responsabilità medica professionale.

Gli Ermellini hanno ritenuto tale esclusione immotivata ed irragionevole: la prova per testi della circostanza che questi parenti assistevano la congiunta era invece «un indice più che attendibile della relazione parentale» da provare. I giudici del Palazzaccio, anche in questo caso, non ritengono dirimente la «continuità» dei rapporti della defunta con i congiunti: contano piuttosto l’effettività e la consistenza della relazione affettiva instaurata. Ed essa può essere validamente provata proprio attraverso i testimoni, in grado di affermare che i nipoti andavano spesso a trovare la loro nonna.

Leggi qui le altre ultime sentenze sul danno da lesione del rapporto parentale.


note

[1] Cass. ord. n. 9130/21 del 01.04.2021.


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