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Come contestare pignoramento conto e stipendio di Agenzia Entrate Riscossione

4 Aprile 2021
Come contestare pignoramento conto e stipendio di Agenzia Entrate Riscossione

Opposizione al pignoramento presso terzi da parte del Fisco per cartelle esattoriali non pagate. 

Ci si chiede spesso come contestare il pignoramento del conto o dello stipendio di Agenzia Entrate Riscossione. 

C’è un’interessantissima sentenza della Cassazione [1] che in pochi conoscono e che costituisce una vera e propria ghigliottina per tutti i pignoramenti presso terzi intrapresi dal Fisco. In buona sostanza, secondo i giudici, Agenzia Entrate Riscossione sta commettendo un gravissimo errore tale da invalidare tutte le procedure esecutive. Il che significa che il contribuente ha un’arma in più per difendersi dalle procedure esecutive esattoriali. 

Ma procediamo con ordine e vediamo Come contestare il pignoramento del conto corrente o dello stipendio da parte di Agenzia Entrate Riscossione.

In generale, se un creditore qualsiasi – ad esempio un fornitore, una finanziaria o il condominio – vi pignora lo stipendio o il conto corrente – sebbene la trattenuta parte immediatamente con la notifica dell’atto di pignoramento – c’è sempre bisogno di un’udienza in tribunale: deve essere infatti il giudice a ordinare al vostro datore di lavoro o alla banca di versare le somme al creditore. E, ovviamente, lo fa solo dopo aver controllato i documenti prodotti da quest’ultimo. 

Ebbene, tutto ciò non succede quando ad agire contro di voi è Agenzia Entrate Riscossione. L’Esattore dei crediti dello Stato, infatti, emette prima la cartella esattoriale che funge già da titolo esecutivo: ha cioè la stessa forza di una sentenza, di un assegno o una cambiale. Dopodiché, ve la notifica e, se voi non vi opponete, diventa definitiva e non più contestabile, proprio come una sentenza divenuta irrevocabile. 

A quel punto, l’Esattore notifica il pignoramento dello stipendio o del conto e, da quel momento in poi, avete 60 giorni di tempo per pagare. Diversamente, le somme finiscono direttamente sul conto dell’Esattore. Quindi, non c’è alcuna udienza davanti al giudice. 

Dinanzi a questo strapotere che ha l’esattore, la Cassazione ha voluto mettere un argine. Perché, se è vero che le procedure esattoriali non possono intasare i tribunali visto che comunque è sempre lo Stato che sta agendo tramite un ente pubblico e ciò dovrebbe costituire una garanzia di terzietà, è comunque necessario garantire una certa trasparenza nella procedura, in modo da dare al contribuente la possibilità di controllare se tutto è in regola e, se del caso, difendersi in tribunale. 

E qui veniamo finalmente a ciò che ha detto la Cassazione. 

La Corte ha stabilito che l’atto di pignoramento dello stipendio o del conto corrente deve sempre indicare chiaramente a che titolo sono dovute le somme pignorate. Se non c’è una motivazione specifica, il pignoramento è illegittimo.

Quindi, nel caso delle cartelle esattoriali, l’atto di pignoramento è nullo se non indica i crediti per i quali l’esattore procede e l’elenco delle cartelle non pagate da cui ha avuto origine il pignoramento stesso.

La questione è estremamente interessante. Difatti, quando l’Agente della Riscossione agisce con il pignoramento dello stipendio o del conto corrente si limita ad inviare un atto generico, senza alcuna specificazione se non quella dell’importo del credito avanzato, limitandosi per il resto a intimare al datore di lavoro o alla banca di effettuare la trattenuta. Stando così le cose, però, il contribuente non è messo nelle condizioni di difendersi, di fare cioè quella verifica che, nelle altre procedure di pignoramento, fa il giudice e che, in questo caso, non può avvenire perché il giudice, come dicevo, non interviene. 

Risultato: se nell’atto di pignoramento che l’esattore vi invia manca l’indicazione della natura del credito azionato e delle cartelle non pagate, il pignoramento è illegittimo. Il che significa che potete fare opposizione e annullare tutta la procedura, riprendendovi i vostri soldi. 

La Corte arriva a questa conclusione perché – sostiene – l’atto di pignoramento di Agenzia Entrate Riscossione non è un atto pubblico, come potrebbe essere un’ordinanza di un giudice, e quindi non fa piena prova. È un atto di parte, perché proviene dallo stesso creditore. 

 



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2 Commenti

  1. L’articolo rappresenta una speranza per molti. Ma come ne vostro stile redazionale sarebbe opportuno indicare la procedura da seguire per l’eventuale opposizione. Per fortuna non tutti siamo “addetti ai lavori”. Grazie.

  2. Ma dopo che io fatto opposizione e magari ho vinto annullando il primo tentativo di pignoramento del conto corrente, la AdE – Riscossione può in un secondo momento ripetere la procedura, questa volta specificando correttamente le somme e le motivazioni, e quindi riuscire poi a pignorarmi il conto?

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