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Responsabilità medica: costituzione parte civile

8 Maggio 2021
Responsabilità medica: costituzione parte civile

Mi sono costituito parte civile nel procedimento penale intrapreso contro alcuni medici per un omicidio colposo avvenuto nel 2014. Posso ottenere il risarcimento dei danni? Posso agire in sede civile contro la struttura sanitaria? Entro quanto tempo si prescrive il mio diritto?

La costituzione di parte civile nel processo penale ha effetto interruttivo della prescrizione del credito al risarcimento del danno fino al momento del passaggio in giudicato della sentenza.

Da tanto deriva che la costituzione di parte civile avvenuta durante l’udienza preliminare è più che opportuna, in quanto blocca il decorso della prescrizione, che resterà interrotto per tutta la durata del processo penale.

In caso di estinzione del reato per prescrizione, tale effetto cessa alla data in cui diventa irrevocabile la sentenza che dichiara l’estinzione, tranne che la parte civile abbia nel frattempo revocato la costituzione o non abbia, comunque, coltivato la pretesa, venendo in tal caso meno la volontà di esercitare il diritto che è alla base dell’effetto interruttivo (Cass. sez. VI, 28-04-2014, n. 17799).

Secondo altra sentenza, «In relazione all’interferenza sul decorso della prescrizione del processo penale che si è svolto e che si è concluso con la dichiarazione di estinzione del reato per prescrizione, si osserva che l’art. 2947 cod. civ. va interpretato nel senso che, qualora il fatto illecito generatore del danno sia considerato dalla legge come reato, se quest’ultimo si estingue per prescrizione, si estingue pure l’azione civile di risarcimento, data l’equiparazione tra le due, a meno che il danneggiato, costituendosi parte civile nel processo penale, non interrompa la prescrizione ai sensi dell’art. 2943 cod. civ. e tale effetto interruttivo, che si ricollega all’esercizio dell’azione civile nel processo penale, ha carattere permanente protraendosi per tutta la durata del processo; in caso di estinzione del reato per prescrizione, detto effetto cessa alla data in cui diventa irrevocabile la sentenza che dichiara l’estinzione, tranne che la parte civile abbia revocato la costituzione o non abbia, comunque, coltivato la pretesa, venendo in tal caso meno la volontà di esercitare il diritto che è alla base dell’effetto interruttivo» (Cassazione civile, sez. III, 29/07/2014, n. 17226).

In pratica, poiché (come si dirà di qui a un istante), quando l’illecito costituisce reato si applica il termine prescrizionale più lungo previsto per il reato stesso, la prescrizione del reato comporta anche quella del diritto al risarcimento del danno, a meno che non ci si sia costituiti parte civile. In questo caso, la prescrizione (civile) resta interrotta per tutta la durata del processo penale e, se questo termina perché il reato è prescritto, si potrà successivamente agire in sede civile per ottenere il risarcimento dei danni.

In sintesi: se si prescrive il reato, si prescrive anche la pretesa civilistica, a meno che il termine di prescrizione del diritto al risarcimento non sia stato interrotto dalla costituzione di parte civile.

L’art. 2947, terzo comma, c.c., stabilisce che «In ogni caso, se il fatto è considerato dalla legge come reato e per il reato è stabilita una prescrizione più lunga, questa si applica anche all’azione civile. Tuttavia, se il reato è estinto per causa diversa dalla prescrizione o è intervenuta sentenza irrevocabile nel giudizio penale, il diritto al risarcimento del danno si prescrive nei termini indicati dai primi due commi, con decorrenza dalla data di estinzione del reato o dalla data in cui la sentenza è divenuta irrevocabile».

Il primo comma dell’art. 2947 c.c. stabilisce che «Il diritto al risarcimento del danno derivante da fatto illecito si prescrive in cinque anni dal giorno in cui il fatto si è verificato».

In pratica, nel caso di omicidio colposo, la prescrizione non potrà essere quella quinquennale, applicandosi invece il termine più lungo previsto per la prescrizione del reato.

Nell’ipotesi in cui il processo penale termini con sentenza di intervenuta prescrizione e c’è stata costituzione di parte civile, allora da questo momento decorrerà il termine di prescrizione per agire in sede civile.

Immaginando che l’imputazione sia per omicidio colposo (art. 589 cod. pen., secondo cui «Chiunque cagiona per colpa la morte di una persona è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni»), il reato si prescrive dopo sei anni (in questo senso anche Corte di Cassazione, sez. iv penale – sentenza 8 gennaio 2019, n.412), elevati a sette e mezzo (6 + ¼) in presenza di atti interruttivi.

Per atti interruttivi si intendono determinati atti processuali che la legge (art. 160 c.p.) individua come idonei a interrompere la prescrizione e a farla decorrere di nuovo da principio. Tra questi atti rientra anche la fissazione della camera di consiglio per decidere sull’archiviazione e il decreto di fissazione dell’udienza preliminare. Pertanto, il reato si prescriverà dopo sette anni e mezzo.

Poiché né la presentazione della querela né la richiesta di archiviazione interrompono la prescrizione civile, il legale ha opportunamente diffidato la struttura sanitaria.

Ai sensi dell’art. 2943, quarto comma, c.c., la prescrizione è interrotta da ogni altro atto che valga a costituire in mora il debitore. Orbene, si pone il problema della valenza della data di spedizione ovvero di quella di ricezione.

L’art. 149, terzo comma, c.p.c., stabilisce che «La notifica si perfeziona, per il soggetto notificante, al momento della consegna del plico all’ufficiale giudiziario e, per il destinatario, dal momento in cui lo stesso ha la legale conoscenza dell’atto». Questa norma, però, sembra valere solo per gli atti giudiziali e non per quelli negoziali come può essere la semplice raccomandata inviata dal privato.

A tal proposito, la Corte di Cassazione (Cassazione, Sez. Lav. 27.7.2008 n.17644) ha ricordato che la raccomandata postale, in quanto atto di natura negoziale e non giudiziale, ha carattere recettizio e quindi produce i suoi effetti solo quando perviene a conoscenza del destinatario; conoscenza intesa, ovviamente, non in senso effettivo ma come ‘conoscibilità’, reputandosi l’atto conosciuto nel momento in cui giunge all’indirizzo del destinatario (proprio ai sensi degli art. 1334 e 1335 c.c. sopra richiamati).

In questo senso anche giurisprudenza (Cass., n. 19143 del 01/08/2017) più recente, secondo cui si deve «ritenere che il principio generale – affermato dalla sentenza n. 477 del 2002 della Corte Costituzionale – secondo cui, quale che sia la modalità di trasmissione, la notifica di un atto processuale si intende perfezionata, dal lato del richiedente, al momento dell’affidamento dell’atto all’ufficiale giudiziario, non si estende all’ipotesi di estinzione del diritto per prescrizione, in quanto, perché l’atto produca l’effetto interruttivo del termine, è necessario che lo stesso sia giunto alla conoscenza (legale, non necessariamente effettiva) del destinatario».  

Da tanto deriva che la raccomandata sarebbe tardiva in quanto giunta a conoscenza del destinatario quando i cinque anni erano già decorsi. Tuttavia, poiché la responsabilità integra un’ipotesi delittuosa, deve applicarsi il termine di prescrizione più lungo previsto dalla legge per il reato. Anzi, come vedremo di qui a un istante, la responsabilità civile del medico potrebbe essere perfino contrattuale, con conseguente applicazione del termine decennale di prescrizione.

Per quanto concerne il destinatario della diffida, secondo il codice civile (art. 46) i terzi possono considerare come sede della persona giuridica sia quella legale sia quella effettiva. Secondo la Corte di Cassazione (sesta sezione civile sentenza n. 24842/2011), ai fini dell’equiparazione della sede effettiva a quella legale, deve intendersi per sede effettiva il luogo in cui hanno concreto svolgimento le attività amministrative e di direzione dell’ente e dove operano i suoi organi amministrativi o i suoi dipendenti. Deve trattarsi in sostanza del luogo deputato e stabilmente utilizzato per l’accentramento dei rapporti interni e con i terzi in vista del compimento degli affari dell’ente medesimo.

La notifica è dunque valida se effettuata alla sede effettiva, per tale dovendosi intendere anche una filiale operativa di una società.

Per quanto riguarda la possibilità di intraprendere una mediazione, si tratta di un’opzione da non escludere, sia perché consentirebbe di addivenire a un accordo bonario, sia perché, con ogni probabilità, il procedimento penale terminerà con sentenza di non doversi procedere per intervenuta prescrizione del reato, la quale vanificherebbe la costituzione di parte civile.

Ad ogni modo, anche volendo intraprendere un percorso parallelo di conciliazione (magari, questa volta, inviando formale diffida con contestuale invito a trovare un accordo anche alla sede legale), non v’è ragione alcuna per dover rinunciare alla costituzione di parte civile. Se mai l’accordo dovesse essere trovato in sede stragiudiziale, allora si potrà rinunciare alla costituzione di parte civile, ma mai prima di questo momento.

Peraltro, l’inizio di una mediazione formale (cioè, quella svolta davanti a un organismo di mediazione accreditato) interrompe la prescrizione, esattamente come un’azione legale.

Infine, occorre affrontare la fondamentale distinzione tra responsabilità della struttura e responsabilità del singolo medico. La legge Gelli sulla responsabilità medica, entrata in vigore il 1° aprile 2017, ha introdotto una sorta di doppio binario:

  • la responsabilità civile dei sanitari è di natura extracontrattuale, con conseguente prescrizione quinquennale (con l’eccezione dei medici che agiscono in esecuzione di un’obbligazione contrattuale assunta direttamente con i pazienti: in tal caso la prescrizione è decennale);
  • la responsabilità civile delle strutture sanitarie, siano esse pubbliche o private, è sempre di natura contrattuale, con conseguente prescrizione decennale.

Secondo la Corte di Cassazione (sentenza n. 28994/2019), sia la legge Gelli che la precedente Balduzzi sono irretroattive, nel senso che si applicano solamente per i fatti commessi dopo la loro entrata in vigore. Poiché il decesso è avvenuto nel 2014, dovrà dunque applicarsi la normativa vigente all’epoca, che è quella della c.d. legge Balduzzi, la quale avrebbe (il condizionale è d’obbligo, atteso che la legge Gelli è intervenuta proprio per fare chiarezza sul dibattito sorto a seguito della legge del 2012) equiparato la responsabilità del medico a quella della struttura, stabilendo per entrambe una responsabilità contrattuale avente prescrizione decennale.

Durante la vigenza della c.d. legge Balduzzi, la giurisprudenza era prevalentemente orientata a favore della natura contrattuale della responsabilità civile dell’esercente la professione sanitaria.

Nel disciplinare la responsabilità del medico, l’art. 3 della legge Balduzzi aveva invero richiamato l’art. 2043 c.c. sulla responsabilità extracontrattuale, dando luogo a un dibattito sopito solo con la successiva legge Gelli. Secondo dottrina e giurisprudenza maggioritarie, il richiamo alla responsabilità extracontrattuale rispondeva soltanto alla preoccupazione che, nei casi d’esonero dalla responsabilità penale per colpa lieve, non si addivenisse anche alla contestuale esclusione della responsabilità civile. Insomma: secondo la Balduzzi, al medico si applica la responsabilità civile extracontrattuale solo se lo stesso non rispondeva penalmente della sua condotta perché si era attenuto alle linee guida.

Invero, durante la vigenza della Balduzzi v’è stata giurisprudenza (Trib. Milano, sez. I civ., sentenza 17 luglio 2014) che ha continuato a ritenere che la responsabilità del medico fosse di natura extracontrattuale, con conseguente applicazione del termine prescrizionale di cinque anni.

Nessun dubbio, invece, che la responsabilità della struttura sia (com’è ancora oggi) di natura contrattuale (per via del contratto atipico di spedalità che si stipula tra paziente e struttura, il cui oggetto consiste sia in prestazioni principali di carattere sanitario che in prestazioni secondarie ed accessorie, come assistenza, vitto e alloggio).

Insomma: poiché il decesso è avvenuto nel 2014, deve ritenersi vigente il regime stabilito dalla Balduzzi, per cui:

  • la struttura sanitaria risponde secondo le regole della responsabilità contrattuale (prescrizione decennale);
  • il singolo medico dovrebbe rispondere ugualmente (almeno secondo la prevalente giurisprudenza) secondo le regole della responsabilità contrattuale, degradando a responsabilità extracontrattuale solo se, in sede penale, egli non risponde del fatto per essersi attenuto a linee guida accreditate.

Tirando le fila di quanto detto sino a questo momento:

  1. la responsabilità civile della struttura ospedaliera è sempre soggetta a prescrizione decennale;
  2. la responsabilità civile del singolo medico, stante la vigenza della c.d. legge Balduzzi all’epoca dei fatti, dovrebbe essere soggetta a prescrizione decennale. Anche qualora fosse quinquennale, essa deve comunque essere equiparata alla prescrizione del reato di omicidio colposo;
  3. la costituzione di parte civile interrompe la prescrizione civile nei confronti del medico, che comincerà a decorrere daccapo solamente al termine del processo;
  4. è possibile intraprendere una mediazione, sia nei confronti del singolo operatore sanitario che nei riguardi della struttura, senza tuttavia rinunciare alla costituzione di parte civile.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Mariano Acquaviva



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