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Risarcimento del danno da reato

6 Aprile 2021
Risarcimento del danno da reato

Azione di risarcimento in via civile e costituzione di parte civile: rapporto tra processo civile e processo penale. 

Chi subisce un reato può sì denunciare il colpevole, ma può anche chiedere il risarcimento dei danni. Se infatti lo scopo del processo penale è principalmente quello di far scontare al colpevole la giusta punizione per la sua condotta, la vittima che voglia invece ottenere un vantaggio per sé deve anche formulare una richiesta di ristoro economico: deve cioè farsi parte attiva e adoperarsi per ottenere dal giudice il riconoscimento di tale diritto. Diversamente, la semplice condanna penale non determinerà alcun automatico indennizzo. 

Ci sono due modi per chiedere il risarcimento del danno da reato: la prima è con un’apposita azione in via civile, la seconda invece è con una richiesta nel processo penale che si incardina a seguito della denuncia o della querela (rispettivamente previste per i reati perseguibili d’ufficio e per quelli a querela di parte); quest’ultima viene chiamata «costituzione di parte civile». 

Alcune norme del nostro ordinamento disciplinano il risarcimento del danno da reato, sicché sarà bene conoscerle per sapere come muoversi per conseguire tale risultato. Ma procediamo con ordine.

A quanto ammonta il risarcimento del danno da reato?

Nel nostro ordinamento giuridico, è stabilito che ogni reato obbliga il soggetto condannato e, in solido con quest’ultimo, il soggetto tenuto a norma delle leggi civili a rispondere per il fatto dell’imputato (il cosiddetto responsabile civile) alle restituzioni e/o al risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale prodotto. 

Il risarcimento consiste nella corresponsione di una somma di denaro equivalente al pregiudizio arrecato con il reato al danneggiato e ricorre, solitamente, quando la restituzione non è possibile e/o non è sufficiente a riparare il danno cagionato. 

Il danno si sostanzia innanzitutto in una parte economica (cosiddetto danno patrimoniale) derivante sia dalle spese sostenute a seguito del fatto illecito (cosiddetto danno emergente: si pensi ai costi per le riparazioni, alle spese mediche, ecc.), sia dai mancati guadagni conseguenti al fatto (cosiddetto lucro cessante: si pensi all’impossibilità, per la vittima, di lavorare a seguito della chiusura del negozio o di un incidente stradale). 

La seconda componente del risarcimento del danno è di natura non patrimoniale (cosiddetto danno non patrimoniale) e può derivare dalla sofferenza fisica o psicologica per le conseguenze dell’illecito (cosiddetto danno morale: si pensi al dolore per una frattura, all’umiliazione per una diffamazione, ecc.) o dalle limitazioni (permanenti o temporanee) alle proprie capacità fisiche (cosiddetto danno biologico).

Risarcimento del danno da reato in via civile

La domanda di risarcimento del danno da reato viene ovviamente proposta nei confronti del colpevole e può essere avanzata anche prima che il processo penale giunga a conclusione. Il danneggiato quindi può, contemporaneamente, sporgere denuncia o querela, lasciando che il processo penale per la punizione del colpevole vada avanti, e, nello stesso tempo, in separata sede, chiedere il risarcimento del danno. Questa sede è chiaramente il processo civile, il luogo tipico ove si decidono le conseguenze patrimoniali di un’azione illecita. Naturalmente, a tal fine, sarà necessario avvalersi di un avvocato (non già come invece avviene con la denuncia o la querela che possono essere sporte personalmente dalla vittima) e anticipare le spese del giudizio, spese che, in caso di accoglimento della domanda, verranno addossate sul responsabile. 

L’azione si sostanzia in una normale causa, i cui tempi possono dilatarsi in diversi anni (a seconda della complessità della vicenda e del carico giudiziario del tribunale). Nel frattempo, il colpevole potrebbe occultare i propri beni, pregiudicando il diritto della parte lesa.

Il danneggiato ha il cosiddetto «onere della prova»: deve cioè dimostrare, nel corso del processo civile di risarcimento, sia il danno subito, e quindi la condotta illecita compiuta ai suoi danni, sia le conseguenze della condotta, in base alle quali sarà quantificato il danno stesso e, quindi, la sua valutazione economica. 

Il più delle volte, il problema principale del processo civile è proprio la prova visto che, a differenza di quello penale, non dà alcun valore alla dichiarazione della vittima, la quale non può costituire testimone di sé stesso. Sarà quindi necessario avvalersi di altre prove: testimoni, documenti, filmati o registrazioni, ecc.

C’è poi da affrontare il nodo del recupero materiale delle somme oggetto di condanna: non poche volte il responsabile del reato è un nullatenente, al quale non è possibile pignorare i beni. In ipotesi del genere, pur avendo conseguito ai suoi danni una sentenza di condanna, non sarà possibile ottenere alcun concreto vantaggio, con la conseguenza di aver solo speso inutilmente i soldi del processo civile.

Risarcimento del danno da reato in via penale

La seconda strada per ottenere il risarcimento del danno da reato è con un’apposita domanda formulata nel corso del processo penale intentato nei confronti del colpevole su iniziativa del pubblico ministero e, quindi, della Procura della Repubblica. Anche in questo caso, però, è necessaria l’assistenza di un avvocato che stili l’apposito atto processuale.

In sede penale, l’onere della prova è, da un lato, alleggerito dal fatto che le dichiarazioni della vittima assumono valore testimoniale, mentre dall’altro è reso più oneroso dalla necessità di escludere ogni ragionevole dubbio di colpevolezza. Nel processo penale, peraltro, le norme sulla responsabilità oggettiva (che invece corredano il Codice civile) non operano, posto che la responsabilità penale è sempre personale e può derivare solo da colpa o da dolo (malafede).

Rapporti tra processo civile e processo penale per il risarcimento del danno da reato

L’azione per il risarcimento del danno da reato può essere esercitata, indistintamente, nel processo penale o nel processo civile, a scelta della vittima, con l’unico limite di non poter agire sia nell’una che nell’altra sede. In altri termini, non è possibile chiedere il risarcimento sia in via civile che penale contemporaneamente. È tuttavia possibile lasciare che il processo penale si limiti a decidere la responsabilità penale del reo e, nello stesso momento, intentare la causa civile per il risarcimento. Così come è possibile chiedere un danno nel processo penale e un altro nel processo civile. 

Tale regola – volta ad evitare la duplicazione dei giudizi – trova applicazione solo quando sussiste una compiuta coincidenza fra le due domande risarcitorie [1]; ciò comporta che, qualora un medesimo fatto illecito produca diversi tipi di danno, il danneggiato può pretendere il risarcimento di ciascuno di essi separatamente dagli altri, agendo per uno in sede civile e costituendosi parte civile nel giudizio penale per l’altro.

Nel caso in cui la stessa domanda di risarcimento venga presentata sia nel processo penale che in quello civile, il processo civile si interrompe e si trasferisce in sede penale. 

L’azione civile, invece, prosegue in sede civile se non è trasferita nel processo penale o è stata iniziata quando non è più ammessa la costituzione di parte civile. Se l’azione è proposta in sede civile nei confronti dell’imputato dopo la costituzione di parte civile nel processo penale o dopo la sentenza penale di primo grado, di converso, il processo civile è sospeso fino alla pronuncia della sentenza penale non più soggetta a impugnazione, salve le eccezioni previste dalla legge. 

Da tali disposizioni si ricava, da un lato, che non è possibile esercitare contemporaneamente l’azione civile sia in sede civile che in sede penale e, dall’altro, che l’azione civile nel processo penale è facoltativa.

Sospensione del processo civile ed efficacia della condanna penale

L’articolo 75 del Codice di procedura penale stabilisce che qualora l’azione nei confronti dell’imputato sia proposta in sede civile dopo la costituzione di parte civile nel processo penale o dopo la sentenza penale di primo grado, si ha la sospensione del processo civile fino alla pronuncia della sentenza penale non più soggetta a impugnazione (salvo le eccezioni previste dalla legge). 

Una volta che in sede penale viene emessa la sentenza e questa diventa irrevocabile, ossia non più impugnabile, la stessa ha efficacia anche nel processo civile quanto all’accertamento della sussistenza del fatto, della sua illiceità penale e dell’affermazione che l’imputato lo ha commesso. Sicché, ci si può avvalere di tale condanna, in un secondo momento, per ottenere più facilmente il risarcimento del danno in via civile, evitando di dover dimostrare il fatto e la responsabilità. Resterà da provare, però, l’entità del danno.


note

[1] Il trasferimento dell’azione civile in sede penale che, come già evidenziato, comporta la rinuncia dell’attore al giudizio civile postula che tra le due azioni vi sia identità di oggetto (causa petendi e petitum) e di soggetti (personae) (Cassazione civ., Sez. I, 27 dicembre 2019, n. 34529; Cassazione civ., Sez. III, 16 maggio 2012, n. 7633; Cassazione civ., 26 ottobre 2005, n. 20823; Cassazione civ., Sez. II, 19 settembre 2006, n. 20241; Cassazione civ., Sez. I, 14 maggio 2003, n. 7396; cfr., anche la recente Cassazione civ., Sez. III, 19 marzo 2014, n. 6351). Pertanto, ad esempio, laddove il soggetto danneggiato da un reato agisca dinanzi al giudice civile per il risarcimento del danno morale e del danno biologico e, successivamente, si costituisca parte civile nel processo penale chiedendo il risarcimento del solo danno patrimoniale (Cassazione pen., Sez. II, 14 ottobre 2008, n. 38806), tale effetto non si produrrà. E infatti, il disposto di cui all’art. 75 c.p.p., comporta che, qualora un medesimo fatto illecito produca diversi tipi di danno, il danneggiato possa pretendere il risarcimento di ciascuno di essi separatamente dagli altri, agendo in sede civile per un tipo e poi costituendosi parte civile nel giudizio penale per l’altro (Cassazione civ., Sez. III, 10 marzo 2006, n. 5224). 

Autore immagine: depositphotos.com


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