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Fakenews sulla legge: le disinformazioni in ambito giuridico

6 Aprile 2021
Fakenews sulla legge: le disinformazioni in ambito giuridico

Leggende metropolitane giuridiche: bufale e false convinzioni su processi, condanne e assoluzioni. 

C’è quella del tipo che, rientrato a casa la sera, avendo trovato i ladri, li ha chiusi dentro ma che, querelato dagli stessi malfattori, è stato poi condannato per sequestro di persona. Oppure quella del tizio ha fatto ricorso alla Corte Europea dei diritti dell’uomo riuscendo così a non pagare il bollo auto per il resto della sua vita. Senza dimenticare la storia del furbetto di turno che, dopo aver cambiato nome all’anagrafe, ha ottenuto dal giudice l’annullamento dei contratti che aveva in precedenza firmato, riuscendo così a non pagare tutti i suoi debiti. E che dire degli aspiranti anarchici che, dopo aver dichiarato alla polizia di essere “soggetti di diritto internazionale”, avrebbero ottenuto dagli agenti un lasciapassare nonostante la palese violazione delle nostre leggi.

Di leggende metropolitane in ambito giuridico se ne raccontano a bizzeffe. Alcune sono solo il frutto di una distorta comprensione delle norme del diritto; altre, invece, per la fantasiosità della loro architettura, non possono che essere il frutto di consapevoli bugie.

Per contrastare la diffusione delle fake-news e delle bufale – che certo non aiutano il cittadino ad aver fiducia nella legge e nelle istituzioni, già di per sé penalizzate dalla nostra stessa società – vogliamo qui di seguito elencare le più recenti ed eclatanti. Alcune di queste potrebbero strapparvi un sorriso, che dovrebbe tuttavia lasciare presto il posto all’amara constatazione di quale pericoloso virus sia l’ignoranza. 

Annullare tutti i debiti con la banca con le NAC

Tra le tante tesi strampalate che girano su Internet, ce n’è una piuttosto diffusa che ancora resiste nonostante le clamorose smentite, forse perché ha trovato un humus fertile nel nostro Paese: quello dei debitori incalliti, disposti a tutto pur di cancellare le proprie pendenze con le banche. Si tratta delle NAC, le cosiddette «notifiche di accettazione condizionata del debito». 

Secondo i numerosi fautori di tale teoria, basterebbe inviare all’istituto di credito una lettera in cui ci si dichiari disposti a riconoscere il debito contratto a condizione che la controparte, entro un termine prefissato nella stessa missiva, invii una serie di documenti a dimostrazione del proprio credito. In caso di silenzio del creditore, il debito si dovrebbe considerare inesistente. La lunghissima lista di tali documenti farebbe invidia a un film di fantascienza e molti di questi non hanno neanche senso logico (ad esempio «La prova documentata che l’entità comunemente denominata “Stato” o “Nazione” sia inoppugnabilmente un soggetto giuridico di diritto pubblico, dotato di propria piena e completa sovranità su tutte le proprie emanazioni» o ancora «La prova che io abbia firmato un contratto con lo Stato che mi obblighi a seguire le sue leggi»). 

Sempre secondo questi strampalati artisti del diritto, la privacy consentirebbe al debitore di negare il proprio consenso al trattamento dei propri dati per evitare di ricevere la notifica di raccomandate e atti giudiziali, restituendo così la busta al mittente. 

L’avvocato si è venduto la causa

Chi perde una causa dà sempre torto al giudice o al suo avvocato. È un classico credere che il proprio difensore si sia messo d’accordo con quello dell’avversario, che si sia venduto. Peccato che tale affermazione non si fondi mai su prove reali ma resti una semplice illazione. 

Certo, gli avvocati si conoscono e si salutano, si scambiano anche ammiccamenti come tutte le persone che si vedono ogni mattina al bar: il tribunale è come la vecchia scuola, dove tutti gli alunni si conoscono, anche solo di vista. Ma da questo arrivare a ritenere che stringano accordi segreti per far perdere i propri clienti ce ne vuole.

Peraltro, è già difficile trovare una persona che paghi il proprio avvocato; figuriamoci chi, pur di vincere, è disposto a pagare anche quello dell’avversario. Farebbe prima ad accordarsi direttamente con la controparte. 

Se sei senza tetto puoi occupare una casa popolare

«La casa è un diritto e, quindi, tutti abbiamo diritto a un tetto». In linea di massima, questo principio è corretto ed implicito anche nel nostro ordinamento, tant’è che esistono numerose norme volte a tutelare l’abitazione principale dei cittadini. Tuttavia, non per questo chi non può acquistare un immobile o pagare l’affitto ha il diritto ad occupare gli immobili disabitati, specie quelli dell’edilizia popolare. È assolutamente falsa la voce secondo cui, se sei senza tetto, puoi occupare una casa popolare. Anzi, la giurisprudenza ha detto l’esatto contrario: lo stato di necessità che esclude l’incriminazione penale è solo quello imminente e straordinario, relativo al breve periodo, come nel caso di chi, per una sola notte, al fine di ripararsi dalla neve, si rifugia nel portone di un condominio o di una casa sfitta. Non si può, invece, occupare una casa altrui o del Comune per farne la propria stabile dimora.

Le bufale sull’ambiente di lavoro

Tra i luoghi dove le bufale corrono più veloce c’è sicuramente quello di lavoro. Si va dalla voce secondo cui, negli uffici pubblici, la giacca sulla sedia “fa presenza” – e, pertanto, ti consentirebbe di allontanarti a prendere il caffè – a quella secondo cui il lavoratore che si licenzia non ha diritto al trattamento di fine rapporto (il Tfr): tutte dicerie false perché, da un lato, chi non svolge le proprie mansioni può essere sanzionato e, nei casi più gravi, licenziato; dall’altro, chi cessa il proprio lavoro (a prescindere dal motivo) ha sempre diritto alla buonuscita. 

Le false convinzioni sul diritto di famiglia 

Si crede spesso che un padre rimasto senza lavoro non debba più versare il mantenimento né all’ex moglie, né ai figli. Ma la giurisprudenza non dice così. Un uomo disoccupato è ugualmente tenuto a pagare gli alimenti facendo ricorso a tutte le sue potenzialità. Deve quindi cercare una nuova occupazione o vendere i beni di cui è titolare (ad esempio, la casa). Solo in caso di oggettiva impossibilità – come potrebbe essere nell’ipotesi di una persona con un’inabilità lavorativa – si può evitare la condanna penale. 

Sempre in materia di diritto di famiglia, c’è chi crede che, con la separazione dei beni, la moglie non possa ottenere l’assegnazione della casa coniugale in caso di divorzio. Falso anche questo! Il giudice assegna l’abitazione familiare al coniuge presso cui vanno a vivere i bambini, a prescindere dal tipo di regime patrimoniale scelto dai coniugi. Solo in assenza di figli minorenni o non autosufficienti dal punto di vista economico la casa resta al suo titolare. 

Inoltre, la Cassazione ha detto che il giudice può assegnare la casa coniugale al genitore collocatario dei bambini anche nel caso di coppia non sposata, ossia di conviventi.

La polizia non può mai entrare in casa senza mandato

Altro errore che si commette è quello di ritenere che la polizia non possa mai entrare in casa altrui senza un mandato. Ma non è così. Se in linea di massima questo principio è vero, sono assai numerose le eccezioni. Ciò succede ad esempio quando vi è fondato motivo di credere che ci siano armi, munizioni o esplosivi, traffico di droga o delitti con finalità di terrorismo, oppure quando si cerca un latitante. Chiaramente, la polizia non ha ancora le prove di ciò che cerca, per cui basterebbe il semplice sospetto.

Per garantire tuttavia i cittadini da possibili abusi, è necessario che la polizia ottenga dal giudice la convalida della perquisizione entro le 24 ore successive. 

Sfratto bloccato

Il blocco degli sfratti nei confronti dei soggetti con esigenze abitative sono retaggio di un’epoca ormai passata. Oggi, è possibile sfrattare anche un invalido o chi, all’interno del proprio nucleo familiare, ospita minorenni o persone anziane. La notizia secondo cui, spostando nel proprio nucleo familiare un disabile, si potrebbe smettere di pagare l’affitto è del tutto infondata.

Segreti professionali

«Se confessi un reato al prete o al tuo psicologo non possono denunciarti perché hanno il segreto professionale». Falsa convinzione anche questa: il segreto non vale per i reati procedibili d’ufficio, ossia quelli più gravi. Quindi, se il giudice chiama a testimoniare il tuo sacerdote o lo psicoanalista da cui sei in terapia e a loro hai confessato di aver commesso degli abusi puoi andare in galera.

Internet e dintorni

Una volta Barba D’Urso ha detto in televisione che chi cerca su Internet materiale pornografico, violento o comunque illecito (come nel caso di revenge porn) può essere incriminato. Non è vero e la D’Urso farebbe bene a non occuparsi di diritto. Non commette reato chi si limita a fare una ricerca sul web e anche a visionare il materiale. 

Peraltro, è tutt’altro che certa la tesi secondo cui chi guarda un film in streaming protetto dal copyright commette reato, visto che la norma punisce esplicitamente solo chi condivide l’opera altrui.

Non è neanche vero il fatto che, se scarichi una foto o un video altrui, ti basta citare la fonte per essere in regola con la legge: la violazione del diritto d’autore si configura tutte le volte in cui si prende l’opera altrui senza il relativo permesso.

Chi querela senza prove è condannato per calunnia

Si crede spesso che proporre una querela senza avere le prove dell’altrui colpevolezza esponga a una controquerela per calunnia. Non è vero. La calunnia scatta solo se chi querela lo fa in malafede, ossia con la consapevolezza dell’altrui innocenza. Invece, il semplice fatto di non poter dimostrare le proprie accuse o di aver mal interpretato la legge non fa scattare il reato di calunnia. Con la conseguenza che se vieni assolto da un’accusa infondata non puoi controquerelare il tuo avversario. 

Falsi miti in ambito penale

Quando si parla di diritto penale, la disinformazione è massima. Come la diceria secondo cui gli assassini, una volta arrestati, dopo due giorni sono fuori. O quella secondo cui il testimone di giustizia è un pentito: il testimone è solo uno spettatore di un crimine, colui che vi assiste o ne è vittima e, perciò, decide di denunciare; il pentito è, invece, il cosiddetto collaboratore di giustizia.

E poi c’è chi crede che, anche in ambito penale, dinanzi al contrasto tra le dichiarazioni della vittima e del colpevole, non si possa dare ragione a nessuno dei due. Dire «è la tua parola contro la mia» non ha senso perché, nel penale, la vittima può essere testimone a proprio favore mentre il reo no. 



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