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Rimborsi spese per trasferte di lavoro: tassazione

7 Aprile 2021 | Autore:
Rimborsi spese per trasferte di lavoro: tassazione

La restituzione degli anticipi al lavoratore non è imponibile, ma la parte compensativa del disagio per gli spostamenti entra nel reddito se supera le soglie.

Casa-ufficio e ritorno, ma non solo: a volte, il tuo datore di lavoro ti manda in missione fuori Comune, per esigenze aziendali. Poi, a fine mese, ti rimborsa in busta paga le spese di viaggio, vitto ed alloggio ed aggiunge un “extra” per il disagio degli spostamenti. Tuttavia, c’è un piccolo problema: nei giorni in cui il capo ti “spedisce” dai clienti, tu parti direttamente da casa tua, cioè senza passare per l’azienda o in ufficio. Questi rimborsi spese per trasferte di lavoro sono tassati? L’Agenzia delle Entrate pensa di sì, per il fatto che manca la partenza in missione dalla sede di lavoro, ma la giurisprudenza ritiene di no e così annulla gli avvisi di accertamento, come dimostra una recente sentenza della Commissione tributaria del Lazio [1].

Il contribuente è stato «graziato» dal Fisco perché è riuscito a dimostrare in dettaglio il motivo di tutti gli spostamenti effettuati per le trasferte e, allora, i giudici hanno riconosciuto il carattere «compensativo» e «restitutorio» delle somme erogate dal datore. Se il pagamento avesse avuto altre finalità, quegli importi sarebbero stati imponibili. Vediamo più da vicino come funziona il sistema delle indennità di trasferta e quali possono essere i casi.

Indennità di trasferta: cos’è e quando spetta

L’indennità di trasferta – detta anche “diaria” – è un emolumento economico aggiuntivo alla normale retribuzione, riconosciuto al lavoratore che viene temporaneamente impiegato fuori dalla sede contrattuale stabilita nel contratto di lavoro. Questa indennità, secondo la Corte di Cassazione [2], ha una duplice finalità:

  • restitutoria delle spese anticipate dal lavoratore per il viaggio, il vitto e talvolta anche per l’alloggio;
  • compensativa per il disagio arrecato al lavoratore dallo spostamento rispetto alla sede lavorativa.

Avevamo già commentato questa sentenza appena era stata pubblicata, nell’articolo “Indennità di trasferta: tassazione“. Da questa fondamentale distinzione discendono importanti effetti ai fini della tassazione dell’indennità di trasferta, che ora esamineremo nel dettaglio.

Indennità di trasferta: tassazione

Per i redditi di lavoro dipendente la regola generale, stabilita dal Testo Unico sulle Imposte Dirette [3] è quella dell’onnicomprensività della retribuzione: sono imponibili «tutte le somme e i valori in genere, a qualunque titolo percepiti nel periodo d’imposta, anche sotto forma di erogazioni liberali, in relazione al rapporto di lavoro». Fanno eccezione alcune specifiche voci indicate dalla stessa norma, come i contributi previdenziali ed assistenziali obbligatori, i contributi sanitari versati ad enti o casse aziendali, i buoni pasto, le spese di trasporto pubblico o collettivo.

Ma le indennità di trasferta a ben vedere non costituiscono reddito perché non fanno parte della retribuzione, ma consistono in un rimborso di spese che il lavoratore ha anticipatamente sostenuto per conto dell’impresa: perciò, queste somme non vengono tassate se si limitano alla loro restituzione al lavoratore, ma diventano imponibili quando il datore riconosce un importo ulteriore al dipendente che per esigenze aziendali si è spostato dalla naturale sede di lavoro.

Rimborso spese di trasferta: regime fiscale

La legge [4] pone una distinzione tra le trasferte, o missioni, compiute nell’ambito del territorio comunale ove è ubicata la sede di lavoro oppure al di fuori dal Comune. Nel primo caso, le diarie vengono computate nel reddito di lavoro dipendente ad eccezione delle spese di trasporto documentate: dunque, esse sono completamente esentasse, mentre tutto il restante importo è imponibile. Nel secondo caso, invece, c’è una soglia di esenzione fissata entro il limite di 46,48 euro giornalieri per le trasferte nazionali e di 77,46 euro per quelle all’estero. Quando tali limiti vengono superati è tassata solo l’eccedenza.

Quando il datore di lavoro, oltre all’indennità di trasferta vera e propria, riconosce all’interno di essa, come specifica voce, anche il rimborso spese i limiti di esenzione per le indennità che abbiamo descritto sono ridotti a 30,89 euro giornalieri per le trasferte in Italia e a 51,64 euro per quelle all’estero; la quota di rimborso spese rimane invece interamente esentasse.

Se il datore di lavoro ha optato per il metodo analitico di calcolo delle indennità, si verifica questo fenomeno: il rimborso di tutte le spese documentate nella lista presentata dal lavoratore e approvata dall’azienda è esentasse a prescindere dall’importo, mentre la soglia di esenzione d’imposta dell’eventuale indennità di trasferta aggiuntiva (cioè l’extra riconosciuto a forfait) scende a 15,49 euro giornalieri per le trasferte nazionali e a 25,82 per quelle estere: oltre tale importo, tutta l’eccedenza è imponibile.

Indennità per lavoratori trasfertisti

I lavoratori trasfertisti sono definiti da un’apposita norma [5] come coloro che sono «tenuti per contratto all’espletamento delle attività lavorative in luoghi sempre variabili e diversi». Essi sono, ad esempio, i lavoratori delle imprese edili impiegati di volta in volta in diversi cantieri, gli installatori e i manutentori di impianti, gli autisti di linee extraurbane o i piloti d’aereo e gli assistenti di volo.

Queste categorie di lavoratori hanno un riconoscimento maggiore del disagio sopportato per i continui spostamenti; dunque, viene accentuata la componente compensativa rispetto a quella restitutoria: nel loro caso, le indennità di trasferta, «anche se corrisposte con carattere di continuità», sono imponibili e, dunque, vengono tassate solo nella misura del 50% del loro ammontare.

Trasferta con partenza da casa: quando il rimborso è esentasse

Per l’Agenzia delle Entrate, la trasferta consiste nello «spostamento del dipendente dalla propria sede di lavoro al luogo di missione ove è tenuto a recarsi su incarico e per esclusivo interesse del datore di lavoro»; perciò, l’Amministrazione tende a non riconoscere l’esenzione fiscale al caso di «spostamento del dipendente dalla propria residenza alla sede di lavoro che avviene al di fuori dell’orario lavorativo e, comunque, a partire da un luogo, quale è l‘abitazione, scelto dal dipendente».

Ma i giudici tributari, nella sentenza cui accennavamo all’inizio [1], hanno dato torto al Fisco, se il dipendente prova la natura compensativa, e non retributiva, dei rimborsi che il datore gli ha riconosciuto per le trasferte compiute al di fuori del territorio comunale.

Nel caso deciso, la Commissione ha annullato l’atto impositivo dell’Agenzia poiché il cliente aveva documentato «ogni singolo rimborso chilometrico ottenuto», producendo un resoconto analitico dal quale si evinceva «la data di effettuazione della trasferta, l’indicazione del cliente visitato e del luogo di ubicazione dello stesso, con indicazione di città e indirizzo, nonché del costo chilometrico di cui alla tariffa Aci, utilizzato per il calcolo, l’indicazione del totale dei chilometri percorsi per ciascuna trasferta e il totale dei rimborsi spettanti».

Per ulteriori approfondimenti leggi anche i seguenti articoli:


note

[1] Ctr Lazio, sent. n. 1750/21.

[2] Cass. sent. n. 14047/20 del 07.07.2020.

[3] Art. 51, comma 1, D.P.R. n. 917/1986.

[4] Art. 51, comma 5, D.P.R. n. 917/1986.

[5] Art. 51, comma 5, D.P.R. n. 917/1986.


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