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Padre non vuole riconoscere il figlio: cosa rischia?

7 Aprile 2021 | Autore:
Padre non vuole riconoscere il figlio: cosa rischia?

Il riconoscimento può essere chiesto dalla madre o dal figlio stesso. Il rifiuto di sottoporsi al Dna è controproducente. Il genitore deve risarcire i danni.

Nessuno decide da sé di venire al mondo; sono i genitori a compiere questa scelta e poi devono assumersi la responsabilità nei confronti della vita che hanno generato. Una volta che il bambino è nato, entrambi i genitori hanno il dovere di mantenerlo, educarlo e fare tutto ciò che occorre per farlo crescere nel modo migliore possibile. Qualcuno, però, si sottrae ai suoi impegni e trascura la prole evitando in partenza di riconoscere i propri figli, quando sono nati fuori dal matrimonio. Così, spesso, la madre rimane sola nel sobbarcarsi tutti gli oneri economici ed affettivi. Ma intanto il padre che non vuole riconoscere il figlio cosa rischia? Devi sapere che evitare il riconoscimento è un fatto illecito. Se sei veramente il padre, sarà il giudice a dichiararlo.

Non è soltanto la madre che può agire per chiedere il riconoscimento, ma anche il figlio stesso quando diventa maggiorenne può chiedere una dichiarazione giudiziale di paternità. Potrà così ottenere, in caso di esito positivo del processo, lo status di figlio a tutti gli effetti (la legge ha eliminato ormai da tempo ogni distinzione tra figli naturali e “legittimi”) e chiedere anche il risarcimento dei danni.

Inoltre, sottrarsi al test del Dna serve a poco, anzi è spesso controproducente. Vediamo perché.

Il riconoscimento del figlio naturale

Quando un figlio viene generato nel matrimonio, il rapporto giuridico di filiazione si instaura automaticamente, con tutti i diritti e doveri che ciò comporta. Ma se il figlio nasce dall’unione di un uomo ed una donna che non sono sposati fra loro, si pone il problema del riconoscimento del figlio naturale.

Anche la madre potrebbe opporsi al riconoscimento del figlio come proprio e, in tal caso, il bambino verrà lasciato in ospedale ed iscritto nei registri dello stato civile come «nato da donna che non consente di essere nominata» [1]; il nome della madre resterà segreto.

Più frequentemente, però, è il padre che non vuole riconoscere il figlio. In questo caso, la legge [2] consente alla madre ed al figlio stesso, se maggiorenne, di agire per far dichiarare giudizialmente la paternità, che, essendo naturale, non si presume come avviene invece nel matrimonio. Il giudice può accertare la paternità in tutti i casi in cui il riconoscimento è ammesso, perciò se un bambino ha già lo stato di figlio di due coniugi uniti in matrimonio non potrà essere riconosciuto come figlio naturale da persone diverse fino a quando non sia stato completato l’iter del disconoscimento di paternità. Se il figlio da riconoscere ha compiuto 14 anni, è sempre necessario il suo assenso per intraprendere la procedura e per ottenere la declaratoria di paternità dal giudice se l’azione era stata avviata prima.

L’azione di accertamento della paternità

La prova della paternità può essere fornita con ogni mezzo: non ci sono, quindi, prove vincolate e neppure preclusioni. Oggi, con le possibilità offerte dalla scienza, il metodo più utilizzato è la prova del Dna: un semplice esame del sangue o di altro materiale organico, analizzato da personale esperto, conduce in modo pressoché inequivocabile a stabilire se una persona è figlia di un’altra o no.

Fino al recente passato, in assenza di questo test dirimente, si ricorreva a prove presuntive, come la convivenza tra padre e madre, i rapporti sessuali tra loro nel periodo del concepimento e la compatibilità dei rispettivi gruppi sanguigni.

Il test del Dna per accertare la paternità non è obbligatorio: la legge impedisce la possibilità di eseguirlo coattivamente [3] ma il giudice può trarre eloquenti «argomenti di prova» proprio dal rifiuto di sottoporsi all’esame: in questo comportamento si può ravvisare un’ammissione implicita della circostanza da provare, cioè la paternità. Infatti, chi non ha nulla da temere dall’esito del test, non ha motivo per non sottoporsi all’esame del Dna. Il giudice potrà comunque riconoscere la paternità se vi sono altri elementi indizianti in tal senso (la sola dichiarazione della madre non ha valore). Sfuggire alla prova del Dna non è perciò una buona scelta.

Dichiarazione giudiziale di paternità: conseguenze

Per effetto della sentenza di riconoscimento della paternità nasce il rapporto giuridico di filiazione, con la conseguenza che il genitore assume tutti i doveri di responsabilità ed assistenza morale e materiale.

Ma le conseguenze si riverberano anche sul passato: innanzitutto, la madre potrà chiedere al padre il rimborso delle spese che da sola ha sostenuto, fino al momento della pronuncia del giudice, per allevare e crescere il bambino e questo perché il figlio nato da una relazione di fatto va mantenuto. Nel computo entreranno tutti i costi di mantenimento, che non dovranno essere precisamente quantificati nel loro ammontare: il giudice potrà stimarli con criteri equitativi.

Al di là di questo esborso, c’è anche la possibilità di ottenere da colui che è stato dichiarato giudizialmente padre il risarcimento dei danni. Qui, entrano in gioco non solo le voci patrimoniali, ma anche quelle morali ed esistenziali, per la sofferenza provocata ad un figlio che è stato privato della figura genitoriale paterna. Questo danno sarà tanto più consistente quanto più a lungo si è protratto il periodo di mancato riconoscimento e di assenza del padre dalla vita del figlio: quindi, potrà essere molto elevato se il figlio è stato riconosciuto soltanto dopo molti anni dalla nascita e in età adulta.

Oltre ai danni morali, una recente sentenza della Corte di Cassazione [4] ha aggiunto la liquidazione del danno patrimoniale, quando nel figlio non riconosciuto è insorta una patologia derivata proprio dal diniego di paternità e tale da comportare una lesione alla salute. In questa prospettiva, secondo il Collegio, diventa risarcibile anche il danno da perdita di chance, consistente nelle opportunità socio-lavorative perdute e che hanno impedito al figlio non riconosciuto di raggiungere una posizione analoga a quella del suo genitore.

Il caso deciso dalla Suprema Corte riguardava il figlio di un notaio che aveva accusato un disturbo bipolare schizoide di natura affettiva, e tale patologia, unitamente alla perdurante assenza del padre, aveva rappresentato un insormontabile ostacolo nell’ottenimento di uno status patrimoniale comparabile con quello del professionista che gli aveva ostinatamente negato il suo riconoscimento, fino alla pronuncia del giudice che ha stabilito il rapporto di filiazione.

Per approfondire questo argomento leggi anche i seguenti articoli:


note

[1] Art. 30, comma 2, D.P.R. n. 396/2000.

[2] Art. 269 Cod. civ.

[3] Art. 118 Cod. proc. civ.

[4] Cass. ord. n. 9255/21 del 06.04.2021.


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