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Prova contenuto raccomandata

7 Aprile 2021
Prova contenuto raccomandata

A chi spetta dimostrare cosa conteneva la busta della raccomandata? Che succede se, nella stessa busta, ci sono più atti?

A chi spetta fornire la prova del contenuto della raccomandata? Il destinatario dell’atto, una volta ricevuta la lettera dal postino e firmato il registro delle consegne, potrebbe sostenere che, all’interno della busta, non v’era nulla o che v’era un documento diverso da quello dichiarato dal mittente. 

Ipotesi del genere non sono infrequenti e pongono un serio problema di carattere processuale perché è proprio dall’effettiva conoscenza dell’atto che dipendono una serie di effetti giuridici. 

Ipotizziamo che una persona invii un sollecito di pagamento al debitore per interrompere i termini di prescrizione e che, nella causa contro di questi, depositi l’avviso di ricevimento di tale raccomandata. Il debitore, però, costituendosi in giudizio, afferma di aver trovato la busta vuota al suo interno. A chi dei due spetta fornire la prova del contenuto della raccomandata? È il mittente a dover dimostrare quale documento aveva inserito nella busta o è il destinatario a dover provare la veridicità delle proprie affermazioni?

Il problema si pone, ancora più spesso, con riferimento agli atti del Fisco e, in particolare, con gli avvisi di accertamento dell’Agenzia delle Entrate o con le cartelle esattoriali di Agenzia Entrate Riscossione: anche qui il contribuente, destinatario dell’atto, per difendersi potrebbe sostenere di aver ricevuto un atto incompleto (privo di alcuni fogli) o, addirittura, di diversa natura. Oppure, in presenza di più atti documenti, contenuti nella medesima raccomandata, potrebbe affermare di averne ricevuto uno solo. Di nuovo, si ripropone lo stesso quesito: a chi spetta provare il contenuto della raccomandata? Per scoprirlo, leggi i prossimi paragrafi.

Prova del contenuto della raccomanda: chi deve fornirla?

La questione è stata definita dalla giurisprudenza con una serie di interessanti sentenze che val la pena ripercorrere in questo breve articolo. È necessaria però una preliminare precisazione. Il problema della prova del contenuto della raccomandata si pone solo per quelle spedite attraverso la classica “busta”. Non si pone invece per le cosiddette “raccomandate senza busta”, quelle cioè piegate su sé stesse e poi affrancate, in modo che busta e documento formino un solo corpo. Tale sistema viene utilizzato proprio al fine di evitare contestazioni strumentali di tale tipo.

Dopo un primo momento in cui la Cassazione aveva addossato sul mittente la prova del contenuto dalla raccomanda (imponendo a questi l’onere di dimostrare cosa contenesse la busta), i giudici supremi hanno oggi sposato il principio opposto [1].

In buona sostanza, è il destinatario della raccomandata, che sostenga che al suo interno non v’era nulla o v’era un atto diverso da quello indicato dal mittente o un atto incompleto, a dover provare le proprie affermazioni. E ciò perché, ai sensi dell’articolo 1335 del Codice civile, la raccomandata si presume conosciuta nel momento in cui arriva all’indirizzo di residenza del destinatario, a meno che questi non provi di essere stato, senza sua colpa, nell’impossibilità di averne notizia. Dunque, è quest’ultimo ad avere il cosiddetto «onere della prova».

Prova contenuto avvisi di accertamento fiscali e cartelle esattoriali

Lo stesso dicasi per gli atti di accertamento fiscale da parte dell’Agenzia Entrate o per le cartelle esattoriali: se il contribuente dovesse sostenere che il documento ricevuto era privo di uno o più fogli, tanto da non consentirgli di difendersi, ed in forza di ciò dovesse invocare la nullità della relativa notifica, dovrebbe dimostrare le proprie affermazioni, non potendo limitarsi a scaricare la patata bollente sul mittente. 

Raccomandata con due o più atti: chi deve fornire la prova?

Più di recente, la Cassazione [2] si è pronunciata anche sul similare caso di una raccomandata contenente più atti con pretese impositive diverse. Si pensi, ad esempio, a due accertamenti fiscali relativi a due differenti anni d’imposta, inviati al medesimo contribuente con la stessa raccomandata. Se il contribuente dovesse sostenere che, nella busta, era contenuto un solo atto, su chi ricadrebbe la prova processuale? È il mittente a dover dimostrare il contrario o – ancora una volta – il destinatario a fornire la prova delle sue dichiarazioni? 

In tale ipotesi, la Cassazione ha fornito un parere diverso: spetta al Fisco provare che l’unica raccomandata contiene due atti con pretese impositive.

Ove l’involucro della raccomandata contenga plurime comunicazioni, e il destinatario ne riconosca solo una, è necessario, perché operi la presunzione di conoscenza posta dall’art. 1335 cod. civ., che l’autore della comunicazione, il quale abbia scelto detta modalità di spedizione per inviare due comunicazioni, fornisca la prova che l’involucro le conteneva. Questo perché, secondo la comune esperienza, ad ogni atto da comunicare corrisponde una singola spedizione. Come dire: siccome è norma spedire una raccomandata per ogni atto, allora chi vuole risparmiare sulle spese di spedizione e preferisce inserire più documenti nella medesima busta deve dare la prova di ciò.


note

[1] Cass. sent. n. 24149/2018.

[2] Cass. ord. n. 9224/2021 del 6.04.2021.

Autore immagine: depositphotos.com


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