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Risoluzione consensuale rapporto di lavoro: Cassazione

7 Aprile 2021
Risoluzione consensuale rapporto di lavoro: Cassazione

Mutuo consenso del lavoratore e del datore di lavoro in merito alla cessazione del contratto di lavoro: onere della prova e condizioni. 

Risoluzione per mutuo consenso del rapporto di lavoro

Affinché possa configurarsi una risoluzione del rapporto per mutuo consenso, è necessario che sia accertata – sulla base del lasso di tempo trascorso dopo la conclusione dell’ultimo contratto a termine, nonché del comportamento tenuto dalle parti e di eventuali circostanze significative – una chiara e certa comune volontà delle stesse parti di porre definitivamente fine ad ogni rapporto lavorativo.

La mera inerzia del lavoratore dopo la scadenza del contratto a termine, quindi, è di per sé insufficiente per potere ritenere sussistente una risoluzione del rapporto per mutuo consenso, mentre grava sul datore di lavoro, che eccepisca tale risoluzione, l’onere di provare le circostanze dalle quali possa ricavarsi la volontà chiara e certa delle parti di volere porre fine ad ogni rapporto di lavoro.

Cassazione civile sez. lav., 03/06/2020, n.10535

Affinché possa configurarsi una risoluzione del rapporto per mutuo consenso, è necessario che sia accertata – sulla base del lasso di tempo trascorso dopo la conclusione dell’ultimo contratto a termine, nonché del comportamento tenuto dalle parti e di eventuali circostanze significative – una chiara e certa comune volontà delle stesse parti di porre definitivamente fine ad ogni rapporto lavorativo. La mera inerzia del lavoratore dopo la scadenza del contratto a termine, quindi, è di per sé insufficiente a ritenere sussistente una risoluzione del rapporto per mutuo consenso, mentre grava sul datore di lavoro, che eccepisca tale risoluzione, l’onere di provare le circostanze dalle quali possa ricavarsi la volontà chiara e certa delle parti di volere porre fine ad ogni rapporto di lavoro.

Cassazione civile sez. lav., 27/09/2019, n.24140

Il mero decorso del tempo tra la cessazione del rapporto di lavoro e l’impugnazione del contratto non costituisce condotta socialmente tipica idonea a perfezionare la risoluzione per mutuo consenso in mancanza di ulteriori elementi.

Cassazione civile sez. lav., 22/03/2019, n.8215

In caso di contrapposte domande di risoluzione per inadempimento il giudice non può respingerle entrambe dichiarando risolto il contratto

Il giudice adito con contrapposte domande di risoluzione per inadempimento del medesimo contratto può accogliere l’una e rigettare l’altra, ma non può respingere entrambe dichiarando la risoluzione consensuale del rapporto, implicando ciò una violazione del principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato: la controversia, infatti, verrebbe decisa mediante una regolamentazione del rapporto diversa da quella perseguita dalle parti.

Cassazione civile sez. lav., 08/11/2017, n.26475

La risoluzione consensuale del rapporto di lavoro

In tema di mutuo consenso alla risoluzione del rapporto di lavoro, non costituisce elemento idoneo ad integrare la fattispecie di tacita risoluzione consensuale il fatto che il lavoratore abbia, nelle more, percepito il TFR, ovvero cercato o reperito un’altra occupazione. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto irrilevante lo svolgimento di altra attività lavorativa, per soli quindici giorni, circa quattro anni dopo il licenziamento intimato in forma orale).

Cassazione civile sez. lav., 03/04/2017, n.8604

In tema di mutuo consenso alla risoluzione del rapporto di lavoro, non è sufficiente il mero decorso del tempo fra il licenziamento e la relativa impugnazione giudiziale, essendo necessario il concorso di ulteriori e significative circostanze, della cui allegazione e prova è gravato il datore di lavoro; non costituisce elemento idoneo ad integrare la fattispecie di tacita risoluzione consensuale il fatto che il lavoratore abbia, nelle more, percepito il tfr, ovvero cercato o reperito un’altra occupazione.

Cassazione civile sez. lav., 04/11/2016, n.22489

In tema di assicurazione contro la disoccupazione, ai sensi dell’art. 34, comma 5, della l. n. 448 del 1998, come interpretato dalla Corte costituzionale (sentenza n. 269 del 2002), la perdita del diritto di percepire l’indennità di disoccupazione ordinaria prevista in caso di dimissioni opera ogni qualvolta il lavoratore rinunci spontaneamente al posto, pur avendo la possibilità di proseguire il proprio rapporto di lavoro, sicché tale ipotesi ricorre anche nel caso di risoluzione consensuale, non essendovi alcuna differenza fra la dichiarazione unilaterale di recesso e quella manifestata nell’ambito di unaccordo consensuale, salvo risulti provato che la sua adesione alla proposta risolutiva, sia intervenuta in presenza di una giusta causa di recesso.

(Nella specie, la S.C. ha ritenuto insussistente tale giusta causa in presenza di un’asserita impossibilità per il lavoratore di progredire in carriera e di crescere professionalmente in conseguenza della legittima determinazione aziendale di chiudere il reparto di cui era responsabile, trattandosi di aspettative di mero fatto).

Cassazione civile sez. lav., 24/08/2016, n.17303

Al lavoratore che dia le dimissioni per impossibilità di fare carriera non spetta l’indennità di disoccupazione

In caso di dimissioni o cessazione del rapporto di lavoro per risoluzione consensuale, è negata l’indennità di disoccupazione, a meno che il lavoratore non dimostri l’esistenza di cause che rendevano impossibile proseguire il rapporto. Tra queste non rientra però l’impossibilità di fare carriera. La Cassazione ha respinto il ricorso del lavoratore che dopo la risoluzione del rapporto di lavoro, in sostanza per la chiusura del reparto cui era addetto, chiedeva l’indennità, che per i giudici non è però dovuta in caso di mera lesione alle aspettative di carriera.

Cassazione civile sez. lav., 24/08/2016, n.17303

Scadenza del termine apposto illegittimamente e configurabilità della risoluzione del rapporto di lavoro per mutuo consenso

Nel giudizio instaurato ai fini del riconoscimento della sussistenza di un unico rapporto di lavoro a tempo indeterminato, sul presupposto dell’illegittima apposizione al contratto di un termine finale ormai scaduto, il decorso di un significativo lasso temporale tra la cessazione dell’ultimo contratto e la messa in mora del datore da parte del lavoratore, in uno al reperimento, nelle more, di altra occupazione a tempo indeterminato, costituiscono indici sufficienti della volontà delle parti di porre definitivamente fine a ogni rapporto lavorativo e da configurare la risoluzione del rapporto per mutuo consenso.

(Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza della corte d’appello che aveva accertato la risoluzione consensuale del rapporto atteso il decorso di cinque anni tra la cessazione dell’ultimo contratto e la contestazione stragiudiziale della legittimità del termine, nonché l’avvenuta assunzione della ricorrente a tempo indeterminato da parte di altro datore prima dell’instaurazione del giudizio).

Cassazione civile sez. lav., 11/02/2016, n.2732

Estinzione e risoluzione del rapporto: dimissioni

La procedura di convalida delle dimissioni della lavoratrice madre, anche nel contesto normativo precedente alle modifiche apportate dall’art. 4, comma 16, l. n. 92 del 2012, trova applicazione altresì rispetto alla risoluzione consensuale del rapporto, attesa l’identità dell’effetto dei due — pur diversi — atti, entrambi idonei a cagionare la risoluzione del rapporto.

L’art. 55, comma 4, del d.lgs. 26 marzo 2001, n. 151 (“ratione temporis” vigente, prima delle modifiche apportate dall’art. 4, comma 16, della legge 28 giugno 2012, n. 92), nella parte in cui dispone che le dimissioni presentate dalla lavoratrice durante il periodo di gravidanza sono inefficaci, se non convalidate dal competente servizio ispettivo del Ministero del lavoro, si applica anche alla risoluzione consensuale del rapporto di lavoro, a fronte di identiche ed ineludibili esigenze di tutela della famiglia e di protezione della prole.

Cassazione civile sez. lav., 11/06/2015, n.12128

Per la configurabilità di una risoluzione per mutuo consenso, manifestatasi in pendenza del termine per l’esercizio del diritto o dell’azione, è necessario che il decorso del tempo sia accompagnato da ulteriori circostanze oggettive le quali, per le loro caratteristiche di incompatibilità con la prosecuzione del rapporto, possano essere complessivamente interpretate nel senso di denotare una volontà chiara e certa delle parti di volere, d’accordo tra loro, porre definitivamente fine ad ogni rapporto lavorativo (confermata la decisione dei giudici del merito che, nel ritenere consensualmente estinto il rapporto, avevano preso in considerazione sia il dato temporale che ulteriori circostanze, quali la prestazione per lunghi periodi di attività di lavoro alle dipendenze di terzi da parte del lavoratore).

Cassazione civile sez. VI, 18/03/2015, n.5453



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