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Prova licenziamento orale e dimissioni: Cassazione

7 Aprile 2021
Prova licenziamento orale e dimissioni: Cassazione

È onere del lavoratore che impugna un asserito licenziamento orale di dimostrare l’estromissione dal rapporto per volontà del datore. Ripartizione dell’onere della prova circa la causa della cessazione del rapporto di lavoro.

Grava sul lavoratore l’onere di provare il licenziamento orale

La mera cessazione definitiva nell’esecuzione delle prestazioni derivanti dal rapporto di lavoro non è di per sé sola idonea a fornire la prova del licenziamento, trattandosi di circostanza di fatto di significato polivalente, in quanto può costituire l’effetto sia di un licenziamento, sia di dimissioni, sia di una risoluzione consensuale. Tale cessazione non equivale ad estromissione, parola che non ha un immediato riscontro nel diritto positivo, per cui alla stessa va attribuito un significato normativo, sussumendola nella nozione giuridica di ‘licenziamento’ e quindi nel senso di allontanamento dell’attività lavorativa quale effetto di una volontà datoriale di esercitare il potere di recesso e risolvere il rapporto.

L’accertata cessazione nell’esecuzione delle prestazioni può solo costituire circostanza fattuale in relazione alla quale, unitamente ad altri elementi, il giudice del merito possa radicare il convincimento, adeguatamente motivato, che il lavoratore abbia assolto l’onere probatorio sul medesimo gravante circa l’intervenuta risoluzione del rapporto di lavoro ad iniziativa datoriale.

Cassazione civile sez. lav., 08/01/2021, n.149

La regola posta dall’art. 2697 c.c. in materia di ripartizione dell’onere probatorio impone al lavoratore che impugni un asserito licenziamento orale di dimostrare, quale fatto fondante il diritto a sostegno della sua pretesa, l’estromissione dal rapporto per volontà del datore, non essendo sufficiente la prova della mera cessazione del rapporto medesimo. Qualora il datore eccepisca le dimissioni del proprio dipendente, il giudice sarà tenuto ad un’indagine rigorosa volta alla ricostruzione dei fatti, altresì avvalendosi dei poteri istruttori d’ufficio riconosciutigli dalla legge, e, solo nell’ipotesi in cui perduri un’insuperabile impasse probatoria, ad applicare la regola residuale desumibile dall’art. 2697 c.c., primo comma, rigettando la domanda del lavoratore che non abbia provato il fatto costitutivo della sua pretesa.

Cassazione civile sez. lav., 09/07/2019, n.18402

Il lavoratore che impugni il licenziamento allegandone l’intimazione senza l’osservanza della forma scritta ha l’onere di provare, quale fatto costitutivo della domanda, che la risoluzione del rapporto è ascrivibile alla volontà datoriale, seppure manifestata con comportamenti concludenti, non essendo sufficiente la prova della mera cessazione dell’esecuzione della prestazione lavorativa; nell’ipotesi in cui il datore eccepisca che il rapporto si è risolto per le dimissioni del lavoratore e all’esito dell’istruttoria – da condurre anche tramite i poteri officiosi ex art. 421 c.p.c. – perduri l’incertezza probatoria, la domanda del lavoratore andrà respinta in applicazione della regola residuale desumibile dall’art. 2697 c.c..

Cassazione civile sez. lav., 08/02/2019, n.3822

Onere probatorio in caso di lavoratore che deduca l’invalidità del licenziamento orale ed il datore che deduca la sussistenza delle dimissioni del lavoratore

Qualora il lavoratore deduca di essere stato licenziato oralmente e faccia valere in giudizio la inefficacia o invalidità di tale licenziamento, mentre il datore di lavoro deduca la sussistenza di dimissioni del lavoratore, il materiale probatorio deve essere raccolto, da parte del giudice di merito, tenendo conto che, nel quadro della normativa limitativa dei licenziamenti, la prova gravante sul lavoratore è limitata alla sua estromissione dal rapporto, mentre la controdeduzione del datore di lavoro assume la valenza di un’eccezione in senso stretto, il cui onere probatorio ricade sull’eccipiente ai sensi dell’art. 2697, comma 2, c.c.

(Nella specie, la S.C. ha confermato la decisione di merito che aveva ritenuto che il lavoratore non avesse dimostrato la mancata accettazione della propria prestazione lavorativa da parte del datore di lavoro, risultando unicamente una missiva – inviata dal difensore del lavoratore oltre un mese dopo l’interruzione del rapporto – nella quale si lamentava solo la mancata regolarizzazione, senza fare alcun riferimento ad un pregresso licenziamento ovvero ad un recesso da parte dello stesso lavoratore).

Cassazione civile sez. lav., 16/10/2018, n.25847

In caso di assenza di prova del licenziamento occorre guardare agli effetti della sussistenza del rapporto di lavoro

La mancata prova del licenziamento, il cui onere incombe sul lavoratore, non comporta di per sé l’accoglibilità della tesi – eventualmente sostenuta dal datore di lavoro – della sussistenza delle dimissioni o di una risoluzione consensuale, e, ove manchi la prova adeguata anche di tali altri atti estintivi, deve darsi rilievo agli effetti della perdurante sussistenza del rapporto di lavoro, oltre che, in difetto di prestazioni lavorative, anche al principio della non maturazione del diritto alla retribuzione, salvi gli effetti della eventuale “mora credendi” del datore di lavoro rispetto alla stessa, sul rilievo che, quando è chiesta la tutela cd. reale di cui all’art. 18 st.lav. o all’art. 2 della l. n. 604 del 1966, l’impugnativa del licenziamento comprende la richiesta di accertamento di inesistenza di una valida estinzione del rapporto di lavoro, della vigenza del medesimo e di condanna del datore di lavoro alla sua esecuzione e al pagamento di quanto dovuto per il periodo di mancata attuazione. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito che, rigettata l’impugnativa di licenziamento orale, aveva accertato che il rapporto di lavoro era cessato per abbandono volontario della lavoratrice).

Cassazione civile sez. lav., 04/06/2018, n.14202

Ai fini della configurabilità della risoluzione del rapporto di lavoro per mutuo consenso, non è di per sé sufficiente la mera inerzia del lavoratore dopo l’impugnazione del termine, essendo piuttosto necessario che sia fornita la prova di altre significative circostanze denotanti una chiara e certa volontà delle parti di porre definitivamente fine a ogni rapporto lavorativo.

Cassazione civile sez. lav., 12/03/2018, n.5952

È onere del datore di lavoro mostrare la sussistenza formale ed effettiva del recesso del lavoratore

Qualora l’estinzione del rapporto per licenziamento sia circostanza incontroversa tra le parti, rimanendo dubbie le modalità dello stesso, si verifica un’inversione dell’onere probatorio, sicché è il datore di lavoro a dover dimostrare la sussistenza di tutti i requisiti formali e di efficacia del recesso, che afferma di avere ritualmente intimato, e, non adempiendovi, il licenziamento rimane illegittimo.

(Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito che aveva ritenuto inefficace il licenziamento di cui il datore di lavoro aveva allegato in giudizio l’intimazione scritta, in carenza di prova del rispetto della detta forma, non risultando dimostrato che l’atto prodotto in causa fosse stato predisposto per il recesso in parola).

Cassazione civile sez. lav., 15/03/2016, n.5061

Onere della prova licenziamento orale e dimissioni 

Qualora il lavoratore deduca di essere stato licenziato oralmente e faccia valere in giudizio la inefficacia o invalidità di tale licenziamento, mentre il datore di lavoro deduca la sussistenza di dimissioni del lavoratore, il materiale probatorio deve essere raccolto, da parte del giudice di merito, tenendo conto che, nel quadro della normativa limitativa dei licenziamenti, la prova gravante sul lavoratore è limitata alla sua estromissione dal rapporto, mentre la controdeduzione del datore di lavoro assume la valenza di un’eccezione in senso stretto, il cui onere probatorio ricade sull’eccipiente ai sensi dell’art. 2697, comma 2, c.c..

Cassazione civile sez. VI, 19/10/2011, n.21684



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