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Covid, lo studio: quanto ci si contagia all’aperto

7 Aprile 2021 | Autore:
Covid, lo studio: quanto ci si contagia all’aperto

Una ricerca irlandese, in sintonia con altri dossier internazionali, rileva una percentuale di trasmissione dello 0,1%.

«Io resto a casa» è ancora la mossa giusta per combattere il Covid? Se lo chiedono i cittadini e se l’è chiesto anche il Centro di prevenzione e di sorveglianza sulla salute di Dublino, l’Health Protection Surveillance Centre. Il risultato dello studio realizzato dagli scienziati irlandesi lascerà sicuramente perplesso chi pensa che appena si mette fuori il naso da casa rischia di prendere il coronavirus: dei casi monitorati, solo un caso positivo su mille è collegato al contagio all’aperto.

In Irlanda, dall’inizio della pandemia e fino al 24 marzo, sono stati riscontrati 232.164 casi di Covid. Di questi, appena 262 possono essere collegati ad una trasmissione all’aperto, il che significa lo 0,1% del totale. La maggior parte dei contagi è avvenuta in cantieri edili (il 50% circa), mentre il resto è collegato ad attività sportive e di fitness, anche se il rapporto pubblicato oggi precisa che non è semplice capire esattamente dove sia avvenuto il contagio.

Tuttavia, questi dati coincidono con quelli rilevati da altre ricerche internazionali. In Cina, ad esempio, 8 contagi su 10 sono avvenuti in casa (la stessa percentuale segnalata in Italia dall’Iss), mentre su 1.245 casi monitorati per uno studio svolto nel Paese asiatico, solo 3 erano legati ad attività all’aperto: si tratta di persone che conversavano per strada senza mascherina e senza mantenere la distanza di sicurezza. In America, l’Università della California ha rilevato che le probabilità di prendere il virus all’aperto sono 19 volte inferiori rispetto agli ambienti chiusi. Questo perché, spiegano gli esperti, il virus si dissolve molto più facilmente all’aperto, a meno che ci siano delle distanze molto ravvicinate o assembramenti tra le persone.

Ciò non vuol dire che sia inutile portare dietro la mascherina o sedersi vicino ad altre persone su una panchina al parco. Vanno, comunque, protette le vie aeree – insistono gli scienziati – e va mantenuta una distanza di almeno un metro e mezzo dalle persone non conviventi.

Forse, sono dati come questi (oltre all’andamento supersonico delle vaccinazioni rispetto ad altri Paesi) che hanno convinto il Governo della Gran Bretagna a riaprire gli stadi nei prossimi giorni. Lo stesso si prepara a fare l’Olanda, in vista degli Europei di calcio: la Johann Cruijff ArenA di Amsterdam potrà ospitare almeno 12mila spettatori, numero che potrà essere incrementato o ridotto a seconda della curva relativa ai contagi.

La stessa strada dovrebbe essere imboccata dall’Italia, che prevede la riapertura degli impianti per le partite del più importante torneo continentale del pallone, al via l’11 giugno. Ma il Codacons ha già messo le mani avanti: «Ancora una volta gli interessi economici del mondo del calcio vengono anteposti all’esigenza di tutelare la salute pubblica – scrive in una nota il presidente Carlo Rienzi – consentendo alla lobby del pallone di non sottostare alle regole che valgono per tutti gli altri settori. Una scelta folle che, se attuata, incrementerebbe i contagi tra tifosi, anche in presenza di protocolli che consentano di svolgere in sicurezza gli eventi, considerati gli assembramenti fuori dagli stadi prima e dopo le partite e l’impossibilità di controllare cosa accade fuori dagli impianti sportivi».

Per il Comitato per la difesa dei consumatori, «se davvero il Governo darà il va libera agli stadi, allora dovranno essere riaperti in contemporanea anche cinema, teatri, discoteche, concerti, e tutti quei settori costretti alla chiusura a causa dell’emergenza sanitaria. Pena una palese discriminazione incostituzionale – conclude Rienzi – che porterebbe a inevitabili ricorsi in tribunale».



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