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Ordine di servizio: cos’è?

10 Agosto 2021
Ordine di servizio: cos’è?

Il lavoratore deve rispettare le direttive impartite dal datore di lavoro, altrimenti rischia di subire conseguenze disciplinari.

Hai ricevuto via mail un ordine di servizio con il quale il datore di lavoro faceva obbligo a tutti i lavoratori di indossare la mascherina. Non hai aperto la mail e non hai, dunque, rispettato la direttiva impartita. Cosa rischi per non aver dato seguito agli ordini aziendali?

Devi sapere che il rapporto di lavoro subordinato, come evidenzia il nome stesso, si fonda sulla soggezione del lavoratore alle direttive del datore di lavoro. Il potere direttivo aziendale si esprime in vari modi: policy, codice disciplinare, istruzioni, etc. A volte, i superiori gerarchici adottano un ordine di servizio: cos’è?

L’ordine di servizio è uno dei tanti modi in cui può esprimersi il potere del datore di lavoro nel dare indicazioni ai dipendenti sulle modalità di svolgimento del lavoro. Chi non rispetta questi ordini rischia l’applicazione di sanzioni disciplinari.

Potere direttivo: cos’è?

Con la firma del contratto di lavoro subordinato [1] il lavoratore accetta di collaborare nell’impresa e di prestare il proprio lavoro intellettuale o manuale alle dipendenze e sotto la direzione del datore di lavoro. Ne consegue che, in questa tipologia di rapporto, esiste un vincolo di soggezione e di dipendenza del lavoratore dall’imprenditore. Il datore di lavoro, infatti, ha la facoltà di dirigere l’impresa e di indicare ai dipendenti come devono lavorare, quali regole devono rispettare, etc.

Il potere direttivo è, dunque, uno dei tratti fondamentali del contratto di lavoro a cui si collegano il potere di controllo, ossia la facoltà di verificare che il dipendente rispetti le direttive impartite, e il potere disciplinare, ossia la possibilità di sanzionare chi non rispetta le regole e le prescrizioni date dal datore di lavoro.

Potere direttivo: come si esprime?

Il potere direttivo, nel concreto svolgimento del rapporto di lavoro, si esprime in vari modi. Rientrano in tale facoltà, ad esempio, le policy aziendali, ossia, dei documenti nei quali l’impresa illustra ai dipendenti quali sono le linee di condotta da seguire su una serie di argomenti specifici.

Ad esempio, la policy sull’uso degli strumenti informatici spiega ai lavoratori come devono utilizzare il pc aziendale, la mail di lavoro o il cellulare di servizio, indicando i comportamenti ammessi e quelli non consentiti.

Un altro modo in cui si esprime il potere direttivo sono le istruzioni, che possono essere date sia oralmente che per iscritto dal superiore gerarchico al dipendente.

Infine, troviamo gli ordini di servizio che sono dei provvedimenti scritti.

Ordine di servizio: cos’è?

L’ordine di servizio è un provvedimento scritto con cui il datore di lavoro prescrive un determinato obbligo di fare o di non fare ad uno o più dipendenti. Nella gran parte dei casi, il potere direttivo del datore di lavoro non viene esercitato con atti scritti ma con policy generali o istruzioni rese oralmente. L’ordine di servizio, di solito, viene adottato in caso di situazioni critiche da risolvere. Ad esempio, se il datore di lavoro nota che intorno alla macchina del caffè si creano assembramenti, può adottare un ordine di servizio prescrivendo di non porre in essere simili comportamenti. Oppure con questo provvedimento potrebbe essere ordinato ad uno o più lavoratori di rientrare dalle ferie.

Ordine di servizio non rispettato: quali conseguenze?

Come abbiamo detto, il lavoratore ha il dovere di rispettare le direttive ricevute dal datore di lavoro altrimenti il suo rifiuto può essere considerato un atto di insubordinazione. Se un dipendente non rispetta il contenuto di un ordine di servizio può subire un procedimento disciplinare [2] all’esito del quale, in proporzione alla gravità del suo comportamento, può ricevere una sanzione disciplinare tra quelle previste dalla legge, ossia:

  • rimprovero verbale: si tratta di un’ammonizione a voce;
  • rimprovero scritto: è una lettera di richiamo scritta;
  • multa fino a 4 ore della retribuzione: si tratta di una trattenuta operata sullo stipendio;
  • sospensione dal lavoro e dalla retribuzione fino a 10 giorni: il dipendente viene allontanato dal servizio per un certo numero di giorni senza stipendio;
  • licenziamento disciplinare.

Per scegliere la sanzione da applicare, il datore di lavoro deve tenere conto della sezione disciplinare del contratto collettivo applicato e verificare quale provvedimento si applica per l’infrazione commessa dal dipendente.

Ordine di servizio illegittimo: che fare?

Può accadere che il contenuto dell’ordine di servizio sia illegittimo poiché contrario alla legge o al contratto collettivo. Basti pensare ad un provvedimento con cui il datore di lavoro ordina al dipendente di svolgere un’attività che rientra in mansioni inferiori alle proprie rappresentando, dunque, un vero demansionamento.

La Cassazione [3] ha più volte affermato che il dipendente deve, comunque, rispettare il contenuto dell’ordine di servizio e, se lo reputa illegittimo, deve impugnarlo chiedendo al giudice di dichiararne l’illegittimità e di decretarne la rimozione.

Il lavoratore infatti deve attenersi alle direttive datoriali e non può decidere se eseguirle o meno. Sarà il giudice a verificare se l’ordine è davvero illegittimo.

L’unico caso in cui il dipendente può rifiutarsi di eseguire il provvedimento è quando il suo contenuto costituisce, palesemente, un reato. Anzi, in questo caso, egli deve rifiutarsi perché se commette il reato non potrà invocare alcuna esimente. In un caso realmente accaduto, il commesso di un negozio, su indicazione del proprio superiore gerarchico, aveva modificato la data di scadenza riportata su alcune confezioni di hot dog. Nel giudizio penale, il lavoratore si era difeso dicendo di essersi limitato ad eseguire un ordine datoriale ma la Cassazione [4] non ha ritenuto scusabile il suo comportamento poiché egli avrebbe dovuto rifiutarsi e denunciare l’ordine illecito ricevuto.


note

[1] Art. 2094 cod. civ.

[2] Art. 7, L. 300/1970.

[3] Cass.  19 aprile 2018, n. 9736.

[4] Cass. 3394/2017.


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