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Tso: quando è possibile richiedere il trattamento?

1 Maggio 2021
Tso: quando è possibile richiedere il trattamento?

Mia madre soffre di disturbo bipolare I con caratteristiche psicotiche. La accudisco da quando ero minorenne. Rifiuta il cibo perché dice di essere avvelenato, sente le voci, ha allucinazioni, rifiuta i farmaci. Il medico del 118 non ha potuto fare Tso perché secondo lui non c’erano estremi legali. Quindi sono a richiedere la normativa Tso in Italia, quali atti giuridici posso compiere contro la volontà di mia madre? Che tipo di trattamenti può godere con le Rsa?

La normativa sui trattamenti sanitari obbligatori è da individuarsi nella legge n.833 del 1978, al cui articolo 33 prevede che gli accertamenti ed i trattamenti sanitari sono di norma volontari, ma in alcuni casi, previsti dalle leggi dello Stato possono essere disposti dall’autorità sanitaria accertamenti e trattamenti sanitari obbligatori, secondo l’articolo 32 della Costituzione, nel rispetto della dignità della persona e dei diritti civili e politici, compreso per quanto possibile il diritto alla libera scelta del medico e del luogo di cura.

La possibilità di accertamenti e di trattamenti sanitari contro la volontà del paziente è possibile solo se questi non è in grado di prestare il suo consenso e ricorrono i presupposti dello stato di necessità, da tradursi in urgenza di intervento sanitario.

Questi trattamenti sanitari obbligatori sono disposti con provvedimento del sindaco nella sua qualità di autorità sanitaria, su proposta motivata di un medico.

Gli accertamenti e i trattamenti sanitari obbligatori sono attuati dai presidi e servizi sanitari pubblici territoriali e, ove si necessiti la degenza, nelle strutture ospedaliere pubbliche o convenzionate.

L’unità sanitaria locale non può, laddove ne ravvisi i presupposti, ridurre il ricorso ai suddetti trattamenti sanitari obbligatori, proponendo iniziative di prevenzione e di educazione sanitaria ed i rapporti organici tra servizi e comunità, ma non può rifiutare il Tso, senza giustificato motivo.

Al successivo articolo 34 della medesima legge troviamo l’inciso che più Le interessa e, cioè, che il trattamento sanitario obbligatorio per malattia mentale può prevedere che le cure vengano prestate in condizioni di degenza ospedaliera solo se esistano alterazioni psichiche tali da richiedere urgenti interventi terapeutici, se gli stessi non vengano accettati dall’infermo e se non vi siano le condizioni e le circostanze che consentano di adottare tempestive ed idonee misure sanitarie extraospedaliere.

Il provvedimento che dispone il trattamento sanitario obbligatorio in condizioni di degenza ospedaliera deve essere preceduto dalla convalida di un medico della unità sanitaria locale e deve essere motivato in relazione a quanto previsto nel presente comma.

In pratica, la procedura è la seguente: il provvedimento con il quale il sindaco dispone il trattamento sanitario obbligatorio in condizioni di degenza ospedaliera deve emanarsi entro 48 ore dalla convalida del medico dell’unità sanitaria locale, corredato dalla proposta di un medico.

Il medico può essere un qualsiasi sanitario scelto dall’ammalato o dai familiari e che è titolare, in merito, di un potere decisorio subordinato alla sua stessa valutazione (Cassazione penale, sez. IV, 05/05/1987).

Dopodiché, la suddetta convalida deve essere notificata, entro 48 ore dal ricovero, tramite messo comunale, al giudice tutelare nella cui circoscrizione rientra il Comune di riferimento.

Il giudice tutelare, entro le successive 48 ore, assunte le informazioni e disposti gli eventuali accertamenti, provvede con decreto motivato a convalidare o non convalidare il provvedimento e ne dà comunicazione al sindaco.

In caso di mancata convalida, il sindaco dispone la cessazione del trattamento sanitario obbligatorio in condizioni di degenza ospedaliera.

Nel frattempo che il soggetto è ricoverato, si potrà chiedere al giudice tutelare di adottare i provvedimenti urgenti che possano occorrere per conservare e per amministrare il patrimonio dell’infermo.

È ovvio che per garantirsi il buon esisto di una procedura amministrativa di questo tipo è consigliabile indagare su quale possa essere il medico che più garantisca la tutela di Sua madre, in termini di emissione di un parere favorevole da sottoporsi al dottore dall’azienda sanitaria locale, ammonendolo del fatto che un suo parere negativo, o anche un parere negativo del medico dell’Asl, potrebbe comportare una loro responsabilità futura. Infatti, in un caso trattato dalla Cassazione è stato sentenziato come l’obbligo di proporre il trattamento sanitario obbligatorio costituisca un obbligo di garanzia finalizzato non solo alla protezione della salute del paziente ma anche al controllo dello stesso.

Sennonché, nei confronti del medico psichiatra che omette di proporre il trattamento sanitario obbligatorio per il paziente che poi commette un omicidio è possibile muovere un rimprovero a titolo di omesso impedimento del reato qualora esistano le condizioni per il t.s.o. previsti dall’art. 34 l. n. 833 del 1978 e questo non viene concesso (Cassazione penale, sez. IV, 14/11/2007, n. 10795).

Questa sentenza muove le fila da pronunce datate nel tempo, per le quali risponde di omicidio colposo il medico responsabile del servizio di igiene mentale il quale abbia, malgrado l’esplicita richiesta dei familiari, omesso di proporre un trattamento sanitario obbligatorio in regime di degenza ospedaliera, e si sia comunque astenuto dal prescrivere idonee misure terapeutiche alternative, nei confronti di schizofrenico resosi responsabile, due giorni dopo di un accoltellamento letale ai danni della madre (Corte appello Perugia, 09/11/1984).

Inoltre, prima di avviare l’excursus amministrativo, oltre che confrontarmi col medico che dovrà presentare la richiesta e il relativo parere, farei un passaggio col Sindaco del comune di riferimento, titolare della legittimazione ad agire, nella qualità di ufficiale di governo, e cioè di organo dello Stato.

E, infatti, dalla normativa emerge chiaramente che tra il sindaco e le strutture sanitarie attuatrici degli accertamenti e dei trattamenti sanitari obbligatori debba sussistere una precisa collaborazione cui non può non riconnettersi una specifica organizzazione funzionale, e che il sindaco, quale autorità sanitaria locale, è pienamente e direttamente autorizzato dalla legge, per il perseguimento dei fini indicati dalla stessa, ad utilizzare i servizi e le strutture sanitarie (ossia personale e mezzi delle stesse), fermo restando, inoltre, che il relativo onere non può che essere a carico dell’amministrazione sanitaria, chiamata per legge esclusivamente allo svolgimento del relativo servizio.

Detto in modo più chiaro: se si ottiene l’avallo del Sindaco, la procedura sarà certamente in discesa ai fini dell’ottenimento del chiesto trattamento sanitario.

Ad ogni modo, potrebbe essere ancor più utile, prima di avviare le procedure sopra esposte, ottenere la nomina di tutrice di Sua madre, come di seguito spiegato.

Lei, ad oggi, non può compiere alcun atto contro la volontà di Sua madre.

Come ribadito al punto I di questa consulenza, gli atti contro il volere di Sua madre possono essere intrapresi solo dal Sindaco, su parere di un medico e convalida dell’Asl.

L’unica via per poter affrontare i bisogni di Sua madre, senza scontrarsi con la Sua malattia psichica, è quella dell’interdizione e della Sua nomina quale tutrice. Quello del tutore è, infatti, un ruolo eccezionale perché a nessun altro soggetto, nel nostro ordinamento, è consentito di sostituirsi ad un altro individuo con modalità così invasive.

Tutto ciò può avvenire in quanto il tutore trae la sua legittimazione da una pronuncia giudiziale, assunta in presenza di una difesa, che acclara l’infermità stabile e abituale di una determinata persona, inficiandone la sfera cognitiva al punto che, anche ove il medesimo riesca ad esprimere una sua determinazione, questa debba ritenersi viziata a causa della patologia che lo affligge: in poche parole, si tratta della cosiddetta persona incapace di intendere e di volere.

Grazie a questo istituto Lei sarebbe messa in grado di sostituirsi a Sua madre nel consenso a terapie e trattamenti sanitari e chirurgici, ovvero nella scelta di modalità assistenziali.

Diverso sarebbe il caso dell’amministratore di sostegno, utile allorquando la situazione personale del soggetto bisognevole di protezione sia tale da non richiedere l’assunzione di decisioni connotate da complessità, anche in relazione alla gestione economica: in questi casi, l’amministratore è chiamato ad intervenire con la minore ingerenza possibile nei confronti dell’amministrato.

Il caso descritto da Lei, invece, riguarda una situazione molto più complessa, essendo coinvolto il diritto alla salute della persona da accudire. Pertanto, il mio consiglio è quello di verificare l’evenienza di una dichiarazione di interdizione con conseguente Sua nomina a tutrice. L’istanza può essere presentata da Lei, in qualità di figlia.

La domanda si propone tramite ricorso al tribunale presso la cui circoscrizione Sua madre abbia la residenza, o il domicilio.

Al ricorso andranno allegati:

  • gli estratti di nascita;
  • il certificato di residenza e di stato di famiglia;
  • la certificazione medica che attesti la situazione psichica deficitaria.

Dopodiché, il giudice dovrà esaminare, anche a domicilio, il soggetto per il quale si chiede l’interdizione, ascoltando anche i pareri dei familiari; in questa fase, può anche nominare un tutore provvisorio, se ne ritiene l’esigenza, a tutela dell’interdicendo.

La scelta del tutore va fatta preferendo i familiari: nel Suo caso, ci sarebbero pochi dubbi su chi dovrebbe ricadere l’opzione.

Dopodiché, fatte le perizie e le dovute indagini familiari, il giudice tutelare emetterà una sentenza con la quale dichiarerà o meno l’interdizione e, conseguentemente, nominerà un tutore.

Da quel momento, Lei avrà il potere di compiere gli atti di ordinaria e straordinaria amministrazione per conto di Sua madre, tenere la sua contabilità, rendendo annualmente conto al giudice tutelare.

Da quanto detto, sarebbe opportuno procedere con l’istanza di interdizione e conseguente nomina di tutrice e, al contempo, contattare il Sindaco pro tempore, certificati medici alla mano, per rappresentare la situazione di emergenza e così costatare se vi è interesse dell’ente pubblico a perseguire tali trattamenti.

Con riguardo ai possibili benefici economici godibili presso le Rsa, occorre premettere la composizione delle relative rette, composte:

  • per una parte, da una quota sanitaria,
  • per la restante, da una quota alberghiera.

Queste quote possono oscillare, a seconda del tipo di ricovero operato.

Ad esempio, nei casi più gravi, la quota sanitaria prevarrà su quella alberghiera, permettendo al ricoverato di essere maggiormente coperto dall’aiuto del servizio sanitario nazionale.

Se il ricovero è relativo a trattamenti salvavita, la retta dovrebbe essere addirittura a totale carico della Rsa.

Diversamente, meno grave è la situazione e più la famiglia sarà chiamata a contribuire economicamente per il bene del ricoverato.

Da questo punto di vista, sarà richiesto il cosiddetto Isee socio-sanitario, che prenderà come riferimento lo stato reddituale del ricoverato, oltre la componente aggiuntiva dei figli, che determinano il reddito e, quindi, condizionano l’ammontare della retta. Ciò non significa che i figli siano condannati a non poter sopravvivere per mantenere la retta della Rsa, ma sarà una valutazione che andrà valutata e studiata caso per caso.

Nella fattispecie, per comprendere l’aiuto che arriverebbe dal servizio sanitario statale, si dovrebbe valutare:

  • la gravità di Sua madre;
  • le proprietà di Sua madre;
  • la Sua capacità reddituale.

Solo in concreto, si potrà verificare se la retta sia congrua o se, invece, sia contestabile, anche dinanzi all’autorità giudiziaria; infatti, in caso di chiara ingiustizia fiscale, Lei potrebbe agire in giudizio per ottenere un riconoscimento in termini di aiuti economici da parte del Servizio sanitario nazionale.

È ovvio che nessuno Le potrà mai imporre di rinunciare alla propria vita per salvaguardare la vita di un’altra persona.

Sarà sempre necessario effettuare un bilanciamento di interessi, così da verificare la nozione di “impossibilità” di prestare assistenza al genitore.

Deve essere ravvisabile una situazione nella quale si palesi un difetto assistenziale non altrimenti colmabile, tale da compromettere il processo vitale per la persona chiamata ad assistere.

L’assoluta impossibilità per la figlia di assistere la madre si individua avendo riguardo non solo al soggetto chiamato a prestare assistenza, ma anche, e soprattutto, alla situazione del figlio, in considerazione del rischio in concreto derivante per quest’ultimo dal “deficit” assistenziale.

Pertanto, dimostrando che Lei non può più assistere Sua madre, perché finirebbe per sottrarre a Lei stessa il fabbisogno giornaliero, non Le potranno rimproverare nulla.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Salvatore Cirilla



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