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Augurare la morte sui social è reato?

9 Aprile 2021
Augurare la morte sui social è reato?

Hate speech, auguri di disgrazia, sfortuna e morte: quando può scattare il reato di minaccia o di stalking. Le manifestazioni di odio sono punite penalmente?

«Devi morire», «Ti auguro di crepare presto tra atroci sofferenze», «Perché non ti ammazzi? La tua vita non vale nulla!». I social ci hanno abituato anche a questo linguaggio. Ignoranza, cattiveria, pavidità sono gli elementi di cui si nutre. Ma se è vero – come diceva Cicerone – che un uomo vale quanto la sua parola, bisognerebbe prendere tali frasi per quello che sono: zero, proprio al pari dei rispettivi autori. 

Non tutti, però, sono in grado di estraniarsi dal contesto e c’è chi, invece, facendo involontariamente il gioco dei propri persecutori, ne subisce il turbamento. In questi casi, è naturale chiedersi se sia possibile denunciare chi si esprime in questi termini. È reato augurare la morte sui social? 

Cerchiamo di fare il punto della situazione alla luce delle più recenti pronunce della giurisprudenza. Vedremo innanzitutto se dire «Devi morire, ti auguro di crepare, spero che ti investano» possa costituire reato ed, eventualmente, quale tipo di reato; in secondo luogo, proveremo a dare un suggerimento a chi, vittima di tali abusi verbali, voglia ricorrere alla giustizia. Ma procediamo con ordine.

Manifestazioni di odio: sono reato?

Prima di spiegare se augurare la morte sui social è reato, è necessaria una premessa sul cosiddetto hate speech che renderà più agevole comprendere le conclusioni a cui, di qui a breve, perverremo. Odiare qualcuno non è reato, per quanto ingiustificato possa essere quest’odio. Anche il semplice fatto di rivelare quest’odio non costituisce illecito penale. Dire a qualcuno «Ti detesto» non configura un atto illecito. Del resto, la libertà d’espressione, sancita dalla nostra Costituzione, vale sia nel bene che nel male. Sarebbe altrimenti assurdo ritenere che il diritto di manifestare le proprie idee valga solo quando queste consistono in apprezzamenti positivi nei confronti degli altri e non invece quando sono di segno opposto.

Ci si chiederà allora se esiste un limite di tolleranza entro il quale tali manifestazioni del pensiero, per quanto sprezzanti e negative, possano essere espresse. In verità, le manifestazioni di odio (online ed offline) possono integrare reato solo quando sono rivolte nei confronti di soggetti protetti dall’ordinamento come, ad esempio, le etnie diverse o le forze dell’ordine. Dire «Poliziotti bastardi» integra infatti il reato di vilipendio, mentre usare lo stesso epiteto nei confronti, più in generale, dei propri connazionali non costituisce alcun reato. E lo stesso dicasi quando la vittima è una singola persona. 

Insomma, il reato scatta solo quando si divulgano, sui social network, nei blog e su Internet in generale, frasi che incitano alla discriminazione o a commettere violenze per motivi religiosi, etnici o razziali. A prevederlo è la cosiddetta legge Mancino (legge 205/93). Si tratta peraltro di reati procedibili d’ufficio, che non richiedono la querela della vittima. 

Augurare la morte è reato?

Secondo la Cassazione, il malaugurio non è reato. E questo perché le conseguenze dannose per la vittima non dipendono dall’agente. Il nostro diritto non è superstizioso e sa bene che, se anche si augura disgrazia e sfortuna a una persona, ciò non è sufficiente a far verificare tali eventi. 

Quando invece, dietro l’augurio, si nasconde una minaccia velata allora le cose cambiano radicalmente. Facciamo un esempio pratico, tratto purtroppo dalla vita di tutti i giorni. 

Dire «Ti auguro di morire» non è illecito perché la morte, almeno così come configurata da chi parla, è sempre quella naturale. Lo stesso dicasi «Spero che tu venga investito da un’auto», «Ti auguro di spendere tutti i tuoi soldi in medicine», «Devi prendere una brutta malattia» e così via.

Dire invece «Prima o poi ti ammazzo», «Ti investo», «Non sai che ti faccio», «Ti riduco a brandelli» configura invece il reato di minaccia perché, in questo caso, l’evento – ossia la morte o le lesioni fisiche – viene fatto dipendere proprio da un comportamento volontario dell’agente.

Non conta quindi che, dietro la frase violenta e malaugurale, vi sia una violenza psicologica. Il destinatario delle parole deve essere in grado di percepire l’assoluta innocuità delle stesse.

La minaccia scatta solo quando l’evento dipende dalla volontà dell’agente e non da fattori esterni, come potrebbe essere una malattia o un incidente stradale. E secondo la Cassazione, il semplice odio non è un reato.

Ripercorrendo le stesse parole della Suprema Corte, «augurarsi la morte di un’altra persona è certamente manifestazione di astio, forse di odio» ma è «penalmente irrilevante», poiché violare «il precetto evangelico di amare il prossimo come sé stessi» non ha «sanzione penale». Leggi sul punto “Augurare morte, disgrazia e sfortuna è reato?“.

Augurare la morte non può neanche configurare l’ormai abrogato reato di ingiuria, perché tale condotta non costituisce un’offesa contro l’altrui reputazione. 

Violenza psicologica: quando è reato

Se il comportamento viene ripetuto più volte, tanto da divenire petulante, allora si potrà parlare del reato di molestie e disturbo delle persone, che può configurarsi solo quando le condotte vengono poste in un luogo pubblico, aperto al pubblico o tramite l’uso del telefono (ivi compresi i social network).

Dunque, il semplice utilizzo sporadico di un termine forte come «Ti auguro di morire», anche se fatto su un profilo pubblico, non è reato. Ma se si tratta di un molestatore seriale, un cosiddetto leone di tastiera che trae piacere a creare disagio nei confronti della stessa persona, allora si potrà procedere a una querela. 

Se poi le sue parole, ripetute nel tempo, sono talmente forti da generare nella vittima un grave stato di ansia e di stress psicologico, un fondato timore per sé o per i propri cari oppure sono tali da portarlo a cambiare le proprie abitudini di vita (ad esempio, sospendere il proprio account social) allora si potrà sporgere una querela per stalking: il reato di atti persecutori infatti si configura come una forma più accentuata delle molestie, caratterizzato proprio dal fatto che la condotta, oltre ad essere petulante, determina nella vittima uno dei tre effetti appena elencati. 


note

[1] Cass. sent. n. 54879/17, n. 35763/06.

Autore immagine: depositphotos.com


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2 Commenti

  1. La differenza tra diffamazione, ingiuria e minaccia è chiara. MI chiedo come sia possibile lasciarsi andare a certe frasi non sono verbalmente ma anche tramite social. Questi leoni da tastiera vorrei incontrarli di persona per capire che faccia hanno e verificare se effettivamente hanno il coraggio di fare certe dichiarazioni in presenza piuttosto che dietro ad un pc o un tablet o uno smartphone

  2. Se il malaugurio fosse reato, allora qui non si uscirebbe più dalle aule di tribunali e dalla raffica di querele che fioccherebbero. Con tutte le maledizioni che certa gente manda, sia per cattiveria sia per invidia, allora non basterebbero anni per uscire dalla galera

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