Illeciti fiscali: cancellata la prescrizione

12 Aprile 2021 | Autore:
Illeciti fiscali: cancellata la prescrizione

La rettifica di costi, crediti e perdite pluriennali non soggiace più a decadenza: ora, il Fisco può chiedere documenti anche dopo decenni.

Se nei prossimi giorni il tuo commercialista ti chiederà le fatture del secolo scorso non meravigliarti: è la conseguenza di una nuova sentenza della Cassazione [1], secondo la quale il Fisco non decade dal potere di accertamento, neppure a distanza di decenni, quando esamina componenti di reddito «pluriennali», cioè quelli che si riverberano sulle annualità successive.

Questo significa che si resterà esposti ai controlli dell’Amministrazione finanziaria senza più alcun limite temporale: la decadenza di legge [2] dal potere di accertamento fiscale non opera più, in tutti i casi in cui si riportano in dichiarazione o in bilancio costi, spese pluriennali o perdite. L’Agenzia delle Entrate potrà esaminarli, e se del caso rettificarli, anche dopo molto tempo, partendo dall’ultimo momento in cui il contribuente li ha «utilizzati» nella propria dichiarazione.

Il principio di diritto espresso dalla Suprema Corte è che, quando il Fisco contesta un componente di reddito negativo e ad efficacia pluriennale per motivi concernenti il «fatto generatore», la decadenza non parte da quel momento, che può essere molto antico (ad esempio, un immobile strumentale acquistato negli anni Novanta), ma inizia a decorrere dalla dichiarazione nella quale viene indicato ogni singolo rateo.

L’impatto pratico è notevole: riguarda il riporto delle perdite alle annualità successive, che teoricamente potrebbe essere illimitato nel tempo o le svalutazioni di crediti iscritti in bilancio. Questo è stato proprio il caso ispiratore della nuova pronuncia dei giudici di piazza Cavour: si trattava della vendita anticipata di un cespite, prima della fine del periodo di ammortamento, con conseguente rettifica della plusvalenza in base al valore iniziale al quale esso era stato iscritto. Gli Ermellini hanno dato ragione all’Agenzia, che non era decaduta dal potere di accertamento.

Le conseguenze riguarderanno non solo gli imprenditori, ma tutti i contribuenti che usufruiscono di detrazioni fiscali pluriennali, perché il Fisco potrà contestarle fino alla scadenza del termine di accertamento della dichiarazione dei redditi in cui è riportata l’ultima rata. È il caso dei vari bonus casa come quelli di ristrutturazioni edilizie, per i quali la spesa sostenuta oggi viene recuperata, in forma di credito d’imposta, nei dieci anni successivi.

Con la nuova regola, il Fisco avrà tempo fino al 2036 per esaminare i documenti che giustificano quel costo, come le fatture dei lavori eseguiti, la pratica edilizia e i bonifici pagati: cinque anni a partire dal 2031, cioè l’ultima rata fruita dal contribuente. Fino ad oggi, invece, il termine era vincolato all’anno in cui la spesa agevolata era stata sostenuta: il quinquennio partiva da tale data e non si estendeva oltre.

La norma di legge [2] è rimasta inalterata (il termine di decadenza è il 31 dicembre del quinto anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione dei redditi) ma è cambiata la sua interpretazione.

Giovanni ha fatto dei lavori di ristrutturazione nel 2021 e recupera la detrazione spettante in 10 anni a partire dal 2022, portandola in dichiarazione come credito d’imposta. L’Agenzia delle Entrate potrà accertare i documenti di spesa fino al 31 dicembre 2036, perché l’ultima rata sarà fruita nel 2031. Giovanni dovrà quindi conservare le fatture ricevute e pagate nel 2021 per oltre 15 anni.

L’impatto sui contribuenti è notevole perché tutti coloro che hanno sostenuto un costo pluriennale dal quale sorge un credito, oppure hanno riportato una perdita fiscalmente rilevante, saranno tenuti a conservare ben oltre i termini previsti i documenti giustificativi di spesa di ogni agevolazione, deduzione o posta di bilancio che li riporta. In tali casi, per capire quando scade il potere accertativo del Fisco bisognerà conteggiare cinque anni a partire dall’ultima dichiarazione dove è indicato l’ultimo rateo in cui quel componente reddituale è stato suddiviso.

Gli operatori sono molto allarmati per gli effetti devastanti che il nuovo orientamento potrà comportare: come riporta Il Sole 24 Ore di oggi, con questi nuovi accertamenti «senza limiti» anche per le operazioni passate i documenti fiscali dovranno essere conservati per un tempo praticamente indefinito. E se non si ritrova una vecchia fattura sono guai, anche se il costo era stato sempre riportato anno per anno nel registro dei beni ammortizzabili e regolarmente riportato in bilancio. L’Agenzia potrà legittimamente chiedere l’esibizione dei documenti originali (anche se da un paio d’anni c’è la fattura elettronica e questo dovrebbe alleviare l’onere per i documenti di formazione più recente).

C’è da dire però che l’onere della prova degli illeciti fiscali grava sempre sull’Amministrazione finanziaria che vuole dimostrarli e non potrebbe essere traslato sul contribuente, oltretutto su fatti lontani nel tempo, e dunque più difficili da dimostrare, altrimenti verrebbe irrimediabilmente compromesso il diritto di difesa.


note

[1] Cass. Sez. Un. sent. n. 8500/21 del 25.03.2021.

[2] Art. 43 D.P.R. n.600/1973.


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