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Conto cointestato tra coniugi: c’è un limite ai prelievi?

13 Aprile 2021 | Autore:
Conto cointestato tra coniugi: c’è un limite ai prelievi?

Ciascuno può disporre delle somme di sua spettanza, dopo aver fronteggiato le esigenze familiari, ma questa regola non è facile da applicare in concreto.

Con il matrimonio si mette in comune la vita, ma non necessariamente i conti correnti. Molti coniugi però per comodità, ed anche per risparmiare sui costi bancari, decidono di aprire un conto in comune, sul quale affluiscono i rispettivi redditi, di uno solo o di entrambi. Così si fronteggiano le spese correnti della famiglia, si paga il mutuo della casa e se avanza qualcosa si investono i risparmi.

Spesso, però, accade che qualcuno preleva per sé anziché per la vita di coppia e il ménage domestico. Ma nel conto cointestato tra coniugi c’è un limite ai prelievi? Per rispondere bene a questa domanda bisogna chiarire che esiste un fronte esterno, che concerne i rapporti dei correntisti con la banca, ed un fronte interno, che riguarda i contitolari nei loro rapporti privati. Le regole sono differenti: se il conto è a firme disgiunte, la banca consente a ciascuno di prelevare anche l’intera somma in giacenza; al coniuge, invece, bisogna fornire giustificazione, specialmente se si eccede con le spese personali.

Se poi il matrimonio si rompe e i coniugi decidono di separarsi, bisogna distinguere quali apporti ha fornito ciascuno e quanto è andato a beneficio delle esigenze della famiglia oppure è stato impiegato per ragioni esclusive di uno dei due. Ad esempio, se i coniugi si trovavano in regime patrimoniale di separazione dei beni e il marito ha acquistato un immobile per sé, il pagamento delle rate del mutuo va evidentemente a suo vantaggio.

Ma ciò non significa che la moglie possa pretendere il rimborso: per averlo bisogna dimostrare che i prelievi hanno superato la somma di cui egli poteva disporre. Tale dimostrazione non è facile e, infatti, una recente sentenza [1] ha negato la restituzione delle somme chiesta dall’ex moglie al marito che le aveva prelevate nel corso degli anni dal conto comune: nel processo, è emerso che lo aveva alimentato prevalentemente lui, con i suoi redditi, mentre l’apporto della moglie era stato scarso. Perciò, ella non ha potuto pretendere il 50% di tali importi.

Conto corrente cointestato: come funziona

Il conto corrente è cointestato quando viene aperto con due o più cointestatari. Se il rapporto è a firma congiunta, nessuno può disporre operazioni senza l’assenso degli altri contitolari. Quando invece il conto è a firme disgiunte ciascun cointestatario del conto può liberamente svolgere, in piena autonomia, tutto ciò che il rapporto consente: versamenti, accrediti di stipendio o di pensione, richieste di bonifici, emissione di assegni, pagamenti automatizzati di bollette o altre utenze e, ovviamente, può anche effettuare prelievi.

La pari facoltà di ciascuno dei correntisti di compiere operazioni anche separatamente, se il conto cointestato è a firme disgiunte, è prevista dalla legge [1] e ciascuno degli intestatari viene considerato creditore o debitore in solido dei saldi presenti sul conto: ciò significa che nei confronti della banca ciascuno deve rispondere per intero dell’eventuale saldo “in rosso” ma può anche utilizzare l’intera somma giacente se il conto è in attivo. Pertanto, volendo, uno dei due coniugi cointestatari potrebbe prelevare anche l’intero importo a credito in un determinato momento e la banca non può opporsi.

Questa regola però riguarda esclusivamente i rapporti tra i correntisti e l’istituto di credito presso cui è acceso il conto. Nei rapporti interni tra i contitolari del conto, invece, si applica una disposizione [2] ben diversa: le parti di ciascuno si presumono uguali, cioè appartenenti a ciascuno dei cointestatari in pari misura, se non emergono elementi tali da far ritenere un’attribuzione diversa.

Conto corrente cointestato tra coniugi: a chi appartengono le somme

Applicando tale norma è evidente che in un conto corrente cointestato tra coniugi le somme giacenti sul conto spettano a marito e moglie in pari misura, al 50% ciascuno. Ma uno dei due potrebbe dimostrare che l’attribuzione va fatta secondo criteri differenti e, dunque, gli spetta una quota maggiore o addirittura l’intero importo. Ciò è possibile se chi ne ha interesse fornisce la prova che il conto cointestato è simulato, perché ad esempio è stato costantemente alimentato con il suo esclusivo apporto, mentre l’altro coniuge nel corso del tempo ha effettuato solo prelievi e non ha fatto nessun versamento.

Il caso del conto corrente cointestato alimentato da un solo coniuge sembrerebbe dimostrare in maniera lampante questa ipotesi, ma ciò ancora non basta. Bisogna anche dimostrare che quell’apporto andava oltre il necessario contributo alle spese della famiglia e, inoltre, che non c’era alcuna volontà di donare al partner le somme eccedenti, una volta soddisfatte le esigenze familiari comuni. La presunzione di contitolarità in pari misura posta dalla legge può, quindi, essere superata, ma chi reclama una quota maggiore deve fornire precisi e chiari elementi.

Conto cointestato tra coniugi e separazione dei beni

Con il regime patrimoniale di separazione dei beni ciascuno dei due coniugi mantiene l’esclusiva titolarità dei beni che acquista durante il matrimonio, ad esempio un immobile o un’autovettura. I patrimoni dei due coniugi sono autonomi, fermo restando l’obbligo di entrambi di contribuire alle spese familiari.

Così anche le somme che affluiscono sul conto corrente cointestato dovrebbero, idealmente, rimanere separate, pur se “confuse” insieme in un unico saldo contabile. Ma rimane salva la possibilità per ciascuno dei due coniugi di operare autonomamente sul conto senza l’autorizzazione dell’altro, disponendo anche dell’intera somma giacente. La separazione dei beni tra coniugi non influisce su questa regola generale, che è valida in tutti i casi di cointestazione del conto a firma disgiunta, a prescindere dai rapporti personali esistenti tra i contitolari (es. padre e figlio, nonno e nipote, conviventi di fatto, soci, ecc.).

Talvolta, però accade che, quando la coppia è in procinto di separarsi, uno dei due preleva soldi dal conto corrente prima del momento in cui viene pronunciata la separazione coniugale (che potrà essere, a seconda dei casi, consensuale se i coniugi raggiungono un accordo oppure giudiziale se vi è un dissenso sulle condizioni ed essi si rivolgono al giudice).

Conto corrente cointestato: come si divide in caso di separazione coniugale

Quando interviene la separazione coniugale, la somma residua presente sul conto corrente va divisa, ma occorre tener conto dei prelievi fatti in costanza di matrimonio per i bisogni della famiglia. Perciò, se uno dei coniugi prima della separazione ha prelevato una quota superiore alla metà di sua spettanza è tenuto a rimborsare l’altro della differenza, per reintegrare la quota ideale del patrimonio comune da dividere in parti uguali.

Tutto ciò fatto salvo il caso particolare della cointestazione fittizia di cui abbiamo parlato sopra, quella cioè in cui le somme depositate provengono dall’apporto di uno solo dei due coniugi, nel qual caso l’importo residuo resta di sua esclusiva pertinenza.

Nell’esempio da cui siamo partiti, ora deciso con sentenza della Corte d’Appello di Bari [3], marito e moglie erano in regime di separazione dei beni ed avevano un conto corrente cointestato alimentato da entrambi con i rispettivi stipendi. Il marito aveva acquistato un appartamento di sua esclusiva proprietà e utilizzava il conto per pagare le rate del mutuo. L’ex moglie aveva chiesto il rimborso di tali somme che erano state utilizzate dall’uomo con costanti prelievi dal conto, ma la sua domanda di ripartizione proporzionale è stata respinta: il marito ha dimostrato che i suoi versamenti nel corso del tempo erano stati ben maggiori di quelli della consorte, anche perché il suo reddito di lavoro era molto più elevato.

Perciò, la donna non poteva sostenere che quell’appartamento, tramite le rate di mutuo, fosse stato pagato con il “suo” denaro: la differenza negli apporti sul conto (ricostruita nel corso del processo con una consulenza tecnica contabile) ha giocato a suo sfavore, il contributo del marito al conto cointestato era stato molto più consistente. La Corte ha infatti rilevato che ella non aveva fornito la dimostrazione che i prelievi fatti dal coniuge avessero superato la somma di cui poteva legittimamente disporre.

La sentenza sottolinea che «in mancanza di prova contraria, le parti di ciascuno si presumono uguali, sicché ciascun cointestatario, anche se avente facoltà di compiere operazioni disgiuntamente, nei rapporti interni non può disporre in proprio favore in misura eccedente la quota parte di sua spettanza, senza il consenso espresso o tacito dell’altro, della somma depositata, e ciò in relazione sia al saldo finale del conto, sia all’intero svolgimento del rapporto».

Quindi, non bisogna avere riguardo alla sola giacenza finale, bensì a tutti i movimenti effettuati sul conto coniugale cointestato durante il matrimonio, per verificare qual è stata la consistenza dei rispettivi apporti di ciascuno.

Per ulteriori informazioni leggi anche:


note

[1] Art. 1854 Cod. civ.

[2] Art. 1298, comma 2, Cod. civ.

[3] C. App. Bari, sent. n. 589/21 del 24.03.2021.


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