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Conciliazione giudiziale: come è tassata?

14 Aprile 2021 | Autore:
Conciliazione giudiziale: come è tassata?

L’accordo raggiunto tra le parti gode di un regime di favore fiscale: niente imposta di registro sul verbale e soglia di esenzione sul valore della causa.

Se hai un processo pendente – civile, di lavoro o anche tributario – il giudice o il tuo avvocato possono prospettarti l’opportunità di risolvere la controversia, conciliando la questione con la controparte. Questa soluzione presenta dei vantaggi, perché si può raggiungere un accordo dal contenuto certo ed in tempi brevi, senza dover attendere l’emanazione della sentenza.

Ma la conciliazione giudiziale come è tassata? Molti atti giudiziari, come le sentenze civili o i decreti ingiuntivi esecutivi, scontano l’imposta di registro che è piuttosto “pesante” perché la sua entità dipende dal valore della questione decisa. Per fortuna, però, nel caso della conciliazione esiste uno speciale regime di favore: lo Stato tende ad agevolare coloro che evitano il contenzioso giudiziario, anche quando esso è già stato instaurato ed è in corso.

Se le parti interrompono la causa senza insistere nel voler arrivare a tutti i costi alla decisione della loro controversia da parte del giudice, la macchina della giustizia ne trae un vantaggio perché c’è un processo in meno da svolgere: l’accordo è stato raggiunto dalle parti senza necessità di una sentenza e la lite si estingue. La conciliazione, infatti, si raggiunge quando una controversia è già in atto ed è un modo a disposizione delle parti per farla cessare anticipatamente. Così viene meno anche la “sorpresa fiscale” perché, come vedrai, tutte le conseguenze sono prevedibili in anticipo. Potrai constatare che la conciliazione giudiziale fa risparmiare tempo e soldi e, in molti casi, è completamente esentasse.

Conciliazione giudiziale: cos’è

La conciliazione giudiziale è un istituto previsto dalla legge [1] per offrire alle parti la possibilità di comporre la lite mediante un accordo tra loro. L’iniziativa può partire anche dal giudice, che compie un «tentativo di conciliazione» all’inizio della causa, cioè alla prima udienza, e può rinnovarlo in qualsiasi momento dell’istruzione, ad esempio mentre sono in corso le deposizioni testimoniali o l’espletamento di perizie.

Questo tipo di conciliazione si definisce «giudiziale» perché avviene nel corso di una causa già instaurata ed in ciò si distingue dalla conciliazione stragiudiziale, che si compie al di fuori di un procedimento giudiziario, spesso per prevenirlo. C’è anche una profonda differenza tra conciliazione e mediazione perché quest’ultima è una condizione necessaria per poter avviare la causa in determinate materie e si svolge non solo prima e al di fuori del processo, ma anche di fronte ad un soggetto diverso dal giudice, il mediatore. La conciliazione, invece, non richiede la presenza di questa figura e si svolge sempre quando il processo è già in corso.

Una norma più recente [2] ha potenziato la conciliazione giudiziale, prevedendo che il giudice può formulare alle parti una specifica «proposta transattiva o conciliativa». Questo può avvenire dalla prima udienza e fino a quando non è stata completata l’istruttoria della causa. Nella pratica, ciò avviene quando la questione da decidere è semplice oppure esiste un orientamento giurisprudenziale già consolidato, sicché l’esito della causa è scontato e il giudice invita le parti a raggiungere un accordo senza necessità di dover attendere la sua pronuncia con sentenza.

Se le parti, di loro iniziativa o raccogliendo l’invito del giudice, raggiungono l’accordo, viene redatto un verbale di conciliazione giudiziale che costituisce titolo esecutivo [3] cioè può fondare l’esecuzione forzata sui beni del debitore se le modalità e i termini di pagamento non vengono adempiuti.

La conciliazione nel processo di lavoro

Nel rito specifico previsto per le controversie in materia di lavoro, il tentativo di conciliazione del giudice, che come abbiamo appena visto è facoltativo, diventa obbligatorio. La norma [4] dispone infatti che il giudice «tenta la conciliazione della lite e formula una proposta transattiva o conciliativa».

Se le parti rifiutano tale proposta «senza giustificato motivo», il giudice terrà conto di tale comportamento: al momento della decisione della causa, se accoglierà la domanda in misura non superiore alla proposta conciliativa, condannerà la parte che l’ha rifiutata al pagamento delle spese processuali maturate dopo la formulazione della proposta [5]. Quindi, anche la parte che risulterà vittoriosa potrebbe subire tale sanzione, per non aver aderito senza valide ragioni alla proposta di conciliazione fatta durante la causa e ostinandosi a proseguire una lite che avrebbe potuto essere risolta prima con il medesimo esito.

La conciliazione giudiziale tributaria

In ambito tributario, la conciliazione è esperibile in tutte le controversie instaurate e pendenti in primo o in secondo grado di giudizio, dunque in Commissione tributaria, provinciale o regionale. La conciliazione giudiziale può svolgersi in due modi [6]:

  • in udienza, se una delle parti presenta istanza per definire, totalmente o parzialmente, la controversia. La richiesta può essere fatta fino a 10 giorni prima dell’udienza di trattazione;
  • fuori udienza quando le parti in causa raggiugono un accordo conciliativo, lo fissano per iscritto e lo depositano nel processo. La Commissione tributaria ne prende atto e dichiara cessata la materia del contendere.

Come nel processo civile, può essere anche la Commissione tributaria giudicante a prospettare alle parti il tentativo di conciliazione. Se l’accordo non viene raggiunto, il giudizio contenzioso prosegue regolarmente.

La conciliazione si perfeziona con la redazione del processo verbale, ove sono indicate le eventuali somme dovute (dal contribuente al Fisco o viceversa), i termini e le modalità di pagamento. In caso di conciliazione, le sanzioni amministrative sono abbattute al 40% del minimo se l’accordo è raggiunto in primo grado di giudizio ed al 50% se esso si perfeziona durante il secondo grado [7].

Se la conciliazione, è raggiunta si chiude così il contenzioso aperto tra il contribuente e l’Amministrazione finanziaria. Il verbale di conciliazione giudiziale costituisce titolo esecutivo. Per ulteriori dettagli leggi qui come funziona la conciliazione giudiziale nel processo tributario.

Conciliazione giudiziale: tassazione

È necessario premettere che gli atti giudiziari sono soggetti al pagamento dell’imposta di registro [8]. Si tratta, precisamente, degli «atti dell’autorità giudiziaria in materia di controversie civili che definiscono anche parzialmente il giudizio, i decreti ingiuntivi esecutivi, i provvedimenti che dichiarano esecutivi i lodi arbitrali e le sentenze che dichiarano efficaci nello Stato sentenze straniere».

Ma lo Stato guarda con grande favore agli atti che alleggeriscono il carico di lavoro giudiziario e, perciò, prevede una speciale agevolazione per i i verbali di conciliazione giudiziale, mediante i quali le parti, come abbiamo visto, raggiungono un accordo sulla materia del contendere, ponendo così fine alla controversia. Per questo tipo di atti la legge [9] stabilisce che sono esenti dall’imposta di registro i processi verbali di conciliazione di valore non superiore ad euro 51.645,69 (tale soglia era stata stabilita con riferimento a 100 milioni di vecchie lire).

Una sentenza tributaria [10] ha affermato che il verbale di accordo di conciliazione è esente da imposta ipotecaria, catastale e di registro quando rientra nel limite dell’importo di euro 50.000, applicando per analogia la norma relativa al procedimento di mediazione [11].

Ora, una nuova pronuncia della Corte di Cassazione [12] ha sancito che il verbale di conciliazione giudiziale non rientra tra gli atti giudiziali tassabili, perciò non deve scontare l’imposta di registro: esso non costituisce un provvedimento del giudice, il quale «vi interviene solo ai fini certificativi ed esecutivi», sicché manca il presupposto stesso della tassazione, che dipenderà – specifica il Collegio – «dall’effettivo contenuto di volta in volta assunto e non da valutazioni di tipo aprioristico e astratto».

È stata così respinta la tesi dell’Agenzia delle Entrate che sosteneva come la conciliazione fosse definitoria di un giudizio ed in grado di decidere sulla situazione giuridica delle parti. I giudici di piazza Cavour, invece, hanno ritenuto che la conciliazione è una «manifestazione di autonomia negoziale» con la quale le parti sistemano i propri interessi attraverso la definizione della lite pendente.

Quindi, se il verbale di conciliazione costituisce titolo per il trasferimento di beni o diritti, come ad esempio sugli immobili, sarà tale passaggio di proprietà ad essere tassato secondo le regole consuete, ma non l’atto con il quale le parti si sono accordate per disporlo.


note

[1] Art. 185 Cod. proc. civ.

[2] Art. 185 bis Cod. proc. civ., introdotto dal D.L. n. 69/2013.

[3] Art. 474 Cod. proc. civ.

[4] Art. 420 Cod. proc. civ.

[5] Art. 91 Cod. proc. civ.

[6] Artt. 48 e 48 bis D.Lgs. n. 546/1992, come modificati dall’art. 9, comma 1, lett. s) e t) del D. Lgs. n.. 156/2015.

[7] Art. 48 ter D.Lgs. n. 546/92.

[8] Art. 37 D.P.R. n. 131/1896.

[9] Art. 9, comma. 9, L. n. 488/1999; Circ. Agenzia Entrate n.2/E del 21.02.2014.

[10] Comm. Trib. Reg. Liguria, sent. n. 468 del 10.04.2019.

[11] Art. 17, comma 2, D.Lgs. n. 28/2010.

[12] Cass. ord. n. 9400 del 09.04.2021.


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