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Rottura delle trattative

15 Aprile 2021
Rottura delle trattative

Abbandono e recesso dalle trattative: quando è ingiustificato e quando c’è giusta causa. 

Quante volte si inizia una trattativa per l’acquisto di un oggetto o di un servizio e poi non la si porta a termine perché non si hanno più i soldi per pagare, o ci si fa allettare da un’altra offerta, o semplicemente si perde quella compulsione iniziale. In casi del genere, la rottura delle trattative può giustificare una richiesta di risarcimento del danno? È necessario fornire una motivazione prima di abbandonare una trattativa oppure il recesso ingiustificato, prima della formale conclusione del contratto, può considerarsi sempre lecito?

Ipotizziamo di aver trovato un’offerta su un sito di aste e di aver a lungo discusso sul prezzo, portando il venditore ad interrompere le trattative con gli altri concorrenti pur di riconoscerci la precedenza; o di aver chiesto un preventivo a un architetto, facendogli visionare la nostra casa e concordando la data di inizio dei lavori. In tutti questi casi, se dovessimo sparire sul più bello, potremmo essere ritenuti responsabili dei danni sofferti dalla controparte?

La rottura delle trattative è oggetto di un’apposita disciplina contenuta nell’articolo 1337 del Codice civile. Ecco cosa dice la nostra legge in proposito.

Quando si conclude un contratto?

Un contratto diventa obbligatorio solo con la sua definitiva conclusione. È da questo momento che le parti sono tenute a rispettare gli impegni presi, non potendo più tirarsi indietro.

Nel caso di un documento scritto, il momento di conclusione del contratto coincide con la firma del foglio (di carta o elettronico). 

Più difficile è identificare il momento di conclusione del contratto quando l’accordo è verbale. In tale ipotesi, l’obbligazione sorge nel momento in cui l’intesa copre tutti gli elementi essenziali del contratto stesso, senza lasciare nulla ancora di incerto e da definire. Ad esempio, se vengono individuati l’oggetto da acquistare e il prezzo da pagare, ma non è ancora definito il tempo della consegna, il contratto non può ritenersi perfezionato.

Prima che il contratto sia definitivamente concluso, in linea generale, le parti non sono obbligate né alla sua stipula, né al rispetto degli accordi nel frattempo intrapresi. Questo significa che, in linea di massima, è sempre possibile il recesso dalle trattative, recesso peraltro che non deve essere motivato.

Tuttavia, come vedremo a breve, la legge stabilisce delle regole che, anche durante le trattative, è necessario rispettare per tutelare le legittime aspettative che l’altra parte potrebbe fare nella conclusione del contratto. Di qui, una tutela in caso di abbandono ingiustificato delle trattative quando queste sono giunte a un avanzato margine di definizione. 

Come ci si deve comportare durante le trattative?

L’articolo 1337 del Codice civile stabilisce che le parti «nello svolgimento delle trattative e nella formazione del contratto, devono comportarsi secondo buona fede». Ci deve essere quindi una reciproca lealtà. In caso contrario, scatta quella che si suole definire responsabilità precontrattuale che può determinare l’obbligo di risarcimento del danno alla controparte. 

Il modello di condotta imposto in questo articolo implica i seguenti doveri: 

  • non coinvolgere l’altra parte in trattative inutili quando già si sa, o si può intuire, che il contratto non verrà concluso; quanto meno bisogna usare la franchezza e la trasparenza di rivelare quali sono le proprie reali intenzioni in merito alla trattativa; 
  • informare l’altra parte sulle circostanze che possono rendere invalido il contratto. Si pensi al caso di una trattativa su un immobile abusivo, la cui vendita sarebbe pertanto nulla;
  • adottare un comportamento chiaro, al fine di evitare qualsiasi equivoco;
  • compiere tutti gli atti necessari per la validità o efficacia del contratto (es.: domanda per ottenere un’autorizzazione ove questa sia richiesta a pena di nullità o inefficacia del contratto); 
  • non ingannare l’altra parte al fine di indurla ad un contratto che non avrebbe altrimenti concluso oppure avrebbe stipulato a condizioni diverse o di non indurre in errore.

Quando è possibile la rottura delle trattative?

In linea generale, la rottura delle trattative è sempre lecita, anche se ingiustificata. Diventa però illecita se, con il proprio comportamento, si è indotta la controparte a credere che il contratto sarebbe stato concluso e sempre che le trattative siano giunte a uno stadio avanzato. 

Secondo la giurisprudenza, affinché possa sussistere una responsabilità precontrattuale per la rottura ingiustificata delle trattative debbono sussistere i seguenti requisiti: 

  • la pendenza di trattative tra le parti; 
  • l’essere tali trattative giunte a uno stadio idoneo a far sorgere nell’altra parte il ragionevole affidamento sulla conclusione del contratto; 
  • l’interruzione delle trattative stesse, senza giustificato motivo, a opera di una delle parti. È quindi consentito recedere quando ci sono valide ragioni, ad esempio il mancato raggiungimento di un accordo su uno degli ultimi aspetti della trattativa.

In particolare, l’affidamento sulla conclusione del contratto va ritenuto ragionevole quando sussistano elementi oggettivi che facciano ritenere serie le trattative, per capacità delle parti, durata e stato della contrattazione e per la considerazione degli elementi essenziali del contratto da concludere. Il recesso è, invece, privo di giusta causa quando avvenga in malafede o sia comunque privo di ragionevole giustificazione.

Quale danno va risarcito in caso di rottura delle trattative?

Il danno risarcibile nell’ipotesi di violazione del dovere di buona fede comprende: 

  • le spese e le perdite derivanti dalle trattative o dalla stipulazione del contratto (cosiddetto danno emergente); 
  • il beneficio che la parte avrebbe potuto procurarsi con altro contratto altrettanto o maggiormente vantaggioso (cosiddetto lucro cessante).

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