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Comportamenti che peggiorano la tua situazione processuale

16 Aprile 2021
Comportamenti che peggiorano la tua situazione processuale

Lite temeraria e condanna per l’abuso del diritto: la responsabilità aggravata della parte soccombente e il risarcimento del danno. 

Passare dalla padella alla brace: così si potrebbe riassumere il comportamento di chi, per allungare i tempi o per tentare la sorte e sperare magari in un giudice distratto o influenzabile, fa ricorso al tribunale quando invece non ne avrebbe diritto. La brace è infatti costituita dal cosiddetto «risarcimento per lite temeraria» o per «responsabilità aggravata». Di cosa si tratta? Cerchiamo di spiegarlo meglio qui di seguito. Ecco alcuni comportamenti che possono peggiorare la tua situazione processuale.

La condanna alle spese

Partiamo dalla regola generale: nel momento in cui il giudice emette la sentenza e decide chi ha torto e chi ha ragione, condanna la parte soccombente (quella cioè sconfitta) a rimborsare all’avversario le spese che ha sostenuto per il processo. È la cosiddetta condanna alle spese processuali. 

Tra tali spese rientrano l’avvocato di controparte, le marche, i bolli, i diritti di cancelleria, le spese di notifica, l’imposta di registro, il contributo unificato, il consulente tecnico d’ufficio.

Eccezionalmente, il giudice dispone la cosiddetta compensazione delle spese (per cui ciascuna parte sostiene le spese che ha affrontato, senza diritto al rimborso) quando la questione era controversa, quando è cambiato l’orientamento della Cassazione in corso di causa, quando ha parzialmente accolto le domande di entrambe le parti e quando lo ritiene opportuno dandone comunque adeguata motivazione. 

La lite temeraria

Non tutti sanno però che, oltre alla predetta condanna alle spese processuali, il giudice può infliggere alla parte che perde la causa anche un risarcimento del danno tutte le volte in cui ha agito o resistito in malafede o colpa grave. Cosa significa questo? La legge vuole evitare che si facciano cause – o si costringano gli altri a farle – quando non dovrebbe esserci alcuna incertezza sul diritto controverso. Detto in termini ancora più pratici, chi avvia cause perse in partenza o costringe il proprio avversario ad intraprendere un giudizio quando non ve ne sarebbe alcuna necessità deve poi farsi carico, non solo delle spese legali sostenute dall’avversario (ad esempio, la parcella del proprio avvocato), ma anche del danno che, in tal modo, gli ha arrecato.

Si tratta quindi di una condanna esemplare che viene inflitta per via del cosiddetto «abuso di un diritto»: il diritto alla difesa giudiziale di cui, pur se riconosciuto dalla Costituzione, non si può mai profittare.

Proprio per questo, l’articolo 96 del Codice di procedura civile stabilisce che la parte soccombente che ha agito o resistito in giudizio con malafede o colpa grave, intraprendendo così una lite temeraria (una “causa persa in partenza”) può essere condannata non solo al pagamento delle spese processuali, ma anche al risarcimento dei danni causati alla controparte dal suo comportamento processuale.

Tale risarcimento non consegue in automatico ma scaturisce solo da un’esplicita richiesta fatta dalla parte vincitrice. Il giudice cioè – al contrario di quanto succede con la condanna alle spese processuali – non può disporla d’ufficio.

Come ottenere il risarcimento del danno da lite temeraria?

Al fine di ottenere il risarcimento del danno da lite temeraria è necessario che ricorrano due fondamentali presupposti:

  • la malafede o la colpa grave della parte sconfitta. Per malafede si intende la consapevolezza dell’infondatezza della domanda, dell’eccezione o della tesi. Invece, per colpa grave si intende la mancanza di avvedutezza nel riconoscere l’infondatezza;
  • la prova del danno subito.

Comportamenti che peggiorano la situazione processuale di una parte

Alcuni esempi concreti in cui è possibile subire la condanna al risarcimento del danno per lite temeraria. Scatta la responsabilità processuale quando:

  • si prospettano in giudizio delle tesi giuridiche palesemente insostenibili perché contrarie al dettato stesso della legge o all’orientamento costante della giurisprudenza. Insistere in una causa fantasiosa, “campata in aria”, è un comportamento ritenuto colpevole, che può dar quindi luogo alla lite temeraria. Non è quindi da apprezzare il comportamento dell’avvocato creativo che inventa tesi giuridiche del tutto infondate, per quanto suggestive possano essere;
  • si agisce con un decreto ingiuntivo nei confronti del debitore che aveva già saldato il proprio debito;
  • si produce in giudizio un documento palesemente falso;
  • si agisce o resiste in causa senza avere le prove del diritto fatto valere e delle pretese sostenute;
  • si propone opposizione a un decreto ingiuntivo solo per dilatare i tempi della riscossione, senza fondare le proprie argomentazioni su valide tesi giuridiche o su fatti concreti;
  • si propone ricorso per Cassazione basato su motivi manifestamente infondati, in ordine a ragioni già formulate nell’atto di appello, espresse attraverso motivi inammissibili; oppure quando il ricorso contiene «non motivi», nel senso che i mezzi risultano generici e inconferenti al punto da non contenere alcun riferimento critico alla motivazione della sentenza impugnata. E ciò perché le risorse della Giustizia sono scarse e il principio costituzionale del giusto processo impone di interpretare le norme in modo che non comportino spreco di energie giurisdizionali [1].

La condanna alle spese processuali non è così frequente pur in presenza di comportamenti, da parte degli avvocati, che meriterebbero a volte una seria censura. 

Comportamento processuale scorretto

L’ultimo comma del citato articolo 96 del Codice di procedura civile prevede un’ultima ipotesi di condanna al risarcimento tutte le volte in cui una parte ha tenuto un comportamento processuale scorretto. In questo caso, la condanna al risarcimento – che non richiede la prova del danno – può essere disposta dal giudice anche in assenza di una richiesta della parte vincitrice.

Ecco alcuni comportamenti processuali che possono determinare tale condanna:

  • quando una parte si rivolge al giudice negando un fatto che sa di essere vero, avvalendosi di un’apparenza ufficiale che lui stesso ha contribuito a creare (malafede processuale);
  • in un caso di “processo simulato”: le parti hanno cioè utilizzato lo strumento processuale non come mezzo per risolvere una controversia, ma come espediente tecnico per realizzare un fine comune a entrambe, utilizzando il provvedimento giudiziale come meccanismo attuativo dell’accordo (si pensi a una causa di riconoscimento dell’usucapione del bene per contrastare una rivendicazione su un immobile);
  • in sede di opposizione a decreto ingiuntivo quando emerge la pretestuosità dell’opposizione proposta al mero scopo ingiustificatamente dilatorio del dovuto pagamento.

note

[1] Cass. 18 dicembre 2019 n. 33720, Cass. 3 aprile 2018 n. 8064, Cass. 8 settembre 2003 n. 13071, App. Roma 1o marzo 2011 n. 842. Cass. sent. n. 9951/2021.

Autore immagine: depositphotos.com


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