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Concorsi pubblici: favorire un raccomandato è reato?

18 Aprile 2021 | Autore:
Concorsi pubblici: favorire un raccomandato è reato?

La “spintarella” non è sempre illecita, specialmente dopo la riforma dell’abuso d’ufficio: così i giudici assolvono gli esaminatori. Ma resta il reato di falso.

Una raccomandazione può mai fare del male? No, anzi, ci mancherebbe. Se pensi che nei concorsi pubblici vincono i raccomandati è meglio procurarsela, almeno per non essere peggio degli altri candidati. Ma quando la spintarella mette in ombra bravura, meriti, capacità, titoli ed esperienze le cose si fanno serie. Può avvenire – e purtroppo accade – che le graduatorie di merito vengano “aggiustate” ed alterate. Così il “favorito” di qualcuno arriva in cima, senza averne davvero diritto. E il posto diventa suo.

Questo ovviamente non è giusto, soprattutto se si pensa ai candidati rimasti fuori o anche alla qualità del personale assunto in questa maniera. Ma al di là delle valutazioni morali e della necessaria deplorazione di casi simili, cosa dice in proposito la legge? Nei concorsi pubblici favorire un raccomandato è reato? Se pensi di sì hai ragione ma soltanto in parte: hai colpito il bersaglio ma non hai ancora fatto centro. La legge è più sottile.

Innanzitutto, dobbiamo metterci nella prospettiva degli esaminatori: essi compongono la commissione di concorso e giudicano i candidati sulla base dei titoli e delle prove. Sono pubblici funzionari, è a loro che deve essere attribuito il reato più grave; non quindi al candidato che cerca di entrare nelle loro grazie e sollecita il loro intervento, a meno che non si tratti di una vera e propria corruzione: chi cerca di entrare in un posto pubblico pagando un prezzo, o assicurando di ricambiare poi il favore in un’altra maniera, sarà inevitabilmente incriminato per tale reato.

Procediamo con ordine e vediamo come stanno le cose – cioè cosa dicono le norme e cosa pensa la giurisprudenza – per capire meglio se favorire nei concorsi pubblici un candidato raccomandato è reato e se sì a quali condizioni e cosa rischia chi lo fa. Dobbiamo concentrarci su tre elementi: i documenti presentati, le prove d’esame effettuate e le decisioni della commissione esaminatrice che deve valutare i risultati e attribuire i punteggi. Possibilmente senza manovrarli, gonfiarli o alterarli, su questo siamo d’accordo. Ma il diavolo è nei dettagli e quando c’è una discrezionalità è proprio lì che la raccomandazione si insidia. Talvolta, può farlo lecitamente, senza conseguenze penali.

Dichiarazioni false per ottenere l’assunzione

Per accedere ad un concorso pubblico sono sempre previsti determinati requisiti. Può trattarsi di un titolo di studio (diploma di scuola superiore, laurea, ecc.), di alcune lingue estere conosciute, di competenze professionali ed informatiche possedute e molto altro ancora. Qui il rischio è tutto in capo a chi produce ed attesta questi elementi. Le commissioni concorsuali si limitano a prenderne atto ed a valutarli, attribuendo i punteggi in base a una griglia oppure escludendo direttamente chi non rientra nei requisiti stabiliti dal bando di partecipazione al concorso.

Devi sapere che produrre una falsa attestazione integra il reato di false dichiarazioni in atto pubblico [1] e ciò si verifica anche quando le circostanze vengono riportate, come ormai accade nella maggioranza dei concorsi pubblici, in forma di autocertificazione: le sanzioni penali sono le stesse [2]. La pena prevista in entrambi i casi è la reclusione fino a due anni.

La conseguenza è duplice: se verrai scoperto sarai processato penalmente per la falsità riscontrata e verrai anche dichiarato decaduto dai benefici ottenuti attraverso il falso, come prevedono espressamente varie norme di legge per i comparti del pubblico impiego [3]. Ciò significa che perderai il posto di lavoro se lo avevi ottenuto grazie agli elementi non veri che avevi esposto e che ti hanno fatto scalare indebitamente la graduatoria.

Curriculum gonfiato: conseguenze

Il “curriculum gonfiato”, invece, è giudicato meno grave: c’è anche qui il reato di falso se si è mentito sulla propria identità o sulle qualità personali (dichiaro di essere ingegnere e non mi sono mai laureato; dico di aver maturato 5 anni di esperienza tecnica o professionale quando in realtà ne ho svolti solo 2, ecc.), ma se sono stati solo “ritoccati” a proprio favore alcuni eventi, per rendere il proprio profilo un po’ più interessante, il reato non sussiste.

È il caso di chi vanta numerose pubblicazioni di prestigio quando in realtà nessuna di esse ha avuto nota, di chi dichiara una «buona» conoscenza nell’uso di determinati programmi informatici, come Word o Excel, quando in realtà sa a malapena accendere il computer, e via dicendo. Il caso più comune è quello delle esperienze formative fatte e delle capacità tecniche o professionali di cui si è in possesso, dove si tende ad essere “compiacenti” ma in maniera innocua, se non si tocca l’aspetto dei corsi frequentati o dei titoli acquisiti, perché allora si ricade nel falso.

Di solito, però, nei concorsi pubblici, i requisiti necessari devono essere dimostrati non con generiche e vaghe autodichiarazioni rese nel curriculum, ma con il possesso documentato, o almeno autocertificato, di specifici titoli. E come abbiamo appena visto, in questi casi, sussiste il falso se c’è una bugia. Anche se talvolta alcuni Enti pubblici si “accontentano” del curriculum sottoscritto ed allegato alla domanda di partecipazione. Dunque, in molti casi, non basta ad integrare il falso una semplice dichiarazione di autovalutazione delle proprie capacità contenuta nel curriculum, a meno che non sia veramente un “tarocco”.

Antonio partecipa ad un concorso in cui è richiesta la conoscenza di due lingue estere e dichiara nel curriculum di aver ottenuto la certificazione di livello avanzato in inglese e in cinese presso una scuola abilitata. In realtà, il diploma non esiste. Questa bugia integra il reato di falso.

Marco partecipa ad un concorso comunale per comandante di Polizia municipale e, per alzare il suo punteggio, dichiara di aver già svolto analoghe mansioni in un altro Comune, ma era un semplice agente. La dichiarazione incide sulle qualità personali e, dunque, sussiste il reato di falso. Se nel frattempo ha ottenuto il posto, sarà dichiarato decaduto dall’impiego.

Raccomandazione e favoritismi: cosa dice la legge

Ora che abbiamo sgombrato il campo dai reati che può commettere il candidato, possiamo concentrarci sul ruolo della commissione che compie la valutazione delle prove, o dei titoli, e formula la graduatoria di idoneità e di ammissione a ricoprire i posti messi a concorso. I componenti sono pubblici ufficiali, la procedura concorsuale è rigorosamente disciplinata dal bando e gli atti redatti sono pubblici. Quindi, il favoritismo operato a vantaggio di un raccomandato dovrebbe pesare ed essere sanzionato penalmente.

La Costituzione, con una norma troppo spesso dimenticata [4], sancisce che i pubblici uffici «sono organizzati secondo disposizioni di legge, in modo che siano assicurati il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione». Basterebbe questo a far capire che la raccomandazione è illegittima, poiché contrasta con il principio di imparzialità che deve valere anche e soprattutto nella selezione dei candidati destinati a ricoprire incarichi pubblici. E infatti non a caso subito dopo l’affermazione di tale principio la Carta costituzionale specifica che agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede «mediante concorso», salvi i casi stabiliti dalla legge (come le stabilizzazioni dei precari ed altro personale temporaneamente assunto, o altre forme di immissione in ruolo per transito nella PA da società private).

Ma la prassi è molto più blanda: la raccomandazione è e rimane sempre reato di abuso d’ufficio quando viene fatta da un soggetto pubblico, appartenente alla Pubblica Amministrazione o comunque dotato di pubblici poteri, come nel caso del Sindaco che cerca di influenzare il presidente della commissione esaminatrice o di un dirigente ministeriale che spinge i suoi funzionari per far assumere un suo protetto e chiudere un occhio su determinate lacune nella preparazione e nell’andamento delle prove. Così anche chi ricopre una carica pubblica, specie se importante, incorre nel reato se cerca di ottenere l’assunzione per un suo familiare o amico, perché il peso della sua influenza altera e condiziona l’andamento delle prove e delle valutazioni.

Tuttavia, la raccomandazione può non essere reato se proviene da un soggetto privato ed è commessa senza coercizione nei confronti dei pubblici funzionari. Tutto ciò, ovviamente, a condizione che si limiti ad una segnalazione e non si traduca in un aiuto illecito o comunque in un falso commesso nell’esecuzione delle prove: come candidato sostengo gli esami al posto di mio fratello; come esaminatore sostituisco la scheda delle prove selettive o ne modifico le risposte, oppure comunico le domande in anticipo ad un partecipante.

Insomma, la semplice richiesta di un “favore” è considerata lecita, al punto che è stata scriminata anche dalla Corte di Cassazione [5], la quale ha affermato che «in assenza di ulteriori comportamenti coattivi» non integra il reato di abuso d’ufficio. Puoi leggere per esteso questa pronuncia nell’articolo “La raccomandazione è legale?“.

Raccomandazione accolta, favore compiuto: quale reato?

Ma cosa succede se la raccomandazione è accolta, si concretizza e il beniamino di qualcuno viene effettivamente aiutato nelle prove e favorito nella valutazione? È proprio la figura delittuosa del reato di abuso d’ufficio che viene in rilievo in questi casi di concorsi pubblici viziati dalla presenza di qualche raccomandato segnalato ad uno o più membri della Commissione d’esame per beneficiare di un’attenzione particolare, quando essa avviene e si manifesta modificando le scelte che a questo punto non sono più neutrali, imparziali e giuste.

Ma anche qui la Suprema Corte ha un orientamento morbido: con una nuova sentenza [6] ha assolto i membri di una Commissione universitaria che aveva sopravvalutato i titoli di un candidato, che grazie a ciò era stato assunto, a scapito di un altro. Il falso in quel caso c’era (il curriculum riportava una collaborazione professionale mai svolta) ma si era estinto per prescrizione.

Il partecipante aveva anche “segnalato” il suo elaborato scritto apponendovi dei segni distintivi (lo aveva firmato) quando tutti sanno che ciò non è ammesso, proprio per evitare che un candidato venga riconosciuto e identificato prima dell’attribuzione del punteggio, che deve essere neutrale e, dunque, deve prescindere dalla conoscenza del nome. Ma si era accorto dell’errore e prima della consegna definitiva aveva copiato il tema su un foglio sostitutivo, quindi il fatto non ha avuto concreta rilevanza nel giudizio.

Favoritismo nei concorsi dopo la riforma dell’abuso d’ufficio

Restava comunque l’imputazione per l’abuso d’ufficio per l’indebita preferenza attribuita ai titoli, ma la norma è stata recentemente riformulata nell’estate 2020 dal Decreto “Semplificazioni” [7], come abbiamo dettagliatamente spiegato nell’articolo “Abuso d’ufficio: quando non è reato“. Così anche questo reato è caduto.

In sostanza, adesso, il giudice penale non può più sindacare l’operato dei pubblici funzionari quando essi hanno un margine di discrezionalità. Prima bastava una mera «violazione di legge o di regolamento» ed era più facile essere incriminati e condannati. Ora, invece, la condotta punibile consiste nella «violazione di specifiche regole di condotta espressamente previste dalla legge o da atti aventi forza di legge e dalle quali non residuino margini di discrezionalità».

E allora è facile capire perché i giudici di piazza Cavour hanno dovuto assolvere: la valutazione dei titoli posseduti dai candidati e dell’andamento degli esami era stata elastica e non rigida. Diversamente, sarebbe accaduto se il regolamento o il bando di concorso avesse indicato criteri specifici e più puntuali: in tal caso, la valutazione sarebbe stata obbligata, anziché discrezionale, ed il reato sarebbe stato sussistente.

Perciò, grazie alla possibilità di queste scelte di merito, consentite nel caso concreto deciso, la raccomandazione è stata ritenuta lecita pur se accolta in modo tale da comportare un favoritismo: il suo spazio di manovra, in sintesi, coincide con quello della discrezionalità di cui dispone la Commissione esaminatrice e che gli Ermellini definiscono «nucleo valutativo» del giudizio tecnico, che è penalmente insindacabile. Il Collegio ammette che il «divieto di favoritismi privati» è contenuto nella Costituzione, che richiama il principio di imparzialità, ma osserva anche che questa previsione non è stata trasfusa nell’attuale norma incriminatrice per il reato di abuso d’ufficio. Quindi, non è stato possibile condannare neppure in un caso di favoritismo effettivamente realizzato grazie ad una raccomandazione accettata.

Rimane, invece, ferma la sussistenza del reato di abuso d’ufficio per chi omette di «astenersi in presenza di un interesse proprio o di un prossimo congiunto o negli altri casi prescritti»: quindi, la raccomandazione torna ad essere illecita in tutti i casi di conflitto di interesse (per parentela, legame sentimentale o di stretta amicizia, cointeressenze in affari o altro) tra i componenti della Commissione ed i candidati.

Per approfondire gli orientamenti della giurisprudenza e conoscere pronunce analoghe leggi anche l’articolo “Raccomandazione e abuso d’ufficio: ultime sentenze“.


note

[1] Art. 483 Cod. pen.

[2] Art. 76 D.P.R. n.445/2000.

[3] Art. 75 D.P.R. n. 445/2000.; art. 127, lett. d) D.P.R. n. 3/1957; art. 55 quater D.Lgs. n.165/2001.

[4] Art. 97 Cost.

[5] Cass. sent. n. 40061 del 30.09.2019.

[6] Cass. sent. n. 14214 del 15.04.2021.

[7] Art. 328 Cod. pen. come modificato dall’art. 23, comma 1, D.L. n.76 del 16.07.2020.


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