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No congedo maternità se il figlio è con utero in affitto

19 marzo 2014 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 19 marzo 2014



Per il diritto comunitario non esiste l’obbligo di assicurare il congedo di maternità alla madre che ha avuto un figlio grazie all’utero in affitto.

La donna che ha un figlio grazie alla “maternità surrogata”, cioè alla cosiddetta pratica dell’utero in affitto può non avere diritto, nel proprio Paese, al congedo di maternità. Infatti, non esiste alcuna legge dell’U.E. che obblighi gli Stati a prevedere il congedo per le lavoratrici (madri “committenti”) che hanno avuto un bambino grazie all’utero in affitto di un’altra donna (madre “surrogata”).

È facoltà dei singoli ordinamenti nazionali prevedere il diritto di tali madri “committenti” ad avere congedi e permessi retribuiti equiparati al congedo per la gravidanza e per l’adozione.

È quanto affermato da due recenti sentenze della Corte di Giustizia Europea [1], interrogata sull’obbligo o meno degli Stati di concedere il congedo anche alle donne “committenti” della maternità surrogata e se vi sia, in caso di mancata concessione, un’ingiusta discriminazione di tali lavoratrici.

Secondo i giudici, il diritto comunitario non stabilisce alcun obbligo di congedo retribuito per le lavoratrici che affittano un utero per diventare madri. La direttiva europea sulle lavoratrici madri si limita, infatti, a tutelare la salute e la sicurezza delle donne gestanti, puerpere o in periodo di allattamento, prescrivendo il diritto al congedo retribuito e il divieto di licenziamento durante la gestazione o il puerperio.

Il congedo, infatti, si giustifica con la particolare situazione della donna in gravidanza che deve affrontare i rischi della gestazione e il parto, nonché il periodo successivo di cura e allattamento del neonato.

Spetta ai singoli Stati la facoltà di estendere tali tutele anche alle madri committenti della maternità surrogata.

Trattandosi di una facoltà, l’eventuale mancato riconoscimento del congedo non violerebbe il diritto comunitario e non potrebbe considerarsi discriminazione. Non si configurerebbe infatti discriminazione sessuale, in quanto né le madri né i padri committenti hanno diritto al congedo.

Non si tratterebbe neppure di discriminazione fondata sull’handicap, in quanto l’impossibilità per una donna di rimanere incinta, pur comportando una sofferenza tanto grave da indurla a ricorrere alla maternità surrogata, non può considerarsi, secondo i giudici, un vero e proprio handicap.

Insomma, secondo il diritto comunitario beneficiano del congedo solo le donne che affrontano personalmente la gravidanza e per tale motivo non potrebbero continuare a lavorare durante la gestazione.

Nel caso della madri committente, il bisogno del congedo si potrebbe porre semmai nel periodo successivo al parto (dato che quest’ultimo è affrontato dalla madre surrogata), cioè quando essa deve prendersi cura del neonato di cui diventa genitore effettivo e magari deve anche allattarlo.

In questa ipotesi, il diritto al congedo dipende dalla legislazione nazionale, senza nessuna tutela sul piano comunitario.

Si ricorda, in ogni caso, che la maternità surrogata non è ammessa in tutti gli Stati. Per esempio in Italia è illegale affittare l’utero di un’altra donna per poter diventare madre.

Nel Regno Unito, invece, la legge riconosce alle coppie “committenti” la possibilità di stipulare un “contratto di maternità surrogata” con una donna che si renda disponibile ad affrontare gestazione e parto.

note

[1] Corte Giust. UE, Grande Sezione, sent. 18.03.2014, causa C-363/12, e sent. 18.03.2014, causa C-167/12.

Autore immagine: 123rf.com

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