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Fare piedino è reato?

18 Aprile 2021
Fare piedino è reato?

Il piedino costituisce violenza sessuale o un atto di molestie? La risposta della Cassazione. 

Secondo la Cassazione, toccare il seno o le natiche ad una donna costituisce violenza sessuale. Non c’è bisogno di palpeggiare: basta la mano morta, un fugace contatto che comporti lo sfioramento delle zone erogene altrui come i glutei, le cosce, il lobo delle orecchie. 

Su questa stessa linea la Suprema Corte ha ammonito: la violenza sessuale non è solo la congiunzione carnale. Potrebbe anche bastare un semplice bacio sulle labbra o sul collo se non voluto, quando impedisca alla vittima di spostarsi. Ed ancora: per la violenza sessuale non è necessario il contatto fisico, come nel caso di colui che richieda insistentemente alla vittima, dietro minaccia, l’invio di foto hard tramite cellulare. 

Se è così restrittivo l’orientamento dei giudici in tema di atti di libidine, è normale a questo punto chiedersi se fare piedino è reato. Non c’è dubbio che si tratti infatti del primo approccio, un’avance dal significato inequivocabile. Al netto ovviamente di possibili malintesi, peraltro abbastanza frequenti quando lo spazio sotto il tavolo è troppo stretto per contenere tutti i commensali. 

Il fatto è che, se al piedino si accompagna anche uno sguardo intenso, c’è poco da cadere in equivoci: il gesto diventa, più che un indizio, una prova. E siccome nel processo penale, la dichiarazione della vittima fa prova ed è sufficiente a incriminare l’imputato, se quest’ultima afferma di aver subito un’intrusione del genere nella propria sfera personale è normale allora porsi il problema della sua rilevanza penale.

A spiegare se fare piedino è reato è stata la Cassazione [1]. Premesso che la legge, a riguardo, non dice nulla – non spiega cioè quali sono gli organi al cui contatto può parlarsi di violenza sessuale – solo l’interpretazione dei giudici poteva colmare il vuoto legislativo e stabilire se il piede e la caviglia possono considerarsi zone erogene al cui contatto legare l’esistenza del reato.

Sul punto, i giudici supremi non hanno avuto dubbi: se anche è vero che, per la violenza sessuale, non rileva il fatto che l’imputato abbia potuto ricevere un piacere fisico (per cui l’illecito penale scatta anche – come detto – in caso di un fuggitivo contatto), non si può tuttavia accordare un particolare significato sessuale al “piedino”. Fare piedino non è violenza sessuale perché la condotta è sostanzialmente inoffensiva, tale cioè – secondo i giudici – da non procurare alcuna intrusione nell’altrui sfera sessuale. Insomma, sfiorare o anche intrappolare il piede altrui non costituisce una manifestazione dell’istinto sessuale. E questo vale a tutti i livelli: anche quando – come nel caso di specie deciso dalla Cassazione – a fare il piedino è l’insegnante nei confronti delle giovani alunne.

E per chi si sente comunque vulnerato nella propria privacy e vorrebbe denunciare il responsabile per via del senso di disagio e di oppressione che ha procurato con la propria condotta, bisogna ricordare che, in tali casi, non si può neanche parlare di un atto di molestie, a meno che non venga ripetuto insistentemente. 


note

[1] Cass. pen. sent. n. 2510/2000 del 29.02.2000.

Autore immagine: depositphotos.com

Suprema Corte di Cassazione, terza sez. pen. sentenza 29 febbraio 2000 n.2510

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE III PENALE

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

sul ricorso proposta da

P. Francesco, nato il 4.5.1938;

avverso la sentenza della Corte d’appello di Milano 19 gennaio 1999.

Sentita la relazione svolta dal Cons. Squassano;

sentita la requisitoria del P.G., in persona del dr. Wladimiro DE NUNZIO, il quale ha concluso per l’annullamento sensa rinvio della sentenza impugata per quanto riguarda l’episodio in danno della Russo.;

Sentita l’arringa del difensore, avv. Mario Nino, che ha concluso per l’accoglimento del ricorso;

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con sentenza 15.4.1998, il Tribunale di Milano ha ritenuto P. Francesco responsabile del reato previsto dall’art. 521 2° c.p. (per avere compiuto atti di libidine su tre ragazze, minori degli anni sedici, a lui affidate per ragioni di istruzione e vigilanza essendo professore delle stesse) e lo ha condannato alla pena di anni due, mesi uno di reclusione, la decisione è stata confermata dalla Corte di Appello di Milano, con la sentenza in epigrafe precisata.

Entrambi i Giudici di merito hanno ritenuto attendibile e credibile il racconto accusatorio delle studentesse le quali hanno affermato che, nel corso di una gita scolastica, il P., loro accompagnatore, aveva compiuto atti lascivi nei confronti di tre ragazze.

Per l’annullamento della sentenza l’imputato ricorre in Cassazione deducendo difetto di motivazione e violazione di legge. In sunto lamenta come i Giudici abbiano disatteso, senza il necessario approfondimento critico, la prospettazione della difesa, secondo cui le accuse delle giovani erano una sorte di “legittima difesa anticipata” una volta appreso che il Professore P. era deciso a segnalare all’Autorità scolastica il non corretto comportamento tenuto dalla scolaresca durante la gita.

Rileva che una condotta qualificata come atti di libidine dai Giudici non era tale (secondo l’accusa l’imputato, tra l’altro, avrebbe stretto con i suoi piedi il piede di una alunna); deduce che la fattispecie era da ritenersi di speciale tenuità a sensi e per gli effetti dell’art. 609 bis uc c.p.; lamenta, infine, difetto di motivazione sul diniego delle attenuanti generiche.

Le censure del ricorrente, a parere della Corte, sono parzialmente meritevoli di accoglimento.

E’ appena il caso di rilevare come, nella ipotesi di eccepito vizio motivazionale, il compito della Corte di legittimità non deve estendersi ad una rinnovata ponderazione delle risultanze istruttorie o della attendibilità delle fonti probatorie ; il controllo della Cassazione ha per oggetto solo la motivazione posta dai Giudici a fondamento delle proprie conclusioni ed i parametri utilizzabili sono quelli della completezza delle indagini, della corretta valutazione degli elementi acquisiti e della congruità logica del ragionamento.

Tanto premesso, il Collegio rileva come il Tribunale e la Corte di Appello nelle loro sentenze (che, essendo conformi, si integrano a vicenda costituendo un tutto organico) abbiano valutato con rigoroso esame critico il completo materiale istruttorio.

Innanzitutto i Giudici di merito si sono posti il problema della attendibilità del racconto accusatorio delle giovani – intrinsecamente credibile, spontaneo, reiterato nel tempo – ed hanno risposto positivamente indicando gli elementi e gli argomenti dai quali hanno tratto il loro convincimento sul punto.

I Giudici hanno preso nella dovuta considerazione la tesi difensiva – secondo cui le accuse erano una ritorsione delle studentesse – e l’hanno puntualmente confutata esplicitando la ragione per la quale fosse inverosimile e priva di qualsiasi riscontro.

Pertanto l’iter argomentativo sulla attendibilità delle testimoni e parte lese non presenta vizi motivazionali riscontrabili in questa sede.

Per quanto concerne, invece, la rilevata inoffensività della sfera sessuale di una condotta, la censura del ricorrente è fondata.

Sul punto deve osservarsi come integri la materialità del delitto previsto dall’art. 521 c.p. qualunque atto di manomissione del corpo altrui, diverso dalla congiunzione carnale, suscettivo di eccitare o dare sfogo all’istinto sessuale anche in modo non completo e di durata brevissima.

Ora l’atto posto in essere dall’imputato, per le modali con cui è avvenuto – non è certo un contatto corporeo tra imputato ed alunna – ed il contesto in cui si è svolto, non costituisce una inequivoca manifestazione dell’istinto sessuale.

Di conseguenza la Corte ritiene annullare la sentenza in esame, limitatamente all’episodio in danno di R.R., perché il fatto non sussiste ed eliminare, avendo come referente la sanzione inflitta dai Giudici di merito, la relativa pena inflitta a titolo di continuazione, di giorni venticinque di reclusione.

Relativamente alle residue censure, deve rilevarsi come l’imputato, né nei motivi di impugnazione né nelle conclusioni dibattimentali, avesse chiesto che il fatto fosse valutato di lieve entità a sensi dell’art. 609 bis uc c.p.; di conseguenza, i Giudici non erano gravati dall’obbligo di motivare il mancare esercizio del loro potere discrezionale sulla concessione della attenuante speciale.

Tuttavia una motivazione pur indiretta, sul tema si rileva nella parte argomentativa inerente al diniego delle attenuanti generiche non concesse per la obiettiva gravità e reiterazione degli episodi e per la negativa personalità dell’imputato che per il suo ruolo di educatore, doveva essere particolarmente riguardoso delle giovani a lui affidate.

Anche questo apparato motivazionale, relativo alle attenuanti ex art. 62 bis c.p., pare al Collegio congruo, sufficiente, corretto e, come tale incensurabile in sede di legittimità

P.Q.M.

La Corte annulla senza rinvio la sentenza impugnata, limitatamente all’episodio in continuazione in danno di Russi Rossana, perché il fatto non sussiste ed elimina la relativa pena che determina in giorni venticinque di reclusione.

Rigetta il ricorso nel resto.

Roma, 21 gennaio 2000

Depositato in cancelleria il 29 febbraio 2000


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