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Concorrenza sleale, marchio e patto di non concorrenza: le ultime sentenze

5 Febbraio 2015
Concorrenza sleale, marchio e patto di non concorrenza: le ultime sentenze

Tutela delle parole di uso comune quando la variante è puramente formale allo scopo di effettuare solo una contraffazione.

Passiamo in rapida rassegna alcune pronunce in materia di concorrenza sleale, marchi, brevetti e patto di non concorrenza.

1 | CONCORRENZA SLEALE

 

È esclusa la concorrenza sleale quando le due imprese non risultano in competizione nello stesso settore. Così è, per esempio, se un gruppo ha attività più ampie e ramificate dell’altro.

È vero: ben può configurarsi la concorrenza sleale fra due aziende che operano nello stesso settore, ma se i due gruppi non risultano veri competitor perché non operano nello stesso settore produttivo, allora non vi è illecito.

Lo ha chiarito una sentenza della Cassazione di questa mattina [1], nell’ambito di una controversia fra Mediaset e il gruppo l’Espresso sorta all’epoca della legge Gasparri dedicata alla disciplina dei media e delle comunicazioni.

Affinché possa configurarsi un atto di concorrenza sleale, si legge in sentenza, il presupposto è che sussista una situazione di competizione tra due o più imprenditori, il che presuppone l’esercizio contemporaneo di una stessa attività industriale o commerciale in una ambito territoriale anche soltanto potenzialmente comune. L’atto scorretto [2], dunque, non si può verificare quando manca il presupposto rappresentato dal rapporto di concorrenzialità. E, nel caso in un cui uno dei due rivali ha attività più ampia e ramificata, non risulta giuridicamente concepibile un atto di concorrenza sleale.

2 | PATTO DI NON CONCORRENZA

Il patto di non concorrenza che l’azienda fa firmare al proprio dipendente non può estendersi in un ambito territoriale eccessivamente esteso come, per esempio, in tutto il mondo. Così, secondo il Tribunale di Bari [3], è nullo il patto di non concorrenza esteso a tutte le attività prestate in Europa, Asia e America dal lavoratore in favore di aziende concorrenti a quella dell’ex datore di lavoro.

L’accordo con cui il datore di lavoro vincola il dipendente, per un determinato periodo di tempo, a non compiere attività in concorrenza con il lavoro precedente deve essere contenuto entro determinati limiti di oggetto, tempo e luogo. Tali limiti, nonostante la dimensione ormai globalizzata dell’economia, non possono essere estesi a tutto il pianeta e comportare così una compressione significativa della professionalità e della potenzialità reddituale del lavoratore.

3 | TUTELA DEL MARCHIO DEBOLE

Anche un marchio cosiddetto “debole”, ossia quello costituito da parole di uso comune (e quindi più difficilmente tutelabile rispetto a quello costituito da parole non nel vocabolario), deve essere tutelato nei confronti della contraffazione. Infatti, l’elevata diffusione pubblicitaria e commerciale possono trasformarlo in un marchio “forte”.

La Cassazione [4] ha così accordato tutela al marchio Divani&Divani contro la contraffazione operata dal marchio Divini&Divani di un’altra società.

Secondo i giudici, la qualificazione del segno distintivo come marchio debole non impedisce il riconoscimento della tutela nei confronti della contraffazione, in presenza dell’adozione di mere varianti formali, inidonee ad escludere la confondibilità con ciò che del marchio imitato costituisce l’aspetto caratterizzante, ovverosia il nucleo cui è affidata la funzione distintiva. Quindi – prosegue la sentenza – anche il marchio debole è protetto dalla contraffazione se la variante non esclude il rischio di confusione rispetto al nucleo del marchio cui è affidata la funzione descrittiva.

Infatti anche una parola di uso comune può costituire un marchio registrabile, purché non abbia una funzione intrinsecamente descrittiva della qualità del prodotto, ma sia collegata ad esso da un accostamento di fantasia che le attribuisca carattere originale ed efficacia individualizzante.


note

[1] Cass. sent. n. 2081/15 del 5.02.2015.

[2] Art. 2598 cod. civ.

[3] Trib. Bari, sent. n. 5802/2014.

[4] Cass. sent. n. 1861/2015.

Autore immagine: 123rf com


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