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Basta un’accusa per essere condannati?

18 Aprile 2021
Basta un’accusa per essere condannati?

Testimonianza della persona offesa: può provare la responsabilità dell’imputato?

Se una persona dovesse accusare un’altra di un reato e, tuttavia, al di là delle proprie affermazioni, non dovesse avere prove dell’illecito, cosa rischierebbe l’imputato? Si può condannare una persona solo sulla base delle dichiarazioni della vittima? 

Per rispondere a questa domanda è necessario conoscere le particolarità del processo penale e le differenze che lo contraddistinguono da quello civile. Come vedremo a breve, solo in presenza di un reato basta un’accusa per essere condannati. Ma procediamo con ordine.

Si può denunciare una persona senza prove?

Chi denuncia non ha necessità di fornire le prove, almeno in questa fase. Nel processo penale, infatti, non è la vittima che deve portare avanti l’accusa nel corso del dibattimento, ma il pubblico ministero ossia lo Stato. È quindi quest’ultimo a doversi procurare le prove della colpevolezza dell’imputato. 

Tuttavia, nei reati a querela di parte – quelli cioè che possono perseguiti solo se lo chiede la vittima – il pm avrà un minor interesse a svolgere indagini particolarmente approfondite se la vittima non indica quantomeno degli indizi a proprio favore. 

Diversamente, nei reati procedibili d’ufficio – quelli cioè più gravi che devono essere perseguiti a prescindere dalle segnalazioni dei privati – lo Stato ha un interesse superiore e si fa promotore di tutte le indagini necessarie a individuare l’effettivo responsabile (si pensi all’omicidio, alla strage e così via).

Si può quindi querelare o denunciare senza prove, ma le possibilità che le indagini portino a un’incriminazione e al rinvio a giudizio saranno in tal caso minori. Più si forniscono elementi al pubblico ministero, più questi sarà in grado di formulare un capo di imputazione. 

Per inciso: la differenza tra querela e denuncia sta nel fatto che la prima si sporge per i reati a querela di parte e la seconda per i reati procedibili d’ufficio.

Denunciare senza prove è calunnia?

Se è vero che è possibile denunciare o querelare una persona senza prove, conseguenza di ciò è che, in tali casi, non si rischia una controquerela per calunnia. La calunnia scatta infatti solo quando si accusa una persona che si sa essere innocente. Quindi, è necessario che chi agisce lo faccia in malafede. 

La semplice ignoranza circa l’interpretazione della legge o sugli elementi del fatto non può limitare il diritto alla tutela giudiziaria. Se una persona querela un’altra per un fatto che crede essere reato, quando invece la legge non lo qualifica come tale, non commette calunnia (si pensi a una persona che denuncia un’altra per aver fumato in un parco pubblico). Se una persona querela un’altra credendo che questa abbia commesso un reato quando poi, dalle indagini, risulta il contrario, non c’è calunnia in quanto non c’è stata malafede.

Che valore hanno le dichiarazioni della vittima?

Nel processo penale, le dichiarazioni della vittima hanno valore probatorio. A differenza del processo civile – in cui le parti non possono essere ascoltate come testimoni, essendo questi ultimi sempre dei soggetti terzi ed estranei al giudizio – nel processo penale, la parte lesa è testimone di se stessa. E questo perché altrimenti numerosi reati che si consumano “a tu per tu” non potrebbero essere puniti.

Se ci dovesse essere bisogno di un testimone per punire la violenza sessuale chiunque, in una stanza chiusa o in un vincolo buio, potrebbe compiere il crimine al riparo da occhi indiscreti senza rischiare nulla. E non si potrebbe neanche punire l’estorsione, ossia il racket, che si consuma notoriamente quando la serranda dell’esercizio commerciale è chiusa e l’imprenditore indifeso.

Insomma, dare valore alle dichiarazioni della vittima serve a punire reati che altrimenti non potrebbero mai essere puniti.

Di qui il principio: l’accusa si può fondare anche solo sulla testimonianza della vittima del reato. Ed è su quest’ultima che può anche essere pronunciata la condanna. 

È chiaro che le dichiarazioni della parte lesa devono risultare credibili e non in contrasto con ulteriori elementi esterni. Ad esempio, chi sostiene di essere stato aggredito dovrà quantomeno riportare un certificato del pronto soccorso che attesti le lesioni o una documentazione fotografica. 

Chi sostiene di aver gridato dinanzi alle molestie sessuali di un’altra persona dovrà anche spiegare perché le persone che si trovavano nelle stanze vicine non hanno sentito nulla.

Insomma, è vero che la testimonianza di chi querela o denuncia vale come prova ma questa non deve risultare inverosimile.

Il giudice che ritiene non attendibile la persona offesa potrebbe quindi giungere a una sentenza di non colpevolezza nei confronti dell’imputato. 

Tutto ciò è magistralmente sintetizzato nelle parole della Cassazione secondo cui «in tema di prova nel processo penale, la testimonianza della persona offesa, ove ritenuta intrinsecamente attendibile, costituisce una vera e propria fonte di prova, purché la relativa valutazione sia sorretta da un’adeguata motivazione, che dia conto dei criteri adottati e dei risultati acquisiti. Le dichiarazioni della vittima saranno ancor più credibili ove siano confortate da elementi di riscontro, tali da escludere circostanze incompatibili con la condotta contestata» [1].

In un altro e più recente caso, la Cassazione [2] ha condannato per violenza sessuale un docente privato perché, nel proprio studio – piccolo e buio – aveva abbracciato e accarezzato l’allieva. Elemento probatorio decisivo sono state, ovviamente, le dichiarazioni della giovane. Consequenziale è stata la condanna, sia in primo che in secondo grado, del docente privato, sanzionato con «due anni di reclusione».


note

[1] Cassazione penale sez. V, 17/12/2018, n.16351.

[2] Cassazione, sez. III Penale, sentenza n. 13816/21; depositata il 14 aprile.

Autore immagine: depositphotos.com

Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 5 febbraio – 14 aprile 2021, n. 13816

Presidente Andreazza – Relatore Di Stasi

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza del 21/05/2020, la Corte di appello di Torino, in parziale riforma della sentenza del 02/02/2016 del Giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Novara – con la quale R.M. era stato dichiarato responsabile del reato di cui agli artt. 81 cpv, 609- bis c.p., art. 609-septies c.p., comma 4, n. 1, art. 61 c.p., nn. 5 e 11 contestatogli al capo a) dell’imputazione – riconosceva in favore dell’imputato la circostanza attenuante di cui all’art. 609 bis c.p., u.c., come prevalente sulle aggravanti contestate e rideterminava la pena in anni due di reclusione, ordinando la sospensione condizionale della pena.

2. Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione R.M. , a mezzo del difensore di fiducia, articolando due motivi di seguito enunciati.

Con il primo motivo deduce violazione di legge e vizio di motivazione in relazione all’affermazione di responsabilità.

Espone che il capo a) dell’imputazione indicava l’ipotesi della violenza sessuale con costrizione mediante violenza, rappresentando due episodi di violenza sessuale a danno di F.A. e che nell’atto di gravame era stato dedotto che le condotte accertate non integravano gli elementi materiali del delitto di violenza sessuale; la Corte di merito aveva disatteso le censure difensive, non facendo buon governo dei consolidati arresti giurisprudenziali in tema di definizione del concetto di “atti sessuali”; erroneamente aveva ritenuto atti sessuali la condotta tenuta dal ricorrente sia nel primo episodio contestato (abbraccio, toccamento delle braccia, guardare in modo strano) che nel secondo episodio contestato (adesione del proprio corpo a quello della persona offesa), in quanto entrambe contraddistinte da atti neutri; inoltre, con riferimento al contatto corporeo che nel secondo episodio aveva coinvolto zone erogene della persona offesa (parta alta interna delle cosce, seno, sedere), non era stata esplicitata la condotta violenta che lo avrebbe connotato; infine, con riferimento ad entrambi gli episodi, la Corte di merito non aveva argomentato in ordine al profilo della offensività e, cioè, della idoneità delle condotte a ledere la sfera sessuale della persona offesa.

Con il secondo motivo deduce violazione di legge e vizio di motivazione in punto di valutazione degli elementi probatori richiamati a riscontro delle dichiarazioni testimoniali della persona offesa.

Lamenta che la Corte territoriale aveva effettuato una valutazione frazionata delle dichiarazioni rese da G.L. , ritenuta inattendibile quanto al fatto contestato al capo B) dell’imputazione e per il quale era stata confermata l’assoluzione nel merito dell’imputato, e, al contrario, attendibile, quale teste di riscontro alle dichiarazioni rese dalla persona offesa in relazione al reato contestato al capo A); tale valutazione era erronea in quanto la stessa Corte di merito aveva affermato che vi era influenza tra i fatti; inoltre, la Corte territoriale aveva richiamato quali elementi indiziari le circostanze di fatto evinte dalle dichiarazioni rese dall’imputato in sede di interrogatorio ex art. 294 c.p.p. senza, però, spiegarne la rilevanza ai fini della prova degli elementi di fatto costituenti la condotta contestata.

Chiede, pertanto, l’annullamento della sentenza impugnata.

Considerato in diritto

1. Il primo motivo di ricorso è infondato.

La Corte territoriale ha ritenuto che le condotte poste in essere dall’imputato, in due diverse occasioni, integrassero violenza sessuale analizzando la dinamica degli eventi: nella prima occasione l’imputato aveva prima accarezzato le braccia e, quindi, abbracciato la persona offesa all’interno di uno studiolo piccolo e buio (in quanto la tapparella della finestra era abbassata e vi era solo una piccola luce accesa sulla scrivania) durante una lezione privata di matematica; nella seconda occasione, sempre nello stesso contesto, l’imputato aveva toccato la parte interna delle cosce, il seno ed il sedere della persona, compiendo anche atti di masturbazione e strusciandosi con il suo corpo contro quello della persona offesa (e commentando “sei bellissima, se avessi la tua età chissà cosa ti farei..”).

Risultava evidente che nel secondo episodio l’imputato, con azione insidiosa e rapida, toccava parti chiaramente erogene della persona offesa, così costretta a subire atti sessuali contro la propria volontà.

Nel primo episodio gli atti posti in essere, pur non indirizzati a zone chiaramente definibili come erogene, si sono estrinsecati in maniera repentina ed in un contesto spaziale appartato e buio, al di fuori di un particolare rapporto confidenziale o affettivo tra l’imputato e la persona offesa, tanto da assumere evidente valenza sessuale, immediatamente percepita dalla vittima, costretta a subire tali atti.

La motivazione è congrua e logica ed in linea con i principi di diritto affermati da questa Suprema Corte in subiecta materia.

In particolare, è stato affermato che tra gli atti idonei ad integrare il delitto di cui all’art. 609-bis c.p. vanno ricompresi anche quelli insidiosi e rapidi, purché ovviamente riguardino zone erogene su persona non consenziente – come ad es. palpamenti, sfregamenti, baci (Sez.3, n. 42871 del 26/09/2013, Rv.256915); la nozione di violenza nel delitto di violenza sessuale non è limitata alla esplicazione di energia fisica direttamente posta in essere verso la persona offesa, ma comprende qualsiasi atto o fatto cui consegua la limitazione della libertà del soggetto passivo, così costretto a subire atti sessuali contro la propria volontà (Sez.3, n. 6643 del 12/01/2010,Rv.246186); ai fini della configurabilità del reato di violenza sessuale di cui all’art. 609-bis c.p. non è, dunque, necessaria una violenza che ponga il soggetto passivo nell’impossibilità di opporre una resistenza, essendo sufficiente che l’azione si compia in modo insidiosamente rapido, tanto da superare la volontà contraria del soggetto passivo (Sez.3, n. 6340 del 01/02/2006, Rv. 233315).

Inoltre, ai fini della configurabilità del delitto di violenza sessuale, la rilevanza di tutti quegli atti che, in quanto non direttamente indirizzati a zone chiaramente definibili come erogene, possono essere rivolti al soggetto passivo, anche con finalità del tutto diverse, come i baci o gli abbracci, costituisce oggetto di accertamento da parte del giudice del merito, secondo una valutazione che tenga conto della condotta nel suo complesso, del contesto in cui l’azione si è svolta, dei rapporti intercorrenti fra le persone coinvolte, della sua incidenza sulla libertà sessuale della persona offesa, del contesto relazionale intercorrente tra i soggetti coinvolti e di ogni altro dato fattuale qualificante (Sez.3, n. 10248 del 12/02/2014, Rv.258588; Sez.3, n. 964 del 26/11/2014, dep. 13/01/2015, Rv. 261634; Sez. 3, n. 47265 del 08/09/2016, Rv. 268280; Sez. 3 n. 43423 del 18/09/2019, Rv. 277179 – 01).

2. Il secondo motivo di ricorso è generico.

Va ricordato che, come costantemente affermato da questa Corte, il Giudice può trarre il proprio convincimento circa la responsabilità penale anche dalle sole dichiarazioni rese dalla persona offesa, sempre che sia sottoposta a vaglio positivo circa la sua attendibilità, senza la necessità di applicare le regole probatorie di cui all’art. 192 c.p.p., commi 3 e 4, che richiedono la presenza di riscontri esterni (cfr., Sez U, n. 41461 del 19/07/2012, Rv. 253214; Sez. 1, n. 29372 del 27/7/2010, Rv. 248016; Sez. 2 n. 41751 del 04/07/2018, Rv. 274489 – 01; Sez. 5, n. 12920 del 13/02/2020, Rv. 279070 – 01).

Nella specie, la Corte territoriale (pag 12 e 13 della sentenza impugnata) ha ritenuto attendibile la persona offesa, rimarcando la genuinità delle dichiarazioni e la costanza del racconto accusatorio; ha, quindi, individuato anche plurimi riscontri esterni, costituiti da dichiarazioni testimoniali (rese da G.L. , C.E. , B.R. ) dai dispositivi informatici in uso all’imputato (che documentavano attività di navigazione su siti web a contenuto pedopornografico) e dalle parziali ammissioni rese dall’imputato in sede di interrogatorio (in ordine alla circostanza che le lezioni private venivano impartite talvolta nello studiolo con le tapparelle abbassate).

Il ricorrente contesta che possano costituire riscontro esterno alla valutazione di attendibilità della persona offesa le dichiarazioni rese da G.L. , perché ritenuta, invece, inattendibile quale persona offesa del reato contestato al capo b), per il quale l’imputato è stato assolto.

La doglianza è generica perché il ricorrente non spiega la decisività di tale elemento rispetto al complessivo vaglio di attendibilità della persona offesa ed agli ulteriori riscontri esterni indicati dalla Corte territoriale.

Del pari generica è anche la doglianza relativa alla valutazione dell’interrogatorio reso dall’imputato perché priva di confronto con le argomentazioni della Corte territoriale, che ha specificamente indicato l’ambito della valenza di riscontro esterno delle parziali ammissioni rese (cfr. pag,. 13 della sentenza impugnata).

3. Consegue, pertanto, il rigetto del ricorso e, in base all’art. 616 c.p.p., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri dati identificativi, a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52 in quanto imposto dalla legge.

 


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