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Far credere di avere un’arma: conseguenze

20 Aprile 2021
Far credere di avere un’arma: conseguenze

Fingere di avere una pistola nel taschino o nel giubbotto o un coltello nella tasca configura il reato di minaccia?

Chi, allo scopo di intimorire una persona e minacciarla, mette le mani nel taschino facendo credere che vi nasconde una pistola, commette reato? Chi, grazie a questo escamotage, si fa consegnare un oggetto – ad esempio, una borsa o un portafoglio – può essere condannato per rapina aggravata dall’uso di un’arma? E qual è la differenza rispetto a chi, invece, ha una pistola giocattolo e riesce a far credere agli altri che sia vera?

Sulla questione è intervenuta, in due distinte occasioni, la Cassazione. La Corte ha spiegato quali sono le conseguenze del far credere di avere un’arma. Facciamo dunque il punto della situazione.

Fingere di avere un’arma è reato? 

Il reato di minaccia viene integrato non solo tramite l’utilizzo di espressioni tali da impaurire la vittima («ti ammazzo», «non sai cosa ti faccio», «stai attento a quando cammini da solo», ecc.), ma anche da gesti concludenti. Si pensi a chi fa il segno della lama sul collo all’indirizzo di una persona, per manifestare la propria intenzione di volerla sgozzare, o a chi utilizza il pollice e l’indice per simulare una pistola, promettendone così l’impiego. Anche il semplice fatto di brandire un bastone in direzione altrui può essere considerato una minaccia. 

Insomma, la minaccia scatta in presenza di un comportamento che può ingenerare un grave timore o turbamento psichico nella vittima. Bisogna peraltro valutare la personalità del soggetto attivo e quella del soggetto passivo del reato. In definitiva, il giudizio va fatto caso per caso e in relazione alle circostanze. 

In questo senso, secondo la Cassazione [1], anche il fatto di fingere di avere un’arma in tasca o dentro la giacca, e tenere la mano nascosta in tale direzione per far credere di essere pronto ad estrarla, può configurare il reato di minaccia. Chiunque, in un contesto del genere, specie se di notte e solo, sarebbe indotto a temere per la propria incolumità. Non c’è dubbio quindi che il responsabile di tale condotta possa essere querelato. Querela che va sporta entro 3 mesi dall’accaduto.

Peraltro, la differenza tra il reato di minaccia e quello di minaccia aggravata dall’uso di un’arma sta nel fatto che, in questo secondo caso, la pena viene aumentata per il maggior timore che si incute nel soggetto minacciato. 

Mimare di avere un’arma comporta aggravante?

Se è vero che chi finge di avere un’arma commette reato già per la semplice condotta realizzata, a prescindere dall’intento perseguito (scherzare, rubare, spaventare, ecc.), ci si è chiesto se si possa configurare anche l’aggravante per il caso in cui, tramite questo escamotage, l’imputato riesca a rapinare un’altra persona. 

Innanzitutto, risponde del “reato base”, che è appunto quello di rapina, chi riesce a farsi consegnare la cosa altrui grazie alla mano occultata nel gubbino, in modo da far credere alla vittima di avere a disposizione una pistola. Ma questo bluff è sufficiente a riconoscere l’aggravante prevista per l’uso putativo di un’arma? 

Secondo la Cassazione [2], «la semplice simulazione della disponibilità di una pistola» non è sufficiente per riconoscere l’aggravante prevista in caso di «rapina commessa con minaccia e violenza attraverso l’impiego di un’arma». Ciò che deve apparire in modo palese è che il malvivente «sia armato», così «da sortire un effetto intimidatorio concreto nelle vittime». Non rileva, invece, «la mera equivoca supposizione del possesso di un’arma fondata sull’atteggiamento puerile» del rapinatore, che ha finto di avere una pistola «ponendo una mano in tasca».

Questa precisazione è assai importante perché può portare a un ridimensionamento della pena nei confronti del colpevole.

Pistola giocattolo spacciata per vera: cosa si rischia?

Sempre secondo la Cassazione, costituisce un’aggravante del delitto di minaccia l’uso di un’arma apparente o giocattolo qualora si tratti di un oggetto che, avendo l’apparenza di un’arma idonea a produrre lesioni, sia atto a provocare nella vittima un intenso effetto intimidatorio [3].


note

[1] Cass. sent. n. 17779/17 del 7.04.2017. 

[2] Cass. sent. n. 14366/21 del 16.04.2021.

[3] Cass. sent. n. 9367/2013.

Autore immagine: depositphotos.com

Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 4 marzo – 16 aprile 2021, n. 14366

Presidente Cammino – Relatore Perrotti

Ritenuto in fatto

Con la sentenza in epigrafe indicata, la Corte d’appello di Bologna, valutate le circostanze attenuanti generiche in giudizio di equivalenza rispetto alle contestate e riconosciute aggravanti (più persone riunite, uso dell’arma per minacciare le persone offese, recidiva reiterata e specifica), indicata la pena base in anni quattro di reclusione ed Euro novecento di multa, operata la riduzione per la scelta del rito, confermava nel resto la impugnata sentenza.

Avverso tale sentenza ha proposto ricorso l’imputato, a mezzo del difensore di fiducia, deducendo, con unico motivo, la violazione della norma penale aggravante (art. 628 c.p., comma 3, n. 1) per avere la Corte riconosciuto l’aggravante dell’uso (putativo) di un’arma da parte del correo nel corso della rapina consumata in concorso e riunione.

Sul tema posto all’attenzione della Corte con il motivo unico di ricorso si registra la concorde opinione del Procuratore generale presso questa Corte, che con le conclusioni scritte trasmesse in data 9 febbraio 2021 ha chiesto l’annullamento della sentenza impugnata con rinvio, non dovendo tenersi conto della aggravante dell’uso (putativo) delle armi nel corso della rapina.

Considerato in diritto

Il ricorso è fondato.

1. Sul punto dedotto con l’unico motivo di ricorso la giurisprudenza di questa Corte si è già più volte espressa, proprio nel senso indicato con il motivo proposto (Sez. 2, n. 4160, del 16/11/2018, Rv. 274898: La semplice simulazione della disponibilità di un’arma non integra l’aggravante di cui all’art. 628 c.p., comma 3, n. 1), Fattispecie in cui la Corte ha annullato con rinvio la sentenza che aveva ritenuto l’aggravante per il solo fatto che le vittime avevano riferito di essersi sentite pungere alla schiena da “qualcosa che sembrava un oggetto acuminato”, che non avevano visto e che non era stato successivamente rinvenuto; Sez. 5, n. 55302, del 22/9/2016, Rv. 268535; Sez. 2, n. 32427, del 23/6/2010, Rv. 248358, in fattispecie assolutamente identica a quella oggetto del giudizio). Per potersi configurare l’aggravante dell’uso dell’arma è dunque necessario che il soggetto agente appaia palesemente armato, così da sortire un effetto intimidatorio concreto nelle vittime, a nulla rilevando in tal senso la mera equivoca supposizione del possesso di un’arma fondata sull’atteggiamento “puerile” dell’agente.

2. Orbene -pur tenendo conto del fatto che sono state riconosciute nel giudizio le circostanze attenuanti generiche, stimate equivalenti alle (tre distinte) circostanze aggravanti ed effetto speciale pure riconosciute, sicché dalla eventuale elisione di una sola circostanza aggravante oggetto di censura non potrebbe derivare comunque un diverso giudizio di valenza, non essendo contestata la ricorrenza delle altre due circostanze (più persone riunite e recidiva qualificata) e non potendo accedersi al giudizio di prevalenza in ragione del preciso divieto normativo di cui all’art. 69 c.p., comma 4, – deve comunque darsi atto che nel calibrare la pena (anni quattro di reclusione Euro novecento di multa) rispetto alla gravità ontologica del fatto la Corte si è distaccata, nella misura di un terzo, dal minimo edittale in allora previsto dalla comminatoria di legge, proprio valorizzando la complessiva gravità della condotta, così inducendo a ritenere che sia stata proprio la complessiva gravità del fatto circostanziato ad aver orientato la decisione sulla pena. Permane dunque interesse alla corretta valutazione circa la sussistenza della aggravante dell’uso dell’arma contestata (apparenza creata ponendo la mano in tasca), potendo la diversa morfologia della condotta, meno aggravata, influire nella valutazione della complessiva gravità del fatto, ai fini di calibrare la misura sanzionatoria in termini più prossimi al minimo edittale detentivo in allora previsto (anni tre di reclusione).

Nè può negarsi l’interesse alla impugnazione al solo fine di ottenere l’esclusione di una circostanza aggravante, ancorché neutralizzata nell’effetto ingravescente dal giudizio di equivalenza, poiché costituisce diritto dell’imputato vedersi riconoscere colpevole, anche ai fini della misura sanzionatoria calcolata per il fatto non aggravato, di una condotta meno grave di quella contestagli (Sez. 1, n. 35429 del 11 agosto 2014; nel medesimo senso anche Sez. 6, n. 19188 del 3 maggio 2013; contra: Sezione 4, n. 20328, del 28 aprile 2017; Sez. 4, n. 27101 del 1 luglio 2016; da ultimo Sez. 3, n. 19901, del 12/12/2018, Rv. 275962; che tuttavia non tengono conto della specificità della dimensione sanzionatoria applicata nel caso di specie).

3. Ferma restando la irrevocabilità della decisione sulla responsabilità, la sentenza impugnata va pertanto annullata quanto alla valutazione della sussistenza della circostanza aggravante di aver fatto uso di un’arma al fine di commettere la rapina contestata, con rinvio ad altra sezione della Corte di appello di Bologna per nuovo giudizio sul trattamento sanzionatorio.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata limitatamente all’applicazione dell’aggravante dell’arma e rinvia per nuovo giudizio sul trattamento sanzionatorio ad altra sezione della Corte di appello di Bologna. Dichiara irrevocabile l’affermazione di responsabilità.


Cassazione penale sez. V, 19/11/2013, (ud. 19/11/2013, dep. 26/02/2014), n.9367

RITENUTO IN FATTO

Con sentenza in data 5.11.2012 la Corte di Appello di Palermo riformava parzialmente la sentenza del Giudice Monocratico del Tribunale di Trapani, in data 3.12.10, con la quale A. G. era stato dichiarato responsabile del reato di cui all’art. 612 c.p., comma 2, ascrittogli per avere, nel corso di un colloquio avuto con un’insegnante della figlia, nella scuola elementare (OMISSIS), minacciato di morte la ex moglie, il suo compagno e la stessa figlia, mostrando alla prof. G.M. la pistola che deteneva in una valigetta – fatto acc. in data (OMISSIS). Per tale reato la Corte, rilevato che il primo giudice aveva applicato le attenuanti generiche, determinava la pena in Euro 50,00 di multa, confermando nel resto la sentenza appellata, con la quale l’imputato era stato condannato altresì al risarcimento del danno morale subito dalla persona offesa costituitasi parte civile, danno liquidato in Euro 2.000,00.

Avverso tale sentenza proponeva ricorso per cassazione il difensore, deducendo:

1 – violazione degli artt. 177 e 546 c.p.p., evidenziando che la sentenza non recava indicazione della imputazione; pertanto rilevava la nullità del provvedimento impugnato.

2 – ai sensi dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. E), carenza, contraddittorietà ed illogicità della motivazione.

A riguardo il ricorrente censurava la decisione, rilevando che il giudice di appello aveva reso motivazione illogica, attribuendo all’imputato la condotta minacciosa realizzata con una pistola giocattolo;inoltre rilevava che la pena era da ritenere eccessiva rispetto all’entità del fatto.

Censurava altresì la sentenza in quanto il giudice non aveva considerato il contesto nel quale si era verificato il fatto, riferito alle vicende familiari dell’imputato, che si trovava al cospetto di una psicologa, e pertanto aveva manifestato il proprio disagiosi tutto senza realizzare alcuna violenza o minaccia.

A riguardo evidenziava che la motivazione del provvedimento si presentava illogica e contraddittoria, avendo la Corte valutato l’episodio secondo le dichiarazioni della teste ( G.) che la difesa riteneva prive di riscontri.

Inoltre il ricorrente evidenziava che la denunciante(Sig.ra S.) non poteva conoscere i toni delle dichiarazioni rese dall’imputato alla docente G., e la denuncia era dovuta a risentimento verso il medesimo A..

Per tali motivi chiedeva l’annullamento della sentenza 

Diritto

Il ricorso risulta privo di fondamento.

In riferimento al primo motivo deve evidenziarsi che la mancata enunciazione del capo di imputazione non costituisce motivo di nullità della sentenza. In tal senso giova menzionare, in riferimento alla applicazione dell’art. 546 c.p.p., Cass. Sez. 2^, 11.8.1997, n. 937, Strazzullo-RV208462-secondo tale massima – tra gli elementi essenziali la cui mancanza o incompletezza determina la nullità della sentenza a norma dell’art. 546 c.p.p., comma 3, non è previsto il capo di imputazione, posto che l’enunciazione degli atti e delle circostanze ascritte all’imputato ben possono desumersi dal complessivo contenuto della decisione. Nella specie dal testo del provvedimento impugnato è dato desumere la puntuale descrizione della condotta contestata all’imputato, della quale si indica la fattispecie ritenuta in sentenza(art. 612 c.p., comma 2), onde non si configura alcuna violazione dell’art. 546 c.p.p..

Per quanto concerne le censure inerenti alla pretesa illogicità e contraddittorietà della motivazione deve evidenziarsi che la sentenza risulta congruamente motivata in riferimento alla sussistenza degli elementi costitutivi del reato, desumendo la responsabilità dell’imputato da deposizione specifica della docente alla quale egli aveva manifestato il proprio risentimento, per la separazione intervenuta tra il predetto e la madre della figlia minore, estraendo un’arma che deteneva e minacciando di compiere un delitto.

Nella specie il giudice di appello ha adeguatamente motivato sulle deduzioni del difensore, che riguardavano l’arma giocattolo ed ha escluso con logiche argomentazioni che la teste avesse travisato il fatto, valorizzandone l’estraneità alla vicenda familiare dei coniugi, rilevando altresì che la deposizione risultava avvalorata da altra testimonianza, resa da un insegnante che aveva constatato lo stato psicologico di prostrazione nel quale si trovava l’imputato, ritenuto dalla Corte compatibile con la condotta minacciosa.

In base a tali risultanze il giudice di appello ha pertanto ritenuto correttamente dimostrata la sussistenza degli elementi costitutivi del reato di cui all’art. 612 c.p., comma 2, evidenziando che vi era stata la prospettazione di un pericolo per la persona offesa, Sig.ra S., sia pure attraverso la esternazione a terzi che avevano contatti con la predetta (v. in tal senso Cass. Sez. 5^, 24.6.1985, n. 6289, Pifferi).

Nè il riferimento all’uso di arma giocattolo vale ad escludere di per sè la configurabilità dell’ipotesi aggravata, alla luce del principio enunciato da questa Corte con sentenza Sez. 5^, del 9.10.1981, n. 8682 (per cui anche l’uso di un’arma apparente o di un’arma giocattolo integra l’aggravante dell’arma nel delitto di minaccia quando si tratta di oggetto che, avendo l’apparenza di arma idonea a produrre lesioni, è atta a provocare nella vittima un effetto intimidatorio intenso.

Devono ritenersi ininfluenti ai fini della verifica di responsabilità dell’imputato le deduzioni difensive che pongono in luce la situazione di disagio familiare quale movente che avrebbe inciso nella realizzazione della condotta contestata, (si richiama al riguardo il principio enunciato da questa Corte Sez. 5^, sentenza del 1 omaggio 2011, n. 19252 – RV250171 – per cui – l’ingiustizia del male minacciato e, quindi, l’illegittimità del fatto costituente il delitto di cui all’art. 12 c.p., non viene meno se non risulti ingiusto il motivo posto a base dell’azione criminosa, a meno che non appaiano legittimi tanto il male minacciato quanto il mezzo usato per l’intimidazione).

Infine si rileva che le censure inerenti alla definizione del trattamento sanzionatorio risultano inammissibili, per genericità, avendo la Corte disposto la riforma della sentenza appellata, rilevando in motivazione che era stata erroneamente applicata la pena detentiva, avuto riguardo alla concessione delle attenuanti generiche, e in tal senso applicando la pena della multa di Euro 50,00, che si presenta rispondente al limite edittale.

In conclusione deve dunque essere pronunziato il rigetto del ricorso, con la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Così deciso in Roma, il 19 novembre 2013.

Depositato in Cancelleria il 26 febbraio 2014


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