Diritto e Fisco | Editoriale

Il ricatto della finta amante sulla chat di Facebook: denunciare o pagare?

23 Marzo 2014


Il ricatto della finta amante sulla chat di Facebook: denunciare o pagare?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 23 Marzo 2014



Conversazioni su chat o foto compromettenti utilizzate come arma per estorcere somme di denaro alle vittime dietro minaccia di divulgazione dei contenuti: come ci si difende.

Le parole volano, ma gli scritti rimangono. Anche quelli sulle chat in internet. Lo sanno bene le numerose adescatrici su Facebook alla cui bellezza esteriore non corrisponde – a quanto sembra – un’altrettanto fulgida bellezza interiore. Perché queste esperte della seduzione virtuale sono solite chiedere l’amicizia ad uomini che hanno “qualcosa da perdere” (sposati, fidanzati o, comunque, con una relazione in corso) e, dopo aver conservato le compromettenti conversazioni, fatte di reciproci complimenti e allusioni esplicite, passare poi alla fase del ricatto.

“O mi paghi, o diffondo le nostre conversazioni e le foto piccanti che mi hai inviato”. Il caso è tutt’altro che raro. Ne avevamo già parlato con riferimento agli spogliarelli su Skype (leggi l’articolo: “Spogliarsi su Skype ed essere ricattati: video nudi su internet”): dalle email si passa all’appuntamento dietro la cam, e lì, infine, al reciproco streap. Solo che “lei” sta registrando tutto: materiale che utilizzerà per estorcere al malcapitato una discreta somma di denaro (a volte qualche centinaio di euro).

Il giornale “Il Mattino” ha riferito, qualche giorno fa, di un uomo caduto nella trappola di un’avvenente donna che è arrivata ad estorcergli prima 5 mila euro e dopo, non contenta, altre 10mila.

I problemi principali, in casi come questo, sono di due tipi:

da un lato c’è l’impossibilità di controllare l’effettiva cancellazione del file compromettente e, quindi, l’ulteriore possesso di eventuali copie. La vittima che asseconda le richieste dell’estorsore, pagando il prezzo del ricatto, non avrà mai la certezza di essersi sbarazzata del problema e non subire ulteriori richieste di pagamento.

Dall’altro lato – e non meno problematica – c’è la questione della immediata diffusione di un file su internet, della facile reperibilità del profilo “virtuale” dei parenti della vittima (quasi tutti, ormai, hanno un account Facebook o un indirizzo email) e dell’elefantiaca lentezza della giustizia. Sicché, a chi sia venuto anche in mente di denunciare, avrà comunque fatto i conti con la differenza di velocità con cui si attivano da un lato il crimine e dall’altro la cura.

L’arma della querela – da sporgere, anche senza avvocato, in un qualsiasi comando di polizia postale – resta pur sempre una strada quasi necessitata, non fosse altro per proteggersi le spalle dal ripetersi infinito di ricatti cui la vittima potrebbe non riuscire a fare fronte. In questi casi, la polizia potrà dare validi consigli a chi sia caduto nell’estorsione, eventualmente attraverso una serie di manovre volte a identificare l’indirizzo IP della criminale e alla sua successiva identificazione.

Certo, in alcuni casi l’indifferenza potrebbe costituire una tattica vincente. In genere, infatti, chi compie questo tipo di crimini informatici mira ad ottenere solo il denaro e non la rovina della vittima. Per cui se quest’ultima dovesse dileguarsi, senza rispondere alle minace del ricattatore, quest’ultimo potrebbe “abbandonare la presa”, non avendo più interesse a proseguire nell’azione illecita.

note

Autore immagine: 123rf.com


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