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Come si impugna un licenziamento

21 Aprile 2021
Come si impugna un licenziamento

Come contestare il licenziamento: l’impugnazione stragiudiziale e giudiziale. Termini per impugnare il licenziamento con la lettera inviata all’azienda e il deposito del ricorso in tribunale. 

Chi ha ricevuto una lettera di licenziamento e intende contestare la decisione adottata dal proprio datore di lavoro ha l’onere di impugnarla. L’impugnazione del licenziamento serve proprio ad avviare un procedimento di verifica sulla legittimità del licenziamento stesso, verifica che – in caso di mancato accordo tra le parti – viene effettuata dal tribunale. 

La legge tuttavia stabilisce dei termini molto stretti e rigorosi per il dipendente che voglia azionare la tutela dei propri diritti. È quindi bene sapere come si impugna un licenziamento: quanto tempo c’è per contestarlo e per avviare la causa dinanzi al giudice. Di tanto parleremo qui di seguito. 

Che significa impugnare un licenziamento? 

Impugnare un licenziamento significa contestarlo. Naturalmente, la contestazione deve partire dal dipendente che ha subito tale provvedimento. 

L’impugnazione del licenziamento si compone di due fasi: 

  • una prima di tipo “stragiudiziale”, che si risolve cioè (fuori dal tribunale); essa consiste nell’invio di una semplice lettera di contestazione al datore di lavoro; 
  • e una seconda invece “giudiziale” che scatta in caso di mancato accordo tra le parti dopo l’invio della lettera di contestazione; essa consiste nell’avvio di una vera e propria causa dinanzi al tribunale del luogo ove si è svolto il rapporto di lavoro, causa che inizia tramite il deposito di un ricorso a firma del proprio avvocato.

Di queste due fasi parleremo meglio più avanti.

Quando si può impugnare un licenziamento?

Il dipendente può impugnare il licenziamento tutte le volte che ritiene illegittima la decisione dell’azienda di risolvere unilateralmente il rapporto di lavoro. Alla base di tale attività c’è la presunta violazione di una legge. 

Quindi, il lavoratore agisce per avere una tutela che, a seconda dei casi, gli consentirà di ottenere: 

  • il risarcimento del danno;
  • oppure la reintegra sul posto di lavoro.

Quale licenziamento si può impugnare?

Il procedimento di impugnazione del licenziamento che qui di seguito verrà illustrato riguarda tutte le forme di licenziamento illegittimo e pertanto:

  • il licenziamento disciplinare, quello cioè determinato da una condotta colpevole del lavoratore. Questo viene detto «licenziamento per giusta causa» quando viene intimato in tronco, senza preavviso (cosa che succede quando la condotta del dipendente è talmente grave da non consentire la prosecuzione del rapporto di lavoro neanche per un solo giorno); oppure «licenziamento per giustificato motivo soggettivo» quando invece, in presenza di condotte meno gravi, viene dato il termine di preavviso;
  • il licenziamento economico, quello cioè determinato da una necessità produttiva o organizzativa dell’azienda. Questo viene detto «licenziamento per giustificato motivo oggettivo» e può consistere non solo nella classica crisi aziendale o nella cessione del ramo d’azienda, ma anche in una ristrutturazione interna, in una riduzione dei costi o in un riassetto dei mezzi della produzione al fine di realizzare un maggior utile.

Come si impugna un licenziamento: la contestazione stragiudiziale

La prima attività che deve effettuare il dipendente che intende impugnare il licenziamento è l’invio di una lettera di contestazione scritta da recapitare presso la sede del proprio datore di lavoro entro 60 giorni dal ricevimento della lettera di licenziamento. 

Il mancato utilizzo della forma scritta non consente di ritenere validamente proposta l’impugnazione, con la conseguenza che questa risulta inefficace.

La forma di tale comunicazione è libera e non deve rispettare formule particolari (qui un modulo di impugnazione del licenziamento). L’importante è che sia manifestata la volontà di opporsi al licenziamento. Essa deve limitarsi a far comprendere con chiarezza la volontà del lavoratore di impugnare il provvedimento di licenziamento adottato dal datore di lavoro.

Non è necessario, almeno in questa fase, indicare i motivi su cui si basa la contestazione. È sufficiente dire che ci si oppone al licenziamento in quanto ritenuto illegittimo. Le giustificazioni di carattere giuridico dovranno essere illustrate, in un momento successivo, all’atto del deposito del ricorso in tribunale.

Il lavoratore potrebbe però anche evitare l’invio della lettera di contestazione se, entro lo stesso termine di 60 giorni, deposita il ricorso in tribunale e lo notifica al datore di lavoro. 

Termine per impugnare il licenziamento in via stragiudiziale

Come anticipato, la lettera di contestazione del licenziamento deve pervenire al datore di lavoro, a pena di decadenza, entro 60 giorni dalla ricezione del provvedimento di licenziamento. Poiché conta la data di ricevimento è necessario spedire la lettera con un congruo anticipo (a meno che non si utilizzi la posta elettronica certificata), per evitare disguidi e ritardi postali. 

Nel caso di licenziamento orale, il dipendente non è tenuto a rispettare il termine di 60 giorni per l’invio della lettera di contestazione.

Il rifiuto di ricevere la comunicazione da parte del lavoratore non può risolversi a danno del datore di lavoro; per cui l’eventuale rifiuto di ricevere l’atto scritto di licenziamento non impedisce il perfezionarsi della relativa comunicazione.

La mancata impugnazione del licenziamento nel termine di 60 giorni dall’intimazione impedisce al lavoratore la possibilità di chiedere ed ottenere la tutela prevista dalla legge (quindi, a seconda del caso, la reintegra sul posto o il risarcimento). Ciò non significa, tuttavia, che il licenziamento non impugnato entro il termine di decadenza sia da considerare necessariamente legittimo. Il lavoratore che incappa nella decadenza può sempre esperire una normale azione di risarcimento del danno in base ai principi generali della responsabilità contrattuale, facendo valere i relativi presupposti necessariamente diversi da quelli previsti dalla normativa sui licenziamenti. Egli dovrà pertanto dimostrare di aver subito un danno derivante da fatto illecito o da inadempimento del datore di lavoro; ove fornisca tale prova, potrà ottenere il risarcimento del danno subito.

Termine di impugnazione stragiudiziale dei licenziamenti collettivi 

Il licenziamento collettivo deve essere impugnato, a pena di decadenza, entro 60 giorni dalla ricezione della sua comunicazione in forma scritta, con qualsiasi atto scritto idoneo a rendere nota la volontà del lavoratore di contestare la validità del licenziamento anche attraverso l’intervento dell’organizzazione sindacale di appartenenza a cui conferisce mandato; nei successivi 180 giorni, il licenziamento collettivo deve essere impugnato in giudizio, sempre a pena di decadenza.

Chi può impugnare un licenziamento?

L’impugnazione stragiudiziale del licenziamento – ossia l’invio della lettera di contestazione – può essere inviata: 

  • direttamente dal lavoratore:
  • dall’associazione sindacale cui aderisce (senza la necessità di una preventiva procura, né di una ratifica successiva);
  • dal suo avvocato munito di procura, a condizione che la stessa (o la ratifica dell’operato del rappresentante) risulti da atto scritto. Il difensore che impugna il licenziamento non è però tenuto a comunicare all’azienda (a meno che questa non la richiede) la procura scritta conferitagli dal lavoratore. 

Come vedremo a breve, l’impugnazione giudiziale del licenziamento è invece un compito che può svolgere solo l’avvocato. Al lavoratore, infatti, non è dato difendersi da solo in tribunale per questo genere di cause. 

Come si impugna un licenziamento: il ricorso in tribunale 

Il secondo passaggio da compiere per impugnare il licenziamento è il deposito del ricorso in tribunale. Esso è rivolto ad avviare una causa civile contro l’azienda allo scopo di ottenere, dal giudice, l’annullamento del licenziamento illegittimo.

Come anticipato, detta attività deve essere necessariamente curata dall’avvocato del lavoratore. 

Il giudice, letto il ricorso, emette a tergo di esso un decreto di fissazione dell’udienza. Il ricorso e il decreto andranno poi notificati al datore di lavoro a cura dell’ufficiale giudiziario.

Termine per impugnare il licenziamento in via giudiziale

Il deposito del ricorso deve essere effettuato necessariamente (a pena di inefficacia dell’impugnazione originaria) entro il termine di 180 giorni dall’invio della lettera di impugnazione del licenziamento. 

In alternativa, sempre entro lo stesso termine di 180 giorni dall’invio della lettera di impugnativa stragiudiziale, il dipendente può comunicare all’azienda la richiesta di un tentativo di conciliazione e arbitrato; nel caso in cui la conciliazione o l’arbitrato siano rifiutati o non si sia raggiunto l’accordo, il lavoratore potrà presentare ricorso al tribunale in funzione di giudice del lavoro entro, a pena di decadenza, 60 giorni dal rifiuto o dal mancato accordo.

A che serve l’impugnazione del licenziamento?

Scopo dell’impugnazione del licenziamento è ottenere dal giudice un provvedimento che, a seconda dei casi, possa tutelare il diritto del dipendente.

In linea generale, il dipendente può sperare nella reintegra sul posto di lavoro (e quindi nella ricollocazione alle precedenti mansioni) tutte le volte in cui il licenziamento è:

  • discriminatorio (si pensi al dipendente licenziato per questioni di razza o di credo religioso, per orientamento politico, sessuale o per l’aderenza a un particolare sindacato);
  • orale (ossia intimato non per iscritto);
  • a causa della maternità. In particolare, è nullo il licenziamento intimato: a) alla lavoratrice madre dall’inizio della gravidanza e sino al compimento di un anno di età del bambino. L’inizio della gestazione si presume avvenuto 300 giorni prima della data presunta del parto indicata nel certificato di gravidanza; b) al padre lavoratore che fruisce del congedo di paternità, per la durata del congedo stesso e fino al compimento di un anno di età del bambino; c) causato dalla domanda o dalla fruizione dell’astensione facoltativa e del congedo per malattia del bambino da parte della lavoratrice o del lavoratore. Chiaramente, queste regole non si applicano al licenziamento per crisi o per chiusura, al licenziamento per comportamento scorretto del dipendente (ossia per un motivo disciplinare) posto prima o durante la maternità;
  • per via del matrimonio: non si può licenziare un dipendente dal giorno della richiesta delle pubblicazioni di matrimonio, in quanto segua la celebrazione, a un anno dopo la celebrazione stessa;
  • per motivi disciplinari ma il fatto non sussiste: ciò avviene quando il fatto contestato al dipendente non è mai avvenuto o non è stato da questi posto in essere (pertanto, il dipendente viene incolpato ingiustamente);
  • per giustificato motivo oggettivo se il fatto è manifestamente insussistente. 

In tutti gli altri casi, al dipendente spetta solo il risarcimento del danno, non potendo invece rivendicare la reintegra sul posto di lavoro.



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