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Quietanza liberatoria rilasciata dal dipendente

21 Aprile 2021
Quietanza liberatoria rilasciata dal dipendente

Chi accetta il Tfr e la busta paga può impugnare il licenziamento? Che valore ha la quietanza liberatoria rilasciata al datore di lavoro?

Alla cessazione del rapporto di lavoro, il datore di lavoro deve tempestivamente liquidare al lavoratore l’ultimo stipendio da questi maturato, comprensivo dei ratei della tredicesima e della quattordicesima, se dovuti. Oltre a ciò, va versato, senza ritardi, il Tfr (ossia il Trattamento di fine rapporto).

Nella prassi, con il pagamento di tali somme, si è soliti far firmare al lavoratore una quietanza liberatoria. Che valore ha tale dichiarazione? Chi la sottoscrive può poi impugnare il licenziamento illegittimo o agire contro l’azienda per ottenere eventuali differenze retributive di cui si sia accorto in un secondo momento? Cerchiamo di fare il punto della situazione e di comprendere cos’è e come funziona la quietanza liberatoria rilasciata dal dipendente. 

Cos’è la quietanza liberatoria?

In linea generale, la quietanza liberatoria è una dichiarazione unilaterale con cui il creditore libera il debitore da un determinato obbligo, dichiarando di aver ricevuto la prestazione da questi dovuta. Dunque, chi firma la quietanza liberatoria rinuncia a tutte le azioni giudiziali che potrebbe esperire in caso di inadempimento.

Nell’ambito del rapporto di lavoro, prima che lo stipendio venisse obbligatoriamente versato sul conto corrente, si era soliti chiedere al dipendente di firmare la busta paga «per accettazione e quietanza», con lo scopo di ottenere da questi appunto una “liberatoria”. Tale sottoscrizione costituiva così prova dell’avvenuto pagamento della retribuzione. Oggi, tale adempimento non è più necessario poiché la dimostrazione dell’adempimento è data dalla tracciabilità del pagamento. Se anche tuttavia l’azienda dovesse richiedere la firma della busta paga essa non potrebbe dimostrare l’avvenuto pagamento della stessa in assenza di una documentazione bancaria che attesti il bonifico. 

Cos’è la quietanza liberatoria rilasciata dal dipendente

Tutt’ora, è rimasta l’abitudine di richiedere, alla cessazione del rapporto di lavoro, la sottoscrizione di una quietanza liberatoria. Si tratta semplicemente di una prassi, non richiesta da alcuna norma di legge. 

Si può quindi definire la quietanza liberatoria (o quietanza a saldo) come una dichiarazione, sottoscritta al licenziamento o alle dimissioni volontarie, con cui il lavoratore attesta di avere percepito una determinata somma a totale soddisfacimento di ogni sua spettanza e di non aver altro da pretendere dal proprio datore di lavoro.

Secondo la Cassazione, tale dichiarazione non preclude, in caso di errore, la possibilità di agire in tribunale per il riconoscimento di ulteriori diritti che risultassero in realtà insoddisfatti [1]. Si pensi a chi, a seguito di un più attento calcolo, verifichi la mancanza di alcune voci in busta paga o l’erroneità dei calcoli. In buona sostanza, la quietanza liberatoria attesta solo il versamento delle somme in essa indicate ma non preclude la possibilità di richiedere ulteriori compensi.

Nulla esclude però che tale quietanza possa anche valere come atto di transazione e, quindi, rinuncia ad agire in tribunale contro il datore di lavoro per qualsiasi altra futura rivendicazione. Affinché abbia tale significato, l’atto deve esprimere la volontà di privarsi di diritti specifici e determinati, dei quali il lavoratore che rinuncia o transige abbia piena e chiara consapevolezza [2]. In caso contrario, eventuali dichiarazioni ampie e indeterminate sono delle clausole di stile che, come tali, non sono sufficienti a comprovare l’effettiva sussistenza di una volontà dispositiva del lavoratore [3].

Proprio a tal fine, secondo un indirizzo ormai stabile, si ritiene più opportuno che la transazione sia firmata innanzi al sindacato o all’Ispettorato del Lavoro, diversamente potendosene contestare l’efficacia. 

Ad esempio, si può parlare di una vera e propria transazione quando nella quietanza rilasciata al lavoratore sia indicata una somma aggiuntiva (ad esempio, una somma a titolo di liberalità e/o compensazione di eventuali somme non corrisposte) rispetto a quella effettivamente pagata e la somma stessa abbia un carattere autonomo rispetto ai crediti di lavoro [4].

Il dipendente può rifiutare di firmare la quietanza?

Il dipendente può rifiutarsi di firmare, non essendo un obbligo previsto dalla legge. Pertanto, il datore non potrebbe subordinare il versamento delle somme da lui dovute alla sottoscrizione di tale dichiarazione. Se così fosse, il datore risulterebbe ugualmente inadempiente e, contro di lui, il dipendente potrebbe agire in via giudiziale.

Il dipendente che firma la quietanza può impugnare il licenziamento?

L’eventuale sottoscrizione della quietanza liberatoria non pregiudica il diritto del dipendente di impugnare il licenziamento eventualmente illegittimo. Egli quindi, pur firmando la quietanza, non esprime alcuna accettazione al licenziamento. Eventuali accordi di tale tipo andranno firmati dinanzi al sindacato o all’Ispettorato del lavoro.

Anche la Cassazione è di tale avviso [5]: l’acquiescenza alla risoluzione del rapporto e la rinuncia ad impugnare il licenziamento non possono essere desunte dal fatto che il lavoratore abbia rilasciato quietanza a saldo di ogni diritto conseguente alla risoluzione del rapporto di lavoro, 

Allo stesso modo, la semplice accettazione del Tfr non accompagnata da alcuna riserva non può essere interpretata come tacita dichiarazione di rinuncia ai diritti derivanti dall’illegittimità del licenziamento. Infatti, non sussiste alcuna incompatibilità logica e giuridica tra l’accettazione del trattamento di fine rapporto e la volontà di ottenere la dichiarazione di illegittimità del licenziamento al fine di conseguire l’ulteriore diritto alla riassunzione o al risarcimento del danno [6].  


note

[1] Cass. 14 ottobre 2003 n. 15371.

[2] Cass. 17 maggio 2006 n. 11536; Cass. 4 maggio 1999 n. 4442; Cass. 9 dicembre 1992 n. 12983.

[3] Cass. 8 settembre 2017 n. 20976; Cass. 14 giugno 2006 n. 13731.

[4] Cass. 22 giugno 1982 n. 3812.

[5] Cass. 26 luglio 1996, n. 6759.

[6] Cass. 21 marzo 2000, n. 3345

Autore immagine: depositphotos.com


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