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Quando la reperibilità costituisce orario di lavoro

21 Aprile 2021
Quando la reperibilità costituisce orario di lavoro

Differenza tra reperibilità attiva e passiva: quando spettano il riposo compensativo e la maggiorazione sullo stipendio. 

Non perché il lavoratore non sta lavorando può automaticamente ritenersi in riposo. Se questi infatti è tenuto alla reperibilità, è possibile equiparare il periodo di riposo alla normale attività lavorativa. Ma affinché ciò avvenga, devono sussistere alcuni presupposti.  

A fare il punto della situazione è stata la Corte di Giustizia UE. Ancora una volta, i giudici europei tornano a parlare di reperibilità del lavoratore dipendente, distinguendo le ipotesi in cui questa va equiparata alla normale prestazione lavorativa da quelle in cui invece è assimilabile al riposo. 

Il primo caso – anche detto «reperibilità attiva» – si verifica tutte le volte in cui il vincolo si traduce in una «pronta disponibilità» del lavoratore, tale da impedirgli di gestire il proprio tempo libero. Il secondo caso – la cosiddetta «reperibilità passiva» – si realizza invece in presenza di vincoli più labili. E questo perché, come dice la Cassazione, la mera disponibilità a una prestazione, come quella per la reperibilità del pubblico impiego nella giornata festiva, non incide sul tessuto psicofisico dei lavoratori né determina usura psicofisica.

Nelle due pronunce in commento [1], la Corte di Giustizia UE non fa altro che definire, per sommi capi, gli elementi distintivi delle due ipotesi, lasciando poi al giudice la valutazione del caso concreto. 

Naturalmente, l’equiparazione della reperibilità al normale orario lavorativo incide non solo sulla retribuzione, ma anche sul riconoscimento del riposo compensativo (ulteriore rispetto al riposo settimanale). Lo stesso diritto invece non può essere riconosciuto nel caso di reperibilità passiva.

Di tanto abbiamo già parlato in passato in due articoli dal taglio molto pratico: 

Nel ribadire i medesimi principi già elaborati in passato, la Corte di Giustizia ha fornito le seguenti indicazioni. 

Differenza tra reperibilità attiva e passiva

Per stabilire se si è in presenza di una reperibilità attiva o passiva bisogna verificare quanto intensi e restrittivi siano i vincoli posti dal datore di lavoro a carico del dipendente, quanto cioè possano incidere sulla sua libertà di gestire il proprio tempo libero. È chiaro infatti che una cosa è essere semplicemente raggiungibili per telefono, un’altra è invece l’essere pronti, in qualsiasi momento, a raggiungere il proprio posto di lavoro in pochi minuti. Solo in questa seconda ipotesi è possibile considerare il periodo di reperibilità come un effettivo orario di lavoro, con tutte le conseguenze che da ciò derivano.

Per esempio, la reperibilità va qualificata come «orario di lavoro» quando il lavoratore viene obbligato a presentarsi sul suo luogo di lavoro o presso un altro luogo stabilito dal datore di lavoro, rimanendo così a completa e immediata disposizione di quest’ultimo.

Quando la reperibilità costituisce orario di lavoro

La Corte di Giustizia ha stabilito che la reperibilità costituisce «orario di lavoro», solo se, da una valutazione dei fatti concreti, «i vincoli imposti al lavoratore durante il servizio in questione sono tali da incidere in modo oggettivo e molto significativo sulla facoltà per quest’ultimo di gestire liberamente il tempo durante il quale i suoi servizi professionali non sono richiesti e di dedicare detto tempo ai suoi interessi».

Al contrario, quando i vincoli imposti al lavoratore nel corso di un periodo reperibilità non sono altrettanto intesi e gli permettono di gestire il proprio tempo libero e di dedicarsi ai propri interessi senza limitazioni significative, non si può parlare di attività lavorativa; solo il tempo eventualmente speso durante la reperibilità per svolgere effettivamente la prestazione di lavoro costituisce “orario di lavoro“.

Insomma, bisogna verificare i vincoli oggettivi imposti al lavoratore dalla legge, dal contratto collettivo o dalle direttive del datore di lavoro, non derivanti quindi dalla libera scelta del lavoratore o da eventuali circostanze naturali.

Pertanto, chi durante la reperibilità sceglie volontariamente di stare in un alloggio distante dal centro e poco propizio alle attività di svago non può che dolersi con sé stesso e non può rivendicare ulteriori diritti per la reperibilità. Lo stesso dicasi per colui a cui viene chiesto di recarsi in azienda durante la reperibilità con un’auto aziendale in un arco di tempo sufficientemente ampio. Bisogna quindi considerare anche l’ampiezza del termine di cui dispone il dipendente per riprendere le proprie attività lavorative a partire dal momento in cui il suo datore di lavoro lo chiama.

Spetta quindi ai giudici effettuare una valutazione globale dell’insieme delle circostanze di ogni specifico caso al fine di verificare se un periodo di reperibilità possa essere qualificato come “orario di lavoro”, dato che tale qualificazione non è automatica in assenza di un obbligo di permanere sul luogo di lavoro. 

Diritti del lavoratore reperibile

La reperibilità attiva giustifica un compenso al pari di quello della normale attività lavorativa. Inoltre, nei giorni di reperibilità attiva – anche se coincidenti con il fine settimana – si matura il diritto a un ulteriore riposo compensativo, non avendo il dipendente, durante tale arco di tempo, potuto godere del completo ristoro delle energie psicofisiche.

Invece, la reperibilità passiva assicurata nei giorni destinati al riposo settimanale è una prestazione strumentale e accessoria, diversa dalla prestazione di lavoro; essa, infatti, limita soltanto, senza escluderlo, il godimento del riposo settimanale [2]. Come tale, giustifica un corrispettivo diverso da quello spettante in caso di effettiva e piena prestazione e non legittima la pretesa di un riposo compensativo [3].

Ricordiamo comunque che il lavoratore ha diritto a 11 ore di riposo consecutive ogni 24 ore, calcolate dall’ora d’inizio della prestazione lavorativa. Il periodo di riposo minimo (11 ore) non può essere diminuito da accordi tra le parti. Questa regola può essere derogata in caso di attività caratterizzate da periodi di lavoro frazionati durante la giornata (ad esempio, attività di ristorazione e di pulizia) o da obblighi di reperibilità.


note

[1] C. Giusta. UE, sent. C-344/19 e C-580/19 del 9.03.2021.

[2] Cass. 29 aprile 1998 n. 4394.

[3] Cass. 18 dicembre 2014 n. 26723; Cass. 13 maggio 1995 n. 5245

Autore immagine: depositphotos.com


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