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Reperibilità del lavoratore come orario di lavoro: Corte di Giustizia UE

21 Aprile 2021
Reperibilità del lavoratore come orario di lavoro: Corte di Giustizia UE

Sulla possibilità di qualificare la reperibilità del lavoratore come orario di lavoro.

Quando la reperibilità del lavoratore costituisce orario di lavoro?

L’art. 2 della direttiva n. 2003/88 deve essere interpretato nel senso che, ai fini della qualificazione come orario di lavoro o periodo di riposo di un periodo di reperibilità continuativa, il fattore determinante sia l’intensità dei vincoli derivanti dalla soggezione del lavoratore alle direttive del datore di lavoro e, in particolare, il tempo di reazione alla chiamata.

Nel caso in cui il tempo di reazione alla chiamata sia breve, ma non tale da impedire in modo assoluto la libertà di scelta del lavoratore del luogo in cui trascorrere il periodo di reperibilità, possono soccorrere criteri aggiuntivi, da esaminare complessivamente, prestando attenzione all’effetto complessivo che tutte le condizioni di attuazione in un sistema di reperibilità continuativa possono avere sul riposo del lavoratore. Tali criteri suppletivi devono essere riconducibili all’esercizio del potere direttivo del datore di lavoro – e al connesso stato di soggezione del lavoratore, soggetto debole del rapporto – e non derivanti da situazioni oggettive estranee alla sfera di controllo del datore di lavoro. Essi, in via esemplificativa, possono consistere nel margine di manovra del lavoratore di fronte alla chiamata, nelle conseguenze previste in caso di ritardato o mancato intervento in caso di chiamata, nella necessità di indossare un abbigliamento tecnico per il lavoro, nella disponibilità di una vettura di servizio per raggiungere il luogo dell’intervento, nella collocazione temporale e nella durata del periodo di reperibilità, nella probabile frequenza degli interventi.

(La Corte si è così pronunciata nella controversia promossa da uno specialista di un’emittente televisiva, che si tratteneva in prossimità del luogo di lavoro durante i periodi di reperibilità a causa delle difficoltà di accesso e della lontananza dello stesso dalla propria abitazione; nel caso di specie, la Corte ha ritenuto che il periodo di reperibilità continuativa di un lavoratore che lavora in un luogo di difficile accessibilità, senza vincoli di luogo imposti dal datore di lavoro e con un tempo di reazione alla chiamata di un’ora, fermi restando gli accertamenti di fatto rimessi al giudice nazionale sulla base dei criteri sopra esposti, non appare qualificabile come «orario di lavoro». Il fatto che il lavoratore soggiorni, per determinati periodi, in un’abitazione situata in prossimità del luogo in cui svolge il suo lavoro (centro di trasmissione televisiva), perché le caratteristiche geografiche del luogo rendono impossibile (o più difficile) il ritorno a casa ogni giorno, non influisce sulla qualificazione giuridica del periodo di reperibilità continuativa) .

Corte giustizia UE grande sezione, 09/03/2021, n.344

L’art. 2, punto 1, della direttiva 2003/88/Ce del Parlamento europeo e del Consiglio, del 4 novembre 2003, concernente taluni aspetti dell’organizzazione dell’orario di lavoro, deve essere interpretato nel senso che un servizio di pronto intervento in regime di reperibilità, durante il quale un lavoratore deve poter raggiungere i confini della città ove si trova la sua sede di servizio entro un termine pari a 20 minuti, con la sua tenuta da intervento e il veicolo di servizio messo a disposizione dal datore di lavoro, avvalendosi dei diritti in deroga al codice della strada e dei diritti di precedenza connessi a suddetto veicolo, costituisce, nella sua integralità, “orario di lavoro”, ai sensi della menzionata disposizione, soltanto se da una valutazione globale del complesso delle circostanze della fattispecie, in particolare delle conseguenze di un tale termine e, eventualmente, della frequenza media di intervento nel corso del servizio in parola, risulta che i vincoli imposti a detto lavoratore durante il servizio in discussione sono tali da incidere in modo oggettivo e molto significativo sulla facoltà per quest’ultimo di gestire liberamente, nel corso del medesimo servizio, il tempo durante il quale i suoi servizi professionali non sono richiesti e di dedicare detto tempo ai suoi interessi (la Corte si è così pronunciata in una controversia relativamente alla retribuzione reclamata da un lavoratore tedesco per i servizi di pronto intervento in regime di reperibilità da quest’ultimo garantiti).

Corte giustizia UE grande sezione, 09/03/2021, n.580

Il tempo di guardia passato dal lavoratore nel proprio domicilio con l’obbligo di reperibilità e il vincolo di recarsi nel luogo di lavoro entro un breve termine restringono considerevolmente la possibilità per il lavoratore di compiere altre attività e devono perciò essere qualificate come “orario di lavoro”.

Corte giustizia UE sez. V, 21/02/2018, n.518

Il servizio di guardia medica con obbligo di presenza fisica sul luogo di lavoro deve essere computato nell’orario di lavoro, mentre il servizio di mera reperibilità non rientra nell’orario di lavoro se non per il tempo in cui comporta l’effettiva prestazione lavorativa.

Corte giustizia UE, 03/10/2000, n.303


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