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Accusa falsa di mobbing: c’è calunnia?

22 Aprile 2021 | Autore:
Accusa falsa di mobbing: c’è calunnia?

Denuncia per vessazioni da parte del datore di lavoro: quando l’accusa ingiusta costituisce reato e quando, invece, è lecita?

Quando si incolpa qualcuno di aver commesso una condotta illecita bisogna prestare molta attenzione: per la legge italiana, infatti, l’accusa ingiusta può costituire essa stessa un crimine, per la precisione quello di calunnia. Contrariamente a quanti molti pensano, però, non è sufficiente la semplice infondatezza della denuncia per far scattare la calunnia: ciò che occorre è la piena consapevolezza di aver mosso un’accusa totalmente falsa. Cosa accade se un dipendente denuncia ingiustamente il proprio datore di lavoro? Per la precisione: c’è calunnia per un’accusa falsa di mobbing?

Secondo una recente sentenza della Corte di Cassazione [1], non rischia una condanna per calunnia chi accusa falsamente di mobbing i propri capi, purché tale contestazione sia inevitabile nell’ambito di una propria difesa in giudizio. Peraltro, a tale conclusione si può giungere anche per mezzo di un’altra considerazione: non essendo di per sé un reato, l’accusa di mobbing potrebbe sfuggire del tutto da qualsiasi condotta calunniosa. La calunnia, infatti, presuppone la falsa accusa della commissione di un crimine; tale non è il mobbing, a meno che non sfoci in condotte delittuose. Se l’argomento t’interessa, prosegui nella lettura: vedremo insieme se c’è calunnia per un’accusa infondata di mobbing.

Mobbing: cos’è?

Il mobbing consiste nei ripetuti e prolungati comportamenti ostili nei confronti del lavoratore. Quando il mobbing proviene dal proprio datore, si parla di mobbing verticale (o di bossing); al contrario, quando le vessazioni provengono dai colleghi, allora si ha mobbing orizzontale.

Secondo la giurisprudenza [2], il mobbing è giuridicamente rilevante, e dunque è fonte di responsabilità, solamente se ricorrono le seguenti condizioni:

  • i comportamenti ostili sono ripetuti per un congruo periodo di tempo (è stato ritenuto sufficiente un periodo pari a circa sei mesi);
  • c’è stata una lesione della salute e della dignità del dipendente (si pensi al disturbo di adattamento, alla depressione, ecc.);
  • tra le condotte del datore (o dei colleghi) e il danno subito dalla vittima deve esservi un rapporto di causalità, nel senso che la lesione della salute e della dignità deve essere direttamente collegata alla condotta colpevole;
  • deve sussistere un preciso intento persecutorio nei confronti della vittima.

Calunnia: cos’è?

Il reato di calunnia incrimina tutte quelle condotte che possono indurre a intraprendere un procedimento penale contro un innocente.

Per la precisione, il Codice penale dice che risponde di calunnia chiunque accusa di un reato una persona che sa, invece, essere innocente [3].

Gli elementi fondamentali della calunnia sono dunque due:

  • da un punto di vista oggettivo, la calunnia deve consistere nell’accusa di un reato. Non è calunnia, dunque, attribuire un illecito civile, amministrativo o tributario a qualcuno, anche se l’accusa è palesemente falsa;
  • da un punto di vista soggettivo, la calunnia scatta solo se c’è malafede, cioè la consapevolezza di muovere un’accusa falsa. Senza questo dolo, non si potrà avere calunnia.

Perché si abbia calunnia è necessaria la certezza dell’innocenza dell’accusato; in tutti gli altri casi (quando, ad esempio, ci si trovi in errore sul fatto costituente reato o sull’autore, oppure si ha un dubbio ragionevole sull’innocenza di questi) il delitto di calunnia non si integrerà e non vi sarà nessun rischio di essere denunciati per calunnia.

Accusa di mobbing: quando c’è calunnia?

Il dipendente che accusa di mobbing il proprio datore di lavoro risponde di calunnia soltanto nell’ipotesi in cui:

  • l’accusa sia completamente falsa, e di ciò abbia consapevolezza l’accusatore;
  • il mobbing contestato integri una fattispecie di reato. Si pensi al caso del datore di lavoro accusato di stalking nei confronti del personale, di minacce o di violenza sessuale.

Al contrario, non c’è calunnia, nonostante l’accusa di mobbing sia falsa, tutte le volte in cui:

  • il mobbing contestato costituisca solamente un illecito civile e non un reato. È il caso, ad esempio, del classico demansionamento ingiustificato;
  • l’accusa di mobbing sia fatta all’interno di un processo, a fini difensivi.

Da quest’ultimo punto di vista, secondo la sentenza della Corte di Cassazione citata in apertura, occorre effettuare un opportuno bilanciamento tra il diritto di difesa e la possibilità di accusare ingiustamente qualcuno per potersi salvare.

L’esercizio del diritto di difesa può legittimare alcuni tipi di dichiarazioni, oggettivamente implicanti un pericolo per la tutela dell’innocenza e, perciò appunto, riconducibili alla calunnia.

La differenza tra attività consentita e condotta calunniosa va dunque individuato nell’essenzialità, ineluttabilità e continenza della scelta di contestazione dell’accusa.

L’affermazione infondata di colpa a carico di altri deve risultare in sostanza priva di ragionevoli alternative quale mezzo di negazione dell’addebito.

Anche secondo altra sentenza della Suprema Corte [4], qualora nel corso del procedimento instaurato a suo carico, l’imputato neghi, anche mentendo, la verità delle dichiarazioni a lui sfavorevoli, in tal caso la calunnia implicita in tale condotta integra legittimo esercizio del proprio diritto di difesa, giustificato dal codice penale [5].


note

[1] Cass., sent. n. 14583 del 19 aprile 2021.

[2] Cass., sent. n. 2142 del 27 gennaio 2017.

[3] Art. 368 cod. pen.

[4] Cass., sent. N. 18650/2010 del 17 maggio 2010.

[5] Art. 51 cod. pen.

Autore immagine: canva.com/


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