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Locale aperto nonostante i divieti: è reato?

23 Aprile 2021 | Autore:
Locale aperto nonostante i divieti: è reato?

L’esercente che non ottempera all’ordinanza di chiusura emessa dal sindaco è soggetto solo alla sanzione amministrativa: così ha deciso la Cassazione.

Le restrizioni adottate nel periodo di emergenza Covid comportano l’ormai ben noto divieto di apertura in determinati giorni ed orari per molti esercizi commerciali e locali di somministrazione di alimenti e bevande. Ciò avviene soprattutto nelle zone rosse ed arancioni, dove sono previste precise fasce orarie, con la possibilità per bar e ristoranti di fornire il servizio d’asporto o la consegna a domicilio, ma non la consumazione nel locale. Inoltre, c’è il coprifuoco negli orari notturni, che scatta dalle 22,00 fino alle 05,00 del mattino successivo. Ciò penalizza gli esercenti in tutta Italia.

Inoltre, la violazione delle misure di contenimento costa cara: sono previste una multa fino a 3.000 euro e la chiusura dell’attività fino a 30 giorni. Con queste norme gli operatori hanno imparato a fare i conti, e qualcuno agisce anche a costo di subirle, pur di sopravvivere economicamente. Ma se un locale rimane aperto nonostante i divieti, è reato?

I primi Dpcm emanati dal Governo Conte a partire da marzo 2020 contenevano il richiamo ad una norma penale generale, stabilita per «l’inosservanza dei provvedimenti dell’Autorità» [1]. Questo riferimento è poi stato eliminato dalla normativa emergenziale e sono rimaste altre sanzioni penali, ma solo per le trasgressioni più gravi, come la violazione del divieto di uscire da casa durante la quarantena, che non riguardano gli esercizi commerciali.

Intanto, la Corte di Cassazione, con una nuova sentenza [2], ha affermato che non commette reato il ristoratore che non rispetta l’ordinanza di chiusura dell’esercizio, perché il provvedimento adottato dal sindaco non è «contingibile ed urgente»: resta applicabile la sola sanzione amministrativa per la violazione del divieto.

La pronuncia della Suprema Corte riguarda un caso avvenuto molto prima della pandemia di Covid-19 e delle relative restrizioni, ma il principio adottato ha una portata generale e può essere invocato in situazioni analoghe. Quindi, perde terreno la tesi secondo cui è reato tenere un locale aperto nonostante i divieti. Ora, vediamo cosa accade nello specifico e quali sono le situazioni concrete che possono verificarsi.

Violazione divieto apertura esercizio pubblico: cosa si rischia

Durante l’emergenza Covid-19, la violazione del divieto di apertura di un esercizio pubblico stabilita dalle vigenti misure di contenimento [2] è sanzionata in via amministrativa pecuniaria, con il pagamento di una somma minima di 400 euro e massima di 3.000 euro. La multa è ridotta di un terzo del minimo (quindi scende a 280 euro) se si paga entro 5 giorni dalla comunicazione del verbale. A ciò si aggiunge la sanzione accessoria, irrogata dal Prefetto, della chiusura dell’attività da 5 a 30 giorni; l’autorità che accerta le violazioni può disporre subito la chiusura provvisoria dell’esercizio fino a 5 giorni.

Se le violazioni sono reiterate (è sufficiente commetterne due successive) c’è la recidiva, che comporta il raddoppio della sanzione amministrativa pecuniaria e l’applicazione del periodo di chiusura nella misura massima.

Come contestare le multe per violazione dei divieti

Tutte queste sanzioni sono amministrative e possono essere contestate presentando ricorso al giudice di Pace competente per territorio o, in alternativa, all’autorità amministrativa che le ha irrogate: il Prefetto per le multe elevate da Polizia di Stato, Carabinieri e Guardia di Finanza e il Comune per quelle applicate dalla Polizia municipale.

Il ricorso deve essere proposto entro il termine di 30 giorni dalla consegna o notifica del verbale. Se il ricorso è stato presentato all’autorità amministrativa e viene respinto, essa emetterà un’ordinanza ingiunzione con un importo raddoppiato rispetto alla sanzione originaria. Si può impugnare questo provvedimento davanti al giudice di Pace, entro 30 giorni dalla notifica.

Al di fuori della pandemia, gli Enti locali possono sempre disciplinare con propri provvedimenti gli orari di apertura e di chiusura al pubblico degli esercizi commerciali, in base alle prescrizioni generali stabilite da una legge statale [3] per il settore alimentare e di somministrazione di alimenti e bevande. Le sanzioni amministrative per queste violazioni dell’obbligo di chiusura negli orari stabiliti dai divieti locali (anche per determinate zone o periodi dell’anno) sono sanzionate, sempre in via amministrativa, con le modalità fissate nei provvedimenti comunali o regionali.

Il reato di inosservanza dei provvedimenti dell’autorità

Il reato di inosservanza dei provvedimenti dell’autorità [2] punisce «chiunque non osserva un provvedimento legalmente dato dall’autorità per ragioni di giustizia o di sicurezza pubblica, d’ordine pubblico o d’igiene» con l’arresto fino a tre mesi o con l’ammenda fino a 206 euro. La norma è volutamente generica: si tratta di un reato residuale, che sanziona penalmente violazioni a provvedimenti che possono essere dati da una qualsiasi autorità amministrativa, purché per le ragioni specificate. Per questo motivo la Cassazione, nella sentenza cui accennavamo all’inizio [1], ha annullato la multa di 2.000 euro inflitta ad un ristoratore che non aveva osservato l’ordinanza del sindaco che gli intimava la chiusura del locale.

Gli Ermellini hanno rilevato che «la violazione delle ordinanze, emesse sulla base dei poteri conferiti al sindaco e alle altre autorità amministrative comunali, fra cui quelli in materia di igiene, sanità ed esercizi pubblici, può integrare la contravvenzione prevista dall’art. 650 Cod. pen. solo in caso e nelle ipotesi in cui si tratti di ordinanze sindacali contingibili e urgenti, mentre negli altri casi è applicabile unicamente la sanzione amministrativa, secondo quanto previsto dalle specifiche disposizioni che regolano la materia e per quanto concerne in particolare la materia di igiene e sanità pubblica, per norma generale, dall’art. 7 bis del Dlgs 267/2000».

Questa norma del Testo Unico degli Enti Locali [5] prevede, per le varie ipotesi di violazione delle disposizioni dei regolamenti comunali e provinciali o delle ordinanze adottate dal sindaco o dal presidente della provincia, l’applicazione di una sanzione amministrativa pecuniaria da 25 euro a 500 euro. Quindi, a meno che non si tratti di un’ordinanza emessa per motivi contingibili ed urgenti, il trasgressore al divieto di apertura, o del conseguente obbligo di chiusura, rischia solo questa multa, ma non commette reato.

Leggi anche l’articolo “Multa a locale aperto malgrado i divieti: quando è nulla“.


note

[1] Art. 650 Cod. pen.

[2] Cass. sent. n. 15077 del 21.04.2021.

[3] Art. 4 D.L. n.19/2020, richiamato dai provvedimenti successivi, fino al D.L. 23.02.2021 n.15.

[4] Art. 3 D.L. n.233/2006.

[5] Art. 7 bis D.Lgs. n. 267/2000.


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