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Danno da emotrasfusione: come farsi risarcire

24 Aprile 2021 | Autore:
Danno da emotrasfusione: come farsi risarcire

Quando il sangue o gli emoderivati sono infetti, il danneggiato può agire contro il ministero della Salute, la struttura ospedaliera e la casa farmaceutica.

Per una trasfusione fatta con sangue infetto si può morire, o rimanere contagiati da pericolosi virus come l’Hiv (Aids) o l’epatite virale nelle forme B e C. Le sacche di sangue utilizzate per le trasfusioni ai pazienti dovrebbero essere rigorosamente controllate dalle strutture sanitarie, ma purtroppo talvolta accade che contengano batteri o virus idonei a trasmettere infezioni. Per il danneggiato il problema è aggravato dal fatto che la patologia può manifestarsi a distanza di molto tempo. Inoltre, non è sempre facile ricondurre il contagio proprio a quella trasfusione.

Ora, ti spiegheremo come farsi risarcire per il danno da emotrasfusione, analizzando tutte le condizioni necessarie ed esaminando le situazioni più ricorrenti nella pratica. Vedremo, soprattutto, chi può essere chiamato a rispondere della somministrazione di sangue infetto. Ti indicheremo, inoltre, chi, come e quando può agire nei suoi confronti. In particolare, ci occuperemo del delicato profilo della prova: come riuscire a dimostrare che una determinata malattia, o la morte, è derivata proprio da quella trasfusione e non è stata provocata, invece, da altri fattori. Infine, ti spiegheremo come quantificare l’ammontare dei danni spettanti al paziente trasfusionato o ai suoi familiari, se sono stati anch’essi contagiati, ed agli eredi, in caso di decesso.

Danno da emotrasfusione: chi può avere il risarcimento?

Il soggetto legittimato ad agire è il danneggiato dalla trasfusione avvenuta con sangue infetto. In caso di decesso, l’azione si trasferisce agli eredi. I congiunti possono agire non solo per il danno subito dal paziente deceduto (è possibile farlo se sono suoi eredi) ma anche per i danni propri, come il danno morale consistente nella sofferenza riportata per la morte del loro familiare.

Talvolta, l’infezione contratta dal soggetto trasfusionato può contagiare i suoi familiari, come il coniuge con cui si sono avuti rapporti sessuali o un figlio durante la gravidanza. Se ciò accade, anche questi parenti possono chiedere il risarcimento dei danni, poiché essi derivano, sia pur indirettamente ma inevitabilmente, dall’originaria trasfusione di sangue. Anche gli operatori sanitari possono agire se hanno contratto l’infezione durante il servizio, venendo a contatto con sostanze infette.

Tieni presente che per effetto dell’emotrasfusione deve essersi verificata una patologia post-trasfusionale che dovrà essere esattamente diagnosticata dai medici e dagli appositi esami clinici. Tra le più frequenti vi sono l’epatite B (virus Nbv), l’epatite C (virus Hcv) e l’infezione da Hiv, cioè la sindrome da immunodeficienza acquisita, da cui può derivare l’Aids.

L’infezione può avvenire sia attraverso una trasfusione di sangue, sia mediante la trasfusione di alcuni emocomponenti di tale sostanza organica complessa, come il plasma, le piastrine ed i globuli, sia per la somministrazione di farmaci emoderivati.

Danno da trasfusione: chi è responsabile?

La responsabilità per i danni da trasfusione di sangue infetto può essere attribuita, in via alternativa o cumulativa, a seconda dei casi:

  • al ministero della Salute, che risponde a titolo di mancata sorveglianza e controllo sulla raccolta e distribuzione del sangue e sui rischi connessi. È una responsabilità extracontrattuale, che rende più facile provare il danno, come vedremo tra poco;
  • alla struttura sanitaria che ha somministrato il sangue o gli emoderivati infetti, quindi ad esempio un ospedale che ha operato mediante il suo centro trasfusionale. I singoli medici sono solo tenuti a riportare in cartella clinica i dati identificativi di ciascuna sacca, controllando, prima della trasfusione, che essa rechi la dicitura di esito negativo ai controlli sierologici obbligatori;
  • alla casa farmaceutica produttrice o importatrice degli emoderivati. Essa risponde in via extracontrattuale per lo svolgimento di un’attività tipicamente pericolosa [1] e per esimersi dalla responsabilità dovrà dimostrare di aver adottato tutte le misure necessarie per evitare il danno.

Danno da emotrasfusione: termini di prescrizione

La prescrizione del diritto al risarcimento del danno da emotrasfusione nei confronti del ministero della Salute e delle case farmaceutiche è di cinque anni [2]; quella delle strutture sanitarie, invece, è di dieci anni, trattandosi di responsabilità contrattuale (è equiparato ad un contratto il rapporto che si instaura tra il paziente e l’ospedale o la clinica in cui è ricoverato). Se il fatto dannoso costituisce anche reato, come nel caso di omicidio colposo o lesioni colpose per responsabilità medica, la prescrizione si allunga al termine previsto per tale delitto [3] quindi può arrivare a dieci anni ed oltre per i reati più gravi.

Il maggiore problema pratico consiste nello stabilire da quando questo termine inizia a decorrere. Per la giurisprudenza deve farsi riferimento al momento in cui la malattia inizia a manifestarsi e viene percepita dal soggetto: solo a partire da quel momento il diritto può essere «fatto valere» [4]. Perciò, la decorrenza può essere spostata in avanti anche di molti anni, se l’infezione diventa conclamata dopo un lungo periodo dalla trasfusione che l’ha provocata.

La prova del danno da emotrasfusione

La prova del danno derivante dall’emotrasfusione è resa difficile dall’esatta individuazione della fonte del contagio, soprattutto nei casi di danni cosiddetti “lungo-latenti”, che possono manifestarsi a distanza di anni. Tuttavia, l’indagine su questa circostanza è essenziale, perché occorre sempre dimostrare la sussistenza del nesso causale tra il fatto dannoso, cioè l’avvenuta trasfusione, e l’evento, cioè la patologia successivamente riscontrata dal paziente che, in tal modo, si è infettato.

Per facilitare le cose al danneggiato, la giurisprudenza [5] ammette il ricorso a presunzioni, cioè elementi che da fatti noti consentono di risalire ai fatti da provare [6]. Così risulterà più agevole dimostrare che, a seguito e per effetto della trasfusione di sangue o dei suoi derivati, si è manifestata quell’infezione.

Rimane essenziale provare che la terapia trasfusionale è stata effettivamente praticata [7], poiché ciò costituisce «il necessario presupposto presuntivo di una somministrazione» di sangue infetto e, solo a quel punto, potrà applicarsi il «criterio di ragionevole probabilità scientifica» per dimostrare il nesso causale.

Una recente sentenza della Cassazione [8] ha stabilito che tocca all’ospedale, o al ministero della Salute, dimostrare di aver rispettato le regole sanitarie per la prevenzione dei contagi, producendo in giudizio la documentazione sulla tracciabilità del sangue pervenuto alla struttura ed utilizzato per le trasfusioni. In sostanza, non deve essere il paziente a dimostrare le inadempienze della struttura sanitaria, ma è quest’ultima a dover provare di aver rispettato le regole di cautela e precauzione nell’esercizio della propria attività.

Danno da emotrasfusione: criteri di liquidazione

La liquidazione del danno da emotrasfusione segue i consueti criteri per la determinazione dell’entità del danno biologico, cioè alla salute umana. Quindi, occorre quantificare, possibilmente con una perizia medico-legale, le lesioni psicofisiche riportate in conseguenza dell’emotrasfusione ed il correlativo pregiudizio alla qualità della vita. Se il danneggiato è morto deve tenersi conto della sua «ragionevole speranza di vita», in base all’aspettativa di sopravvivenza che avrebbe avuto se non avesse contratto la malattia che ne ha provocato il decesso [9].

Il risarcimento del danno va tenuto nettamente distinto dall’indennizzo riconosciuto per legge [10] dallo Stato per la morte o le infezioni irreversibili derivate da emotrasfusione. Se l’indennizzo è già stato riconosciuto, il suo importo – che è calcolato in via forfettaria – non potrà essere scomputato dal risarcimento dovuto, così come la richiesta di risarcimento dei danni non preclude la possibilità di chiederlo ed ottenerlo autonomamente. È bene, comunque, far precedere la richiesta di indennizzo, perché il verbale di riconoscimento rilasciato dalla Commissione medica ospedaliera è una certificazione che può essere prodotta nel giudizio risarcitorio ed utilizzata come argomento di prova del nesso di causalità tra la trasfusione e l’infezione che ne è derivata.

Approfondimenti

Per ulteriori approfondimenti leggi questi articoli:


note

[1] Art. 2050 Cod. civ.

[2] Art. 2947, comma 1, Cod. civ.

[3] Art. 157 Cod. pen.

[4] Art. 2935 Cod. civ. e Cass. Sez. Un. Sent. n. 581/2008.

[5] Cass. ord. n. 29766 del 29.12.2020 e n. 5961/2016.

[6] Art. 2729 Cod. civ.

[7] Cass. ord. n. 27471/2017.

[8] Cass. ord. n. 10592 del 22.04.2021.

[9] Cass. ord. n.4551 del 15.02.2019 e n. 8532 del 06.05.2020.

[10] L. n. 210/1992.


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